Cari amici ed amiche.
Guardate la foto qui sopra.
Essa ritrae un soldato israeliano che aiuta un uomo anziano arabo, forse ad attraversare una strada.
The Liberty Bell of Italy, una voce per chi difende la libertà...dalla politica alla cultura...come i nostri amici americani, i quali ebbero occasione di udire la celebre campana di Philadelphia nel 1776, quando fu letta la celeberrima Dichiarazione di Indipendenza. Questa è una voce per chi crede nei migliori valori della nostra cultura.
Il mio libro
Il mio libro
Il mio libro
Il mio libro
Il mio libro
Il mio libro
Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino
Il mio libro
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Il mio libro
domenica 19 agosto 2012
Aiutate a ritrovare il computer di Ludovica!
Cari amici ed amiche.
Su Facebook, l'amica Barbara Kaziow ha condiviso questa foto con questa didascalia:
Su Facebook, l'amica Barbara Kaziow ha condiviso questa foto con questa didascalia:
Lucifero? Non è colpa solo dell'uomo!
Cari amici ed amiche.
Stiamo patendo un gran caldo.
Prima c'è stato l'anticiclone "Scipione", poi "Caronte", "Ulisse", "Nerone", "Nerone", "Caligola" ed ora c'è "Lucifero".
Suggerisco il nome del prossimo anticiclone africano, "Belial".
Ora, battute a parte, qui c'è da preoccuparsi.
Qui nel Mantovano, ad esempio, non piove da più di quattro mesi.
L'Alto Mantovano, ossia la zona Goito in su è a secco.
Il consorzio del Lago d'Idro (che si trova tra la Provincia di Brescia e quella di Trento) ha chiuso i rubinetti e l'acqua non arriva più qui nel Mantovano.
Pensate che qui nella Provincia di Mantova è andato perduto il 20% della produzione delle barbabietole da zucchero.
Eppure, al contrario di quello che si dice, questa situazione è naturale.
Intendiamoci, l'uomo sta facendo dei dei danni e, sicuramente, sta contribuendo a fare riscaldare l'atmosfera, con le emissioni di diossido di carbonio (CO2) e gas serra vari , ma la natura ci sta mettendo del suo.
Infatti, nella storia ci sono periodi più caldi ed altri più freddi.
Vi invito a leggere l'"Historia Anglicana", uno scritto di un cronista inglese del XIV secolo, Thomas Walsingham.
Questa cronaca parlò della crisi del XIV secolo, una crisi dovuta ad un clima più freddo.
Altre cronache contemporanee parlano di mareggiate e di raccolti distrutti o poco redditizi a causa del clima rigido.
Sembra che si stia ripetendo quanto accadde nel XIV secolo, però al contrario.
Infatti, anche ora c'è una forte crisi economica e ci sono rivolte (come in Spagna) e povertà.
L'unica differenza sta nel fatto che qui ci sia caldo.
Ora, ci manca solo una pestilenza.
Tuttavia, la crisi del XIV secolo cambiò l'Europa.
Basti pensare alle crisi del Papato e dell'Impero.
Non è che la storia si stia ripetendo?
Cordiali saluti.
Stiamo patendo un gran caldo.
Prima c'è stato l'anticiclone "Scipione", poi "Caronte", "Ulisse", "Nerone", "Nerone", "Caligola" ed ora c'è "Lucifero".
Suggerisco il nome del prossimo anticiclone africano, "Belial".
Ora, battute a parte, qui c'è da preoccuparsi.
Qui nel Mantovano, ad esempio, non piove da più di quattro mesi.
L'Alto Mantovano, ossia la zona Goito in su è a secco.
Il consorzio del Lago d'Idro (che si trova tra la Provincia di Brescia e quella di Trento) ha chiuso i rubinetti e l'acqua non arriva più qui nel Mantovano.
Pensate che qui nella Provincia di Mantova è andato perduto il 20% della produzione delle barbabietole da zucchero.
Eppure, al contrario di quello che si dice, questa situazione è naturale.
Intendiamoci, l'uomo sta facendo dei dei danni e, sicuramente, sta contribuendo a fare riscaldare l'atmosfera, con le emissioni di diossido di carbonio (CO2) e gas serra vari , ma la natura ci sta mettendo del suo.
Infatti, nella storia ci sono periodi più caldi ed altri più freddi.
Vi invito a leggere l'"Historia Anglicana", uno scritto di un cronista inglese del XIV secolo, Thomas Walsingham.
Questa cronaca parlò della crisi del XIV secolo, una crisi dovuta ad un clima più freddo.
Altre cronache contemporanee parlano di mareggiate e di raccolti distrutti o poco redditizi a causa del clima rigido.
Sembra che si stia ripetendo quanto accadde nel XIV secolo, però al contrario.
Infatti, anche ora c'è una forte crisi economica e ci sono rivolte (come in Spagna) e povertà.
L'unica differenza sta nel fatto che qui ci sia caldo.
Ora, ci manca solo una pestilenza.
Tuttavia, la crisi del XIV secolo cambiò l'Europa.
Basti pensare alle crisi del Papato e dell'Impero.
Non è che la storia si stia ripetendo?
Cordiali saluti.
Dal blog "Zoom Italia", i fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo
Cari amici ed amiche.
Leggete questo articolo che l'amico Fabio Trinchieri ha messo sul suo blog e che è intitolato "I fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo" e che recita:
"Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation
Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha fatto l’impensabile – affermando la supremazia civile su quella militare. Questo è stato un atto che doveva andare ben oltre le capacità della Fratellanza musulmana per un colpo come questo. Qualcosa è accaduto. Sei decenni di storia politica dell’Egitto sono stati chiusi. Ma questo è più di una svolta nella storia. Paesi vicini e lontani – Stati Uniti, Israele, Iran e Arabia Saudita, in particolare – ne terranno conto.
C’è silenzio nell’aria. A dire il vero, gli Stati Uniti e Israele sono traumatizzati. Israele, che non è mai a corto di parole, è senza parole. La cacciata del maresciallo Mohammed Tantawi, ministro della difesa dell’Egitto, rimuove il numero uno degli interlocutori-collaboratori degli Stati Uniti nel calcolo del potere a Cairo. Washington sembra aver completamente frainteso il panorama politico egiziano. Non più tardi di due settimane fa, il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta aveva visitato Cairo ed espresso il suo convincimento che Tantawi e Morsi se la cavavano bene. In un commento che lo perseguiterà, oggi, Panetta aveva detto: “A mio avviso, in base a quello che ho visto [a Cairo], il presidente Morsi e il feldmaresciallo Tantawi hanno un rapporto molto buono e collaborano agli stessi obiettivi”. Ciò che Panetta diceva, era che gli interessi degli Stati Uniti a Cairo erano al sicuro, non importava la transizione democratica dell’Egitto e l’ascesa dei Fratelli musulmani, a condizione che Tantawi fosse al comando. L’autorevole opinionista del Washington Post, David Ignatius, che è collegato alla dirigenza degli Stati Uniti, ha riassunto l’acutezza del dilemma attuale dell’amministrazione statunitense:
“Ciò che è indiscutibile è che i Fratelli musulmani, di cui Morsi è membro da tempo, ha rafforzato la sua presa sull’Egitto, controllando i militari, nonché la presidenza e il parlamento. Questo è un esempio di democrazia in azione e di controllo civile delle forze armate, o un colpo di stato dei Fratelli musulmani, a seconda del vostro punto di vista. Probabilmente è entrambe le cose”. Ignatius ha aggiunto, “la mossa di Morsi è avvenuta con la repentinità di un colpo di stato”. Evidentemente, vi è stato un fallimento dell’intelligence a Washington. La prima reazione della Casa Bianca è stata di rassegnazione.
“E’ importante che l’esercito egiziano e i civili (il governo) lavorino a stretto contatto per affrontare la sfida economica e di sicurezza che affronta l’Egitto”, ha detto ai giornalisti il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jay Carney. “Ci auguriamo che l’annuncio del Presidente Morsi servirà gli interessi del popolo egiziano … e continueremo a lavorare con i leader civili e militari in Egitto, per far avanzare i molti nostri interessi comuni.”
Gli Stati Uniti capiscono che non è in loro potere sovvertire quanto è successo. Gli eventi di domenica testimoniano il drammatico declino dell’influenza degli Stati Uniti in Egitto, lo scorso anno. Ma Washington ha rapidamente risposto sostenendo che il nuovo ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da Morsi, è una ‘nota’ figura che ha partecipato all’addestramento in un istituto militare degli Stati Uniti, circa tre decenni fa. Questo para il vero problema. Il cuore della questione è che la mossa di Morsi va ben al di là della questione dei nuovi volti militari. Ha anche annullato la dichiarazione costituzionale volta a contenere i poteri presidenziali e gli ha dato i poteri militari legislativi e altre prerogative. Ha modificato la costituzione ad interim negando all’esercito qualsiasi ruolo nella definizione delle politiche pubbliche, del bilancio e qualsiasi ruolo nella scelta di una assemblea costituente per redigere la nuova costituzione. Questo è a dir poco la presa, da parte dei Fratelli musulmani, delle leve del potere.
Chiaramente, Morsi ha agito secondo la decisione collettiva della leadership dei Fratelli musulmani. Si tratta di una decisione ben ponderata e le sue ramificazioni nella futura traiettoria delle politiche egiziane resta da vedere. Ignatius riassume, “Gli israeliani hanno detto di essere più preoccupati per la purga di domenica, preoccupati da Morsi che sta prendendo una serie di passi che possono portare verso una collisione con Gerusalemme. Ma per gli Stati Uniti e Israele, osservare gli sviluppi in Egitto è un po come andare a cavallo di una tigre, potenzialmente molto pericolosa e impossibile da governare”.
Ciò che gli Stati Uniti (e Israele) devono soppesare con attenzione in questo momento, è la connessione tra l’attentato terroristico in Sinai del 5 agosto, e la decisione di Morsi di frustare i militari. Il punto è se ci sia una connessione.
Una sceneggiatura hollywoodiana
In effetti, Washington ha rapidamente fatto seguito all’attacco terroristico del Sinai, offrendo ai militari egiziani un pacchetto di assistenza. Non prima che l’attacco terroristico avesse luogo, Israele si era anch’esso subito presentato come il miglior alleato che l’Egitto potrebbe mai pensare di avere in questi tempi pericolosi. Tuttavia, i Fratelli musulmani hanno volutamente ritenuto il Mossad israeliano responsabile della gestione dell’attacco in Sinai. Significativamente, il primo importante cambiamento di Morsi, che ha fatto seguito al misterioso attacco terroristico in Sinai del 5 agosto, è stato il licenziamento del capo dei servizi segreti, il generale Murad Muwafi, ampiamente ritenuto il singolo ‘asset strategico’ più importante degli Stati Uniti (e d’Israele) nella direzione della sicurezza egiziana.
In poche parole, i Fratelli sono diffidenti nei confronti dei tentativi degli Stati Uniti di portare il terrorismo al centro della scena del discorso egiziano, in questo frangente, quando Morsi deve ancora consolidare la sua presa sulla struttura di potere. I Fratelli sanno che se il centro si sposta sulla ‘guerra al terrorismo’, ciò inevitabilmente spingerà Cairo a ricercare la cooperazione nella sicurezza con Washington (e Tel Aviv), un’eventualità che danneggerebbe Morsi erodendone la base politica. Inoltre, ci sarebbe anche un programma che metterebbe ancor più i militari alla guida, e per molto tempo. In effetti, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno spinto la questione. Il mese scorso, quando il segretario di stato statunitense Hillary Clinton e Panetta visitarono Cairo, chiesero che l’esercito egiziano agisse con fermezza contro i militanti che operano in Sinai. Washington contava sull’esercito egiziano per stringere ulteriormente i legami del paese con gli Stati Uniti, in una comune ‘guerra al terrore’ nel Sinai. Gli Stati Uniti hanno promesso maggiore assistenza nella sicurezza all’esercito egiziano.
Poco dopo la sua visita a Cairo, Clinton ha detto alla CNN: “Abbiamo degli americani nel Sinai. Abbiamo delle preoccupazioni per la loro sicurezza. Quindi questo non riguarda solo l’Egitto e Israele, si tratta anche degli Stati Uniti e degli altri membri di questa forza multinazionale. Perciò è nell’interesse di tutti lavorare insieme per fare in modo che la sicurezza sia vigente nel Sinai”. Vale a dire, Clinton implica che la presenza dei 700 soldati statunitensi nella forza internazionale di pace nel Sinai (con il trattato di Camp David) obbligato Washington ad intervenire per garantire che il governo Morsi non si discosti dalla politica perseguita da Hosni Mubarak verso il Sinai (implicando uno stretto coordinamento e cooperazione con Israele). Insomma, era un avvertimento a malapena dissimulato riguardo la ‘linea rossa’.
Si tratta di semplice buon senso, poiché il Sinai è una terra di nessuno senza legge, dove l’intelligence israeliana è molto attiva. Non sorprende che gli attacchi del 5 agosto abbiano sollevato una serie di domande per le quali non ci sono in realtà risposte facili. Gli attacchi hanno avuto luogo subito dopo che Morsi aveva ricevuto il capo di Hamas, Khaled Mashaal, e ordinato la progressiva eliminazione delle restrizioni al valico di Rafah, una parodia del blocco israeliano di Gaza. Ovviamente, la correzione politica di Morsi su Gaza e la sua bonomia verso la leadership di Hamas, fa suonare i campanelli d’allarme a Washington e Tel Aviv. Basti dire che Washington e Tel Aviv erano sempre più ottimiste, dopo le ultime visite a Cairo di Clinton e Panetta, verso la leadership militare egiziana, su cui potrebbero contare per un proseguimento degli orientamenti della politica estera dell’era Mubarak, nei confronti di Israele. Ma gli eventi di domenica hanno spazzato via questo ottimismo.
Chiaramente, a partire da domenica, la scommessa si ferma con Morsi. La realtà della situazione attuale è tale che solo la magistratura rimane al di fuori del controllo della presidenza egiziana. Né gli USA, né Israele, hanno un indizio su cosa pensino di fare i Fratelli nel prossimo periodo.
La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora.".
Ringrazio Fabio (un altro "genio") del materiale!
Il problema è che il movimento dei "Fratelli Musulmani" è un'organizzazione fondamentalista.
Smettiamola di dire il contrario.
Ora cerca una legittimazione agli occhi della gente e degli altri Stati.
Per questo, ora, questa organizzazione si mostra moderata.
Poi, però, quando avrà ottenuto ciò che oggi desidera, getterà la maschera ed inizierà a minacciare Israele e l'Occidente.
Israele ha ragione a preoccuparsi e noi non dobbiamo lasciare solo lo Stato israeliano.
Ai fondamentalisti islamici, gente piena di odio e senza scrupoli, interessa solo la distruzione di Israele e la resa dell'Occidente.
Qui da noi, purtroppo, c'è chi si è dimenticato della vera natura del movimento dei "Fratelli musulmani".
Del resto, qui in Italia vi sono organizzazioni che si ispirano ai "Fratelli musulmani".
Basti pensare all'U.COI.I. (Unione delle Comunità Islamiche Italiane).
Basti pensare che, in un convegno che si è tenuto a Bellaria (Rimini) 02 gennaio di quest'anno, l' U.CO.I.I. ha portato in Italia un tale Sawat Hijazi, un becero predicatore che odia gli Ebrei che ne profetizza lo sterminio per mano dei musulmani.
Noi, come cristiani abbiamo il dovere di difendere gli Ebrei ed Israele.
Questi ultimi farebbero la stessa cosa per noi.
Am Chai Israel!
Cordiali saluti.
Leggete questo articolo che l'amico Fabio Trinchieri ha messo sul suo blog e che è intitolato "I fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo" e che recita:
"Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation
Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha fatto l’impensabile – affermando la supremazia civile su quella militare. Questo è stato un atto che doveva andare ben oltre le capacità della Fratellanza musulmana per un colpo come questo. Qualcosa è accaduto. Sei decenni di storia politica dell’Egitto sono stati chiusi. Ma questo è più di una svolta nella storia. Paesi vicini e lontani – Stati Uniti, Israele, Iran e Arabia Saudita, in particolare – ne terranno conto.
C’è silenzio nell’aria. A dire il vero, gli Stati Uniti e Israele sono traumatizzati. Israele, che non è mai a corto di parole, è senza parole. La cacciata del maresciallo Mohammed Tantawi, ministro della difesa dell’Egitto, rimuove il numero uno degli interlocutori-collaboratori degli Stati Uniti nel calcolo del potere a Cairo. Washington sembra aver completamente frainteso il panorama politico egiziano. Non più tardi di due settimane fa, il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta aveva visitato Cairo ed espresso il suo convincimento che Tantawi e Morsi se la cavavano bene. In un commento che lo perseguiterà, oggi, Panetta aveva detto: “A mio avviso, in base a quello che ho visto [a Cairo], il presidente Morsi e il feldmaresciallo Tantawi hanno un rapporto molto buono e collaborano agli stessi obiettivi”. Ciò che Panetta diceva, era che gli interessi degli Stati Uniti a Cairo erano al sicuro, non importava la transizione democratica dell’Egitto e l’ascesa dei Fratelli musulmani, a condizione che Tantawi fosse al comando. L’autorevole opinionista del Washington Post, David Ignatius, che è collegato alla dirigenza degli Stati Uniti, ha riassunto l’acutezza del dilemma attuale dell’amministrazione statunitense:
“Ciò che è indiscutibile è che i Fratelli musulmani, di cui Morsi è membro da tempo, ha rafforzato la sua presa sull’Egitto, controllando i militari, nonché la presidenza e il parlamento. Questo è un esempio di democrazia in azione e di controllo civile delle forze armate, o un colpo di stato dei Fratelli musulmani, a seconda del vostro punto di vista. Probabilmente è entrambe le cose”. Ignatius ha aggiunto, “la mossa di Morsi è avvenuta con la repentinità di un colpo di stato”. Evidentemente, vi è stato un fallimento dell’intelligence a Washington. La prima reazione della Casa Bianca è stata di rassegnazione.
“E’ importante che l’esercito egiziano e i civili (il governo) lavorino a stretto contatto per affrontare la sfida economica e di sicurezza che affronta l’Egitto”, ha detto ai giornalisti il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jay Carney. “Ci auguriamo che l’annuncio del Presidente Morsi servirà gli interessi del popolo egiziano … e continueremo a lavorare con i leader civili e militari in Egitto, per far avanzare i molti nostri interessi comuni.”
Gli Stati Uniti capiscono che non è in loro potere sovvertire quanto è successo. Gli eventi di domenica testimoniano il drammatico declino dell’influenza degli Stati Uniti in Egitto, lo scorso anno. Ma Washington ha rapidamente risposto sostenendo che il nuovo ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da Morsi, è una ‘nota’ figura che ha partecipato all’addestramento in un istituto militare degli Stati Uniti, circa tre decenni fa. Questo para il vero problema. Il cuore della questione è che la mossa di Morsi va ben al di là della questione dei nuovi volti militari. Ha anche annullato la dichiarazione costituzionale volta a contenere i poteri presidenziali e gli ha dato i poteri militari legislativi e altre prerogative. Ha modificato la costituzione ad interim negando all’esercito qualsiasi ruolo nella definizione delle politiche pubbliche, del bilancio e qualsiasi ruolo nella scelta di una assemblea costituente per redigere la nuova costituzione. Questo è a dir poco la presa, da parte dei Fratelli musulmani, delle leve del potere.
Chiaramente, Morsi ha agito secondo la decisione collettiva della leadership dei Fratelli musulmani. Si tratta di una decisione ben ponderata e le sue ramificazioni nella futura traiettoria delle politiche egiziane resta da vedere. Ignatius riassume, “Gli israeliani hanno detto di essere più preoccupati per la purga di domenica, preoccupati da Morsi che sta prendendo una serie di passi che possono portare verso una collisione con Gerusalemme. Ma per gli Stati Uniti e Israele, osservare gli sviluppi in Egitto è un po come andare a cavallo di una tigre, potenzialmente molto pericolosa e impossibile da governare”.
Ciò che gli Stati Uniti (e Israele) devono soppesare con attenzione in questo momento, è la connessione tra l’attentato terroristico in Sinai del 5 agosto, e la decisione di Morsi di frustare i militari. Il punto è se ci sia una connessione.
Una sceneggiatura hollywoodiana
In effetti, Washington ha rapidamente fatto seguito all’attacco terroristico del Sinai, offrendo ai militari egiziani un pacchetto di assistenza. Non prima che l’attacco terroristico avesse luogo, Israele si era anch’esso subito presentato come il miglior alleato che l’Egitto potrebbe mai pensare di avere in questi tempi pericolosi. Tuttavia, i Fratelli musulmani hanno volutamente ritenuto il Mossad israeliano responsabile della gestione dell’attacco in Sinai. Significativamente, il primo importante cambiamento di Morsi, che ha fatto seguito al misterioso attacco terroristico in Sinai del 5 agosto, è stato il licenziamento del capo dei servizi segreti, il generale Murad Muwafi, ampiamente ritenuto il singolo ‘asset strategico’ più importante degli Stati Uniti (e d’Israele) nella direzione della sicurezza egiziana.
In poche parole, i Fratelli sono diffidenti nei confronti dei tentativi degli Stati Uniti di portare il terrorismo al centro della scena del discorso egiziano, in questo frangente, quando Morsi deve ancora consolidare la sua presa sulla struttura di potere. I Fratelli sanno che se il centro si sposta sulla ‘guerra al terrorismo’, ciò inevitabilmente spingerà Cairo a ricercare la cooperazione nella sicurezza con Washington (e Tel Aviv), un’eventualità che danneggerebbe Morsi erodendone la base politica. Inoltre, ci sarebbe anche un programma che metterebbe ancor più i militari alla guida, e per molto tempo. In effetti, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno spinto la questione. Il mese scorso, quando il segretario di stato statunitense Hillary Clinton e Panetta visitarono Cairo, chiesero che l’esercito egiziano agisse con fermezza contro i militanti che operano in Sinai. Washington contava sull’esercito egiziano per stringere ulteriormente i legami del paese con gli Stati Uniti, in una comune ‘guerra al terrore’ nel Sinai. Gli Stati Uniti hanno promesso maggiore assistenza nella sicurezza all’esercito egiziano.
Poco dopo la sua visita a Cairo, Clinton ha detto alla CNN: “Abbiamo degli americani nel Sinai. Abbiamo delle preoccupazioni per la loro sicurezza. Quindi questo non riguarda solo l’Egitto e Israele, si tratta anche degli Stati Uniti e degli altri membri di questa forza multinazionale. Perciò è nell’interesse di tutti lavorare insieme per fare in modo che la sicurezza sia vigente nel Sinai”. Vale a dire, Clinton implica che la presenza dei 700 soldati statunitensi nella forza internazionale di pace nel Sinai (con il trattato di Camp David) obbligato Washington ad intervenire per garantire che il governo Morsi non si discosti dalla politica perseguita da Hosni Mubarak verso il Sinai (implicando uno stretto coordinamento e cooperazione con Israele). Insomma, era un avvertimento a malapena dissimulato riguardo la ‘linea rossa’.
Si tratta di semplice buon senso, poiché il Sinai è una terra di nessuno senza legge, dove l’intelligence israeliana è molto attiva. Non sorprende che gli attacchi del 5 agosto abbiano sollevato una serie di domande per le quali non ci sono in realtà risposte facili. Gli attacchi hanno avuto luogo subito dopo che Morsi aveva ricevuto il capo di Hamas, Khaled Mashaal, e ordinato la progressiva eliminazione delle restrizioni al valico di Rafah, una parodia del blocco israeliano di Gaza. Ovviamente, la correzione politica di Morsi su Gaza e la sua bonomia verso la leadership di Hamas, fa suonare i campanelli d’allarme a Washington e Tel Aviv. Basti dire che Washington e Tel Aviv erano sempre più ottimiste, dopo le ultime visite a Cairo di Clinton e Panetta, verso la leadership militare egiziana, su cui potrebbero contare per un proseguimento degli orientamenti della politica estera dell’era Mubarak, nei confronti di Israele. Ma gli eventi di domenica hanno spazzato via questo ottimismo.
Chiaramente, a partire da domenica, la scommessa si ferma con Morsi. La realtà della situazione attuale è tale che solo la magistratura rimane al di fuori del controllo della presidenza egiziana. Né gli USA, né Israele, hanno un indizio su cosa pensino di fare i Fratelli nel prossimo periodo.
La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora.".
Ringrazio Fabio (un altro "genio") del materiale!
Il problema è che il movimento dei "Fratelli Musulmani" è un'organizzazione fondamentalista.
Smettiamola di dire il contrario.
Ora cerca una legittimazione agli occhi della gente e degli altri Stati.
Per questo, ora, questa organizzazione si mostra moderata.
Poi, però, quando avrà ottenuto ciò che oggi desidera, getterà la maschera ed inizierà a minacciare Israele e l'Occidente.
Israele ha ragione a preoccuparsi e noi non dobbiamo lasciare solo lo Stato israeliano.
Ai fondamentalisti islamici, gente piena di odio e senza scrupoli, interessa solo la distruzione di Israele e la resa dell'Occidente.
Qui da noi, purtroppo, c'è chi si è dimenticato della vera natura del movimento dei "Fratelli musulmani".
Del resto, qui in Italia vi sono organizzazioni che si ispirano ai "Fratelli musulmani".
Basti pensare all'U.COI.I. (Unione delle Comunità Islamiche Italiane).
Basti pensare che, in un convegno che si è tenuto a Bellaria (Rimini) 02 gennaio di quest'anno, l' U.CO.I.I. ha portato in Italia un tale Sawat Hijazi, un becero predicatore che odia gli Ebrei che ne profetizza lo sterminio per mano dei musulmani.
Noi, come cristiani abbiamo il dovere di difendere gli Ebrei ed Israele.
Questi ultimi farebbero la stessa cosa per noi.
Am Chai Israel!
Cordiali saluti.
Vendesi Italia...a prezzo conveniente!
Cari amici ed amiche.
L'Italia è un Paese ricco di potenzialità.
In
Italia c'è circa il 50% del grande patrimonio artistico mondiale, senza
contare tanta parte di quel patrimonio artistico italiano che oggi si
trova fuori dall'Italia, a cominciare (ad esempio) dalla Monna Lisa,
opera di Leonardo da Vinci che si trova nel Palazzo del Louvre, a
Parigi.
L'Italia fu la culla
del Rinascimento e fu terra di grandi uomini d'arte, di scienza e di
cultura, come Jacopone da Todi, Leonardo da Vinci, Raffaello,
Michelangelo Buonarroti, Girolamo Segato, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi
e Renato Dulbecco.
Le opere d'arte italiane ispirarono i grandi architetti internazionali.
Un
esempio fu Inigo Jones l'architetto inglese vissuto nel XVI secolo che
fece opere architettoniche ispirate a quelle di Andrea Palladio.
L'italiano
è grande per la sua creatività, cosa che, per esempio, non hanno i
tedeschi, che in compenso hanno un forte senso dell'organizzazione.
Inoltre, anche i piccoli centri italiani hanno opere invidiabili.
Ad esempio, basti pensare ad Alatri, un Comune della Provincia di Frosinone, che ha antiche strutture di dimensioni ciclopiche che pare siano state fatte da antichi popoli mediorientali.
Eppure, la classe dirigente italiana non valorizza ciò.
Basti
pensare al fatto che solo l'1,3% dei soldi dati allo Stato vada alla
ricerca scientifica, uno dei settori più importanti per fare in modo che
un Paese sia competitivo.
Una
cosa del genere è inammissibile in altri Paesi, come Regno Unito, Stati
Uniti d'America ed Israele, Paesi che hanno delle eccellenze in quel
campo e che danno dei finanziamenti assai più cospicui alla ricerca
scientifica.
Attenzione, non si intenda che con i termini "classe dirigente" mi riferisca solo ai politici italiani.
Basti pensare al fatto che i contributi privati dati alla ricerca scientifica in Italia corrisponda solo allo 0,7%.
In Paesi come Regno Unito, Stati Uniti d'America ed Israele, i privati danno sovvenzioni ben più alte alla ricerca scientifica.
In pratica, tanta parte delle aziende italiane non dà alcun sostegno all'innovazione e, piuttosto che rischiare innovandosi, punta a rimanere in piccolo.
Anche l'avere detto no a progetti importanti, come quello dell'energia nucleare, sta portando delle brutte conseguenze.
Questo, da una parte, genera la fuga dei cervelli all'estero e, dall'altra, la disoccupazione dei giovani.
Sono disoccupato e parlo con cognizione di causa.
Sono disoccupato e parlo con cognizione di causa.
Così, noi stiamo "svendendo" i cervelli ad altri Paesi.
Questi si rafforzano e noi ci indeboliamo.
La classe politica ha le sue colpe.
Essa
ha pensato a conservare sé stessa, senza fare delle riforme e chi
avrebbe voluto fare delle riforme serie è stato sempre fermato.
Ora, la politica è commissariata dai tecnici.
Questi ultimi fanno l'interesse di quel Paese che si è posto come leader dell'Unione Europea (e che tutti noi conosciamo) e vorrebbero svendere molti immobili.
Non vorrei che ora ci fosse anche una spoliazione di tutto il capitale architettonico ed artistico.
Ciò sarebbe una grande tragedia ed il nostro Paese non perderebbe solo i cervelli ma anche la sua arte e la sua storia.
Bisogna cambiare rotta o l'Italia non esisterà più.
Quando una nazione svende la propria storia, essa cessa di esistere.
L'amico Fabio Trinchieri ha messo sul suo blog "Zoom Italia" un articolo intitolato "Derubare i poveri: ieri il terzo mondo, oggi tocca a noi".
Leggetelo!
Noi stiamo diventando un Paese del Terzo Mondo, grazie a questi "Europeisti" che non stanno facendo l'interesse dell'Italia
Cordiali saluti.
A3 tratto Campotenese-Morano Castrovillari completato
| Sito Matildi+Partners gallerie "Cillarese". |
E' stato inaugurato il tratto ammodernato dell'Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria compreso tra gli svincoli di Campotenese e di Morano Calabro-Castrovillari.
In direzione nord (per Salerno) l'autostrada è stata in buona parte ammodernata.
Le opere più importanti di questo tratto sono i viadotti "Mazzancollo" (lunghezza 155 m., in direzione sud, 167 m. in direzione nord) e "Caballa" (313 m) e le gallerie "Cillarese" (lunghezza 968 m) e "Cerreta" (610 m).
Ora, questo tratto si trova in piena montagna, in prossimità del Monte Pollino (che è alto 2. 248 metri).
Ora, da un punto di vista geologico, la zona è costituita da rocce calcaree e da carsismo, come mostra la foto della galleria "Cillarese" che è qui sotto.
| Galleria "Cillarese" |
Sopra di essa ci sono i ruderi dell'omonima abbazia.
Il timore è che durante l'alesaggio delle gallerie ci siano vibrazioni tali da pregiudicare la stabilità del bene architettonico.
A mio giudizio, si dovrebbe ampliare l'attuale canna nord e riconvertirla come canna sud e costruire una nuova canna nord.
Comunque, l'ANAS sta facendo dei grossi lavori, anche grazie all'impegno dei vari governi, per fare sì che l'Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria sia decente!
Il presidente dell'ANAS Piero Ciucci ha annunciato che l'ammodernamento dell'autostrada sarà completato nel 2013. Speriamo bene.
Ricordo che le nuove gallerie saranno illuminate con i diodi LED.
Anche l'ANAS ha capito che i LED sono il futuro. A Roncoferraro, qualcuno si svegli!
Cordiali saluti.
![]() | ||||
| Galleria "Cerreta". |
| Galleria "Colloreto". |
sabato 18 agosto 2012
Antisemitismo? Altro non è che feccia!
Cari amici ed amiche.
Ieri mi sono veramente (e dico veramente) arrabbiato.
Chissà perché quando pubblico articoli e foto pro-Israele e contro personaggi come Ahamadinejad su Facebook, subito arrivano i soliti idioti che scrivono sulla mia bacheca cose veramente offensive!
Tutto ciò è vergognoso!
Oltre a mettermi in cattiva luce, poiché queste frasi possono essere cavalcate da chi è contro di me qui nella mia zona, io trovo che l'odio verso gli ebrei sia insensato e stupido.
In primo luogo, l'antisemitismo non è cristiano.
Ieri, durante la Messa, ho ascoltato l'omelia del prete con molta attenzione.
Essa era incentrata sul brano del Vangelo secondo Giovanni (capitolo 6, versetti 51-58) che recita:
" In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».".
Ora, pur essendoci stato questo malinteso tra Gesù ed i Giudei di allora, va detta una cosa molto importante.
Per gli ebrei, il sangue è intoccabile, cosa sacra, perché è simbolo di vita.
Gli ebrei si scandalizzarono perché Gesù diceva che bisognava bere il suo sangue e mangiare la sua carne.
In realtà, Gesù disse una cosa ben diversa.
Con quel "bere il suo sangue e mangiare la sua carne", Gesù volle dire che per salvarsi bisognava essere in comunione con lui e con la sua sofferenza sulla croce.
Eppure, pur in un malinteso, è emerso l'amore per la vita che hanno gli ebrei.
Anzi, per gli ebrei la vita è cosa sacra.
Ebbene, anche per noi cristiani la vita è cosa sacra.
Il senso della sacralità della vita è cosa comune all'Ebraismo e al Cristianesimo.
Già questo dice molto.
Vi invito a visitare il sito "Gli Scritti.it" che ha codesto articolo:
" L'ideologia ebraico-cristiana e il dialogo ebrei-cristiani. Storia e teologia (tpfs*)di D.Neuhaus S.J.[1]
“Poiché il Talmud è di un'importanza tanto fondamentale per il popolo ebraico, studiato a fondo da ogni sapiente ebreo, è evidente che non soltanto esso è stato creato dal popolo ebraico, ma che esso stesso, di rimando, ha modellato questo popolo[13]”.
Vi invito anche a leggere l'articolo messo su Facebook dall'amico Angelo Fazio (il "genietto di Palermo") che è intitolato "Pio XII, gli ebrei ed il mistero dei dispacci".
Nemmeno la Chiesa è in sé antisemita.
Quindi, gli idioti hanno torto su tutti i fronti.
Cordiali saluti.
Ieri mi sono veramente (e dico veramente) arrabbiato.
Chissà perché quando pubblico articoli e foto pro-Israele e contro personaggi come Ahamadinejad su Facebook, subito arrivano i soliti idioti che scrivono sulla mia bacheca cose veramente offensive!
Tutto ciò è vergognoso!
Oltre a mettermi in cattiva luce, poiché queste frasi possono essere cavalcate da chi è contro di me qui nella mia zona, io trovo che l'odio verso gli ebrei sia insensato e stupido.
In primo luogo, l'antisemitismo non è cristiano.
Ieri, durante la Messa, ho ascoltato l'omelia del prete con molta attenzione.
Essa era incentrata sul brano del Vangelo secondo Giovanni (capitolo 6, versetti 51-58) che recita:
" In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».".
Ora, pur essendoci stato questo malinteso tra Gesù ed i Giudei di allora, va detta una cosa molto importante.
Per gli ebrei, il sangue è intoccabile, cosa sacra, perché è simbolo di vita.
Gli ebrei si scandalizzarono perché Gesù diceva che bisognava bere il suo sangue e mangiare la sua carne.
In realtà, Gesù disse una cosa ben diversa.
Con quel "bere il suo sangue e mangiare la sua carne", Gesù volle dire che per salvarsi bisognava essere in comunione con lui e con la sua sofferenza sulla croce.
Eppure, pur in un malinteso, è emerso l'amore per la vita che hanno gli ebrei.
Anzi, per gli ebrei la vita è cosa sacra.
Ebbene, anche per noi cristiani la vita è cosa sacra.
Il senso della sacralità della vita è cosa comune all'Ebraismo e al Cristianesimo.
Già questo dice molto.
Vi invito a visitare il sito "Gli Scritti.it" che ha codesto articolo:
" L'ideologia ebraico-cristiana e il dialogo ebrei-cristiani. Storia e teologia (tpfs*)di D.Neuhaus S.J.[1]
Il presente testo è una traduzione italiana curata da Giulia Balzerani dell'originale
francese: D.Neuhaus, L'idéologie judéo-chrétienne et le dialogue juifs-chrétiens.
Histoire et théologie, RSR 85/2 (1997) 249-276. Chiunque si occupi seriamente del dialogo ebraico-cristiano
conosce gli importanti lavori di p.Bruno Hussar, di p.Marcel Dubois, di p.Pierre Lenhardt, di p.Francesco Rossi de
Gasperis e le prospettive da loro aperte sulla via della riflessione cristiana sull'ebraismo. L'articolo di
p.Neuhaus, che molto rilievo ha avuto negli ambienti di lingua francese, propone ulteriori e diverse domande, o,
forse, pone le stesse da un diverso punto di vista. E' espressione, anche, di una nuova generazione che si affaccia a
servizio di tale dialogo. Soprattutto è testimonianza di una voce che cerca di vivere il dialogo
ebraico-cristiano non nei paesi occidentali, ma nel contesto dello Stato di Israele e della realtà
palestinese, là dove la presenza cristiana è una piccola minoranza dinanzi alla maggioranza ebraica. Le
discussioni seguite alla pubblicazione in francese dell'articolo hanno spinto l'autore ad ulteriori precisazioni ed
approfondimenti nei 4 articoli: "Wie mann weiterkommt: Einigen Mythen des gegenwartigen Dialogs unter Juden, Christen
und Muslimen zerlegt" in Offene Fragen im Dialog (ed. Jens Haupt et Rainer Zimmer-Winkel), Hofgeismar Vortrage, 1998,
28-44, "Pour l'amour de la Torah: R. Johanan ben Zakkai eet l'origine du judaisme rabbinique" dans Le Milieu du
Nouveau Testament: Diversite du judaisme et des communautes chretiennes au premier siecle, Media Sevres, Paris, 1998,
239-252, "A la rencontre de Paul: Connaitre Paul aujourd'hui, un changement de paradigme?" dans Recherches de Science
Religieuse, 90/3 (2002) 353-376, "Qehilla, Eglise et Peuple juif" di prossima pubblicazione su
Proche Orient chretien, 53 (2003). Presentiamo così ai lettori italiani il testo di D.Neuhaus,
perché possa suscitare ulteriori riflessioni.
L'Areopago
Indice:
L'ideologia ebraico-cristiana e il dialogo ebrei-cristiani. Storia e teologia
La Chiesa cattolica vive - dopo il Concilio Vaticano II - un periodo di dialogo con gli ebrei.
Dopo trentacinque anni è molto cambiato lo sguardo che essa porta sull'ebraismo e sugli ebrei – come
testimoniano i numerosi documenti ufficiali sull'ebraismo[2]. Si
è, in qualche modo, tentato di cancellare duemila anni di disprezzo. Questa evoluzione, di cui ci si
può ben rallegrare, rappresenta un vero progresso in rapporto all'insegnamento ecclesiale che, per secoli, ha
affrontato in modo negativo ogni questione relativa agli ebrei e all'ebraismo.
Tuttavia noi solleveremo un certo numero di domande a partire da tre espressioni usate nel quadro dell'incontro ebraico-cristiano: la testimonianza religiosa, la storia dell'incontro e la teologia dell'incontro. Queste domande toccano il rapporto fondamentale che la Chiesa vede tra il cristianesimo e l'ebraismo. I documenti della Chiesa cattolica di oggi pretendono che i rapporti tra il cristianesimo e l'ebraismo siano unici e che essi siano “legati al livello stesso della loro propria identità”[3]. In questa prospettiva, il cristianesimo nasce dall'ebraismo; Gesù non era ebreo? Per di più i cristiani non hanno forse adottato “le Scritture ebraiche” (l'Antico Testamento) come prima parte del loro testo fondante (la Bibbia)? Infine, i cristiani, dimenticando questi legami, si sarebbero allora resi responsabili di tutte le violenze storiche perpetrate contro gli Ebrei. In queste condizioni, cosa può significare per noi l'incontro con l'ebraismo fondato su una tale elaborazione storica e teologica?
Nel corso di tutto questo articolo, i termini "ebraismo" ed "ebrei" faranno riferimento alla religione ebraica e a quelli che praticano questa religione. Non entreremo nel dibattito sull'identità ebraica di quelli per i quali l'ebraismo è sinonimo di appartenenza sociologica o politica. Ciò a cui si punta in questo articolo è piuttosto l'incontro con una testimonianza religiosa vivente. Oggi, trentacinque anni dopo il Concilio, una certa ideologia "ebraico-cristiana" si è istaurata poco a poco come fondamento dell'incontro ebraico-cristiano. In uno spirito di vero dialogo, questo articolo vorrebbe presentare una riflessione critica su questa ideologia. In effetti, è essenziale andare sempre più lontano nello slancio del dialogo: ma per fare questo è necessario approfondire una riflessione teologica a partire da questo incontro ebraico-cristiano.
Tuttavia noi solleveremo un certo numero di domande a partire da tre espressioni usate nel quadro dell'incontro ebraico-cristiano: la testimonianza religiosa, la storia dell'incontro e la teologia dell'incontro. Queste domande toccano il rapporto fondamentale che la Chiesa vede tra il cristianesimo e l'ebraismo. I documenti della Chiesa cattolica di oggi pretendono che i rapporti tra il cristianesimo e l'ebraismo siano unici e che essi siano “legati al livello stesso della loro propria identità”[3]. In questa prospettiva, il cristianesimo nasce dall'ebraismo; Gesù non era ebreo? Per di più i cristiani non hanno forse adottato “le Scritture ebraiche” (l'Antico Testamento) come prima parte del loro testo fondante (la Bibbia)? Infine, i cristiani, dimenticando questi legami, si sarebbero allora resi responsabili di tutte le violenze storiche perpetrate contro gli Ebrei. In queste condizioni, cosa può significare per noi l'incontro con l'ebraismo fondato su una tale elaborazione storica e teologica?
Nel corso di tutto questo articolo, i termini "ebraismo" ed "ebrei" faranno riferimento alla religione ebraica e a quelli che praticano questa religione. Non entreremo nel dibattito sull'identità ebraica di quelli per i quali l'ebraismo è sinonimo di appartenenza sociologica o politica. Ciò a cui si punta in questo articolo è piuttosto l'incontro con una testimonianza religiosa vivente. Oggi, trentacinque anni dopo il Concilio, una certa ideologia "ebraico-cristiana" si è istaurata poco a poco come fondamento dell'incontro ebraico-cristiano. In uno spirito di vero dialogo, questo articolo vorrebbe presentare una riflessione critica su questa ideologia. In effetti, è essenziale andare sempre più lontano nello slancio del dialogo: ma per fare questo è necessario approfondire una riflessione teologica a partire da questo incontro ebraico-cristiano.
1. Testimonianza religiosa
"Gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un posto occasionale e marginale nella catechesi e
nella predicazione, ma la loro presenza indispensabile deve esservi integrata in modo organico"[4]. Nel discorso cattolico dopo il Concilio Vaticano II si è sostenuto regolarmente
che il rapporto del cristianesimo con l'ebraismo è essenziale per la sua auto-comprensione. Il cristianesimo,
in effetti, non può comprendere se stesso senza l'ebraismo che gli è storicamente anteriore.
Così, secondo il Concilio Vaticano II, il cristianesimo testimonia della sua origine nel riconoscimento di
Gesù come ebreo e nell'unità del Nuovo Testamento con l'Antico.
a) “Gesù l'ebreo”
“Gesù era ebreo ed è sempre rimasto tale”[5]. Gesù Cristo, che è l'incarnazione di Dio, è sorto dall'insieme
dell'Antico Testamento e ha vissuto il suo ebraismo come ebreo praticante, fedele alla Legge e a tutte le sue
prescrizioni. Riprendendo una espressione dei vescovi tedeschi, Giovanni Paolo II dice che “chiunque incontra
Gesù Cristo incontra l'ebraismo”[6]. Cosa implica il
rapporto tra Gesù e il suo ebraismo per l'auto-comprensione cristiana? Il fatto che Gesù sia ebreo
comporta un rapporto speciale con l'ebraismo? Cosa significa l'espressione “Gesù l'ebreo”? Queste
domande pongono già in partenza dei problemi di terminologia. Cosa significa "ebreo" nel vocabolario
cristiano? Secondo noi è possibile dare almeno tre significati a questo termine.
1. L' “ebreo” del testo
L'ebreo del testo è quello che esiste nel testo fondante del cristianesimo, la Bibbia (l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento). La storia cristiana della salvezza si svolge in un racconto che riguarda un popolo specifico, Israele, eletto da Dio. Questa storia si completa con la nascita, la morte e la risurrezione di Gesù, egli stesso figlio di questo popolo. Ci sono tre categorie di ebrei nel testo. I "confessori" (quelli che hanno atteso la venuta di Cristo nell'Antico Testamento), "i testimoni" (quelli che hanno affermato la sua venuta nel Nuovo Testamento) e i "ciechi" (coloro che, nel Nuovo Testamento, hanno rifiutato Gesù come i loro antenati avevano rifiutato la Legge di Dio nell'Antico Testamento). L'ebreo del testo è definito allora dalla sua accettazione o dal suo rifiuto di Gesù come Cristo.
L'ebreo del testo è quello che esiste nel testo fondante del cristianesimo, la Bibbia (l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento). La storia cristiana della salvezza si svolge in un racconto che riguarda un popolo specifico, Israele, eletto da Dio. Questa storia si completa con la nascita, la morte e la risurrezione di Gesù, egli stesso figlio di questo popolo. Ci sono tre categorie di ebrei nel testo. I "confessori" (quelli che hanno atteso la venuta di Cristo nell'Antico Testamento), "i testimoni" (quelli che hanno affermato la sua venuta nel Nuovo Testamento) e i "ciechi" (coloro che, nel Nuovo Testamento, hanno rifiutato Gesù come i loro antenati avevano rifiutato la Legge di Dio nell'Antico Testamento). L'ebreo del testo è definito allora dalla sua accettazione o dal suo rifiuto di Gesù come Cristo.
2. L' “ebreo” mitico
L'ebreo mitico è quello che esiste nell'immaginazione cristiana. E' l'ebreo come è percepito dopo la rottura irrevocabile del cristianesimo con l'ebraismo. Una lettura anti-giudaica del Nuovo Testamento (la negazione della religione ebraica vista come superata dopo la venuta di Cristo) ha dato origine a un antisemitismo forte nel mondo cristiano (il disprezzo degli ebrei stessi). L'anti-giudaismo cristiano vede l'ebraismo come una religione di paura e di legalismo ipocrita, privato di ogni vitalità, e vede nell'ebreo un deicida – l'uccisore di Cristo. E' contro tutte queste immagini che i documenti cattolici si levano dopo il 1965. L'ebreo mitico è quello che, nel suo rifiuto di Cristo e della Chiesa, rifiuta la verità, la luce e la vita e, in questo modo, tutti i valori umani. E' anche vero che esiste un certo filo-semitismo che vuole vedere negli ebrei delle persone particolarmente dotate intellettualmente o abili sul piano finanziario per esempio. In effetti questo filo-semitismo non è molto diverso dall'antisemitismo perché rinchiude l'ebreo in un immaginario cristiano che trova il suo principio e il suo fondamento in una lettura della Bibbia in cui il rapporto con l'ebreo reale è inesistente.
L'ebreo mitico è quello che esiste nell'immaginazione cristiana. E' l'ebreo come è percepito dopo la rottura irrevocabile del cristianesimo con l'ebraismo. Una lettura anti-giudaica del Nuovo Testamento (la negazione della religione ebraica vista come superata dopo la venuta di Cristo) ha dato origine a un antisemitismo forte nel mondo cristiano (il disprezzo degli ebrei stessi). L'anti-giudaismo cristiano vede l'ebraismo come una religione di paura e di legalismo ipocrita, privato di ogni vitalità, e vede nell'ebreo un deicida – l'uccisore di Cristo. E' contro tutte queste immagini che i documenti cattolici si levano dopo il 1965. L'ebreo mitico è quello che, nel suo rifiuto di Cristo e della Chiesa, rifiuta la verità, la luce e la vita e, in questo modo, tutti i valori umani. E' anche vero che esiste un certo filo-semitismo che vuole vedere negli ebrei delle persone particolarmente dotate intellettualmente o abili sul piano finanziario per esempio. In effetti questo filo-semitismo non è molto diverso dall'antisemitismo perché rinchiude l'ebreo in un immaginario cristiano che trova il suo principio e il suo fondamento in una lettura della Bibbia in cui il rapporto con l'ebreo reale è inesistente.
3. L' “ebreo” vicino
L'ebreo vicino è quello che vive in un mondo che il cristiano divide con lui. Questa immagine dell'ebreo come vicino non corrisponde né all'ebreo del testo, né all'ebreo mitico. L'ebreo vicino è, in una certa misura, un “altro” in un mondo pieno di altri. L'ebreo che resta al di fuori dell'accoglienza della testimonianza cristiana si ricollega alla stessa categoria di altri “non credenti”, come il musulmano, l'indù, il buddista o l'ateo. L'ebreo vicino come “altro” è presente da molto nella storia cristiana e costituisce una realtà sempre presente di alterità.
La confusione di questi tre significati è molto diffusa nel discorso cristiano sugli ebrei e sull'ebraismo. E' dunque fondamentale, in un vero dialogo, prendere coscienza della distinzione essenziale che esiste tra l'ebreo del testo e l'ebreo vicino per neutralizzare l'immagine (a volte molto violenta) dell'ebreo mitico. L'ebreo del testo è quello che indica la venuta di Cristo ma (per la maggior parte) rifiuta Cristo quando egli viene. L'ebreo vicino non può essere definito dal Cristo, né dall'evento cristiano, né dalle radici ebraiche di Gesù. Benché la maggior parte degli ebrei ignori totalmente Gesù, è vero che oggi ci sono alcuni autori ebrei (come M. Buber, F. Rosenzweig, S. Ben Chorin, D. Flusser, ecc.) che riconoscono in Gesù una sorta di riformatore ebreo, in buona fede, tra molti altri della sua epoca. Ma per i cristiani Gesù è più che un riformatore, più che un profeta.
L'ebreo vicino è quello che vive in un mondo che il cristiano divide con lui. Questa immagine dell'ebreo come vicino non corrisponde né all'ebreo del testo, né all'ebreo mitico. L'ebreo vicino è, in una certa misura, un “altro” in un mondo pieno di altri. L'ebreo che resta al di fuori dell'accoglienza della testimonianza cristiana si ricollega alla stessa categoria di altri “non credenti”, come il musulmano, l'indù, il buddista o l'ateo. L'ebreo vicino come “altro” è presente da molto nella storia cristiana e costituisce una realtà sempre presente di alterità.
La confusione di questi tre significati è molto diffusa nel discorso cristiano sugli ebrei e sull'ebraismo. E' dunque fondamentale, in un vero dialogo, prendere coscienza della distinzione essenziale che esiste tra l'ebreo del testo e l'ebreo vicino per neutralizzare l'immagine (a volte molto violenta) dell'ebreo mitico. L'ebreo del testo è quello che indica la venuta di Cristo ma (per la maggior parte) rifiuta Cristo quando egli viene. L'ebreo vicino non può essere definito dal Cristo, né dall'evento cristiano, né dalle radici ebraiche di Gesù. Benché la maggior parte degli ebrei ignori totalmente Gesù, è vero che oggi ci sono alcuni autori ebrei (come M. Buber, F. Rosenzweig, S. Ben Chorin, D. Flusser, ecc.) che riconoscono in Gesù una sorta di riformatore ebreo, in buona fede, tra molti altri della sua epoca. Ma per i cristiani Gesù è più che un riformatore, più che un profeta.
Non c'è dubbio secondo il testo fondante del cristianesimo sul fatto che Gesù e i
suoi discepoli fossero ebrei. Gesù e i primi cristiani sono stati formati nell'ebraismo, il culto dei
sacrifici, le tradizioni, le pratiche e la Sacra Scrittura, del loro tempo. Situato nella particolarità del
suo ebraismo, Gesù segna con questo una rottura che è al centro dell'avvenimento fondante del
Cristianesimo. E' in questa rottura con l'ebraismo della sua epoca che Gesù apre una strada per il
cristianesimo che altro non è che il compimento dell'Antica Alleanza.
In questo senso Gesù è definito nella tradizione cristiana per l' “instaurazione di un altro senso[7]”. Gesù è un ebreo per nascita e cultura, ma “suggerisce qualcos'altro, che critica l'assoluto rappresentato da questa condizione che ne è alla radice[8]”.
In questo senso Gesù è definito nella tradizione cristiana per l' “instaurazione di un altro senso[7]”. Gesù è un ebreo per nascita e cultura, ma “suggerisce qualcos'altro, che critica l'assoluto rappresentato da questa condizione che ne è alla radice[8]”.
Pertanto, per comprendere il cristianesimo e l'ebraismo attuali, bisogna capire le loro rotture
(al plurale) con la religione dell'Antico Testamento. La prima è evidentemente la rottura tra i discepoli di
Gesù e il giudaismo istituzionale del loro tempo. La seconda è la rottura tra la Chiesa e la Sinagoga
dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (nel 70 d.C.). Il Tempio è stato un punto d'incontro per quelli
che hanno accettato Gesù e quelli che lo hanno rifiutato, ma è stato anche un punto di incontro per
molte altre sette giudaiche, tra gli altri per quelli che hanno accettato una Torah orale (i Farisei) e quelli che
l'hanno rigettata (i Sadducei). Infine, c'è stata una terza rottura – che spesso viene dimenticata dai
cristiani che parlano del rapporto del Cristianesimo con l'ebraismo – la rottura tra il giudaismo antico e il
giudaismo rabbinico che è fondato sulla consacrazione e la redazione di una Torah orale.
Gesù non rappresenta la sola rottura con la religione dell' “Antico Testamento”
e non è il solo ad avergli dato un nuovo senso – ce ne sono altri. Rabbi Yohanan ben Zakkai, i suoi
compagni e i suoi discepoli, le generazioni dei Tannaim, degli Amoraim, i rabbini, costituiscono un'altra rottura nei
confronti di questa religione dell' “Antico Testamento”. Queste persone hanno costruito un nuovo modo di
essere nel mondo, il significato religioso di un quotidiano regolato dalla volontà divina[9]. Sono questi saggi, i rabbini, che, tra il primo e il settimo secolo, hanno
dato un nuovo senso al giudaismo dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. Il giudaismo del Tempio era incentrato
sui riti e sui sacrifici laddove il giudaismo rabbinico si fonda sullo studio della Torah, una vita di mitzvot (i
comandamenti) e gli atti di misericordia[10]. E' la Torah che
rappresenta allora un terzo cammino che non è né quello del Tempio, né quello dei discepoli di
Gesù e della Chiesa che riconoscono in lui il Messia. L'interpretazione e la memorizzazione dei testi sacri
mirano alla strutturazione interiore e segreta dell'esistenza, cercando di fare la volontà divina in una
comprensione della creazione[11]. E. Lévinas descrive questo
movimento fondamentale, che costituisce la rottura rabbinica con la religione antica, come un passaggio dal sacro al
santo. “La Torah orale parla in spirito e in verità anche quando sembra "triturare" dei versetti e dei
testi della Torah scritta. E' per questo che noi abbiamo intitolato il presente libro con delle parole che, a usare
un linguaggio appropriato, concernono soltanto il tema trattato dal sacro al santo[12]”.
La distinzione tra l'ebreo del testo e l'ebreo vicino concerne l'identità storica di
ciò che noi chiamiamo ebraismo. La definizione dell'ebraismo che emerge dai documenti cattolici contemporanei
– un ebraismo che è definito da citazioni bibliche – dovrebbe essere precedentemente verificata.
In rapporto a questa definizione, bisogna domandarsi qual'è la realtà dell'ebraismo vissuto oggi.
Ciò che manca a questa definizione è il cuore stesso dell'ebraismo: il progresso storico – i
diciotto secoli che sono trascorsi tra la distruzione del Tempio e la liberazione degli ebrei europei. L'ebraismo,
restando sempre vivo, si è sviluppato e la Torah scritta ha trovato il suo slancio nella formazione della
Torah orale (il Talmud). Benché i rabbini non siano coloro che hanno dato origine alla Torah orale, sono essi,
però, che l'hanno stabilita come autorità. Il Talmud costituisce un'altra trasformazione della
religione del tempo di Gesù. Adin Steinsaltz, un pensatore ebreo contemporaneo, così spiega:“Poiché il Talmud è di un'importanza tanto fondamentale per il popolo ebraico, studiato a fondo da ogni sapiente ebreo, è evidente che non soltanto esso è stato creato dal popolo ebraico, ma che esso stesso, di rimando, ha modellato questo popolo[13]”.
Questa realtà di un ebraismo in evoluzione è essenziale per il cristiano che
desideri comprendere l'ebraismo. Per il cristiano, la sfida posta dall'esistenza dell'ebreo vicino dopo la venuta di
Cristo, non è la fedeltà ebraica all' "Antico Testamento" che non troverebbe il suo compimento nel
Nuovo Testamento, ma piuttosto l'elaborazione di un movimento nel seno stesso delle Scritture che andrebbe dall'
"Antico" verso un altro “nuovo”. E' necessario dunque condurre un dialogo che riconosca l'ebraismo
così come è stato definito dalla sua propria evoluzione. Solo un riconoscimento del Talmud permette di
cogliere la differenza tra un ebraismo reale e quello che esiste nell'immaginario cristiano. Secondo J. Neusner,
quando i cristiani dicono “Antico” Testamento, vogliono dire che c'è un "Nuovo" Testamento che
porta a compimento l' "Antico". Ma ciò che la maggior parte dei cristiani ignora è che l'ebraismo
stesso opera una distinzione tra un “Antico” – il Tanak (l'equivalente ebraico dell' "Antico
Testamento") che contiene una parte della rivelazione – e la Torah orale insegnata dai rabbini e che sviluppa
l'altra parte di questa stessa rivelazione[14].
La comprensione cristiana dell'ebraismo attuale non può essere fondata sulla presupposta
giudaicità di Gesù di Nazareth perché l'ebraismo di questo Gesù è anteriore alla
testimonianza ebraica delle due Toroth (Torah scritta e Torah orale). Bisogna notare che ci sono stati, dopo l'inizio
dell'esegesi moderna, dei tentativi di comprendere Gesù e i suoi discepoli come degli ebrei
“rabbinici”, utilizzando gli scritti rabbinici per ricostruire il quotidiano del I secolo
[15]. Bisogna riconoscere che questa ricostruzione è il
risultato di una proiezione erronea del giudaismo rabbinico successivo al 70 d.C. sul giudaismo del Tempio
anteriore al 70 (quello di Gesù). Le domande che Gesù e i suoi discepoli pongono in rapporto alla
Legge, alla rivelazione di Dio e all'elezione di Israele sono formulate in un contesto ebraico proprio del I
secolo. Le domande dei rabbini sono di un'altra epoca. Si deve dunque situare il Gesù storico nella sua
epoca per cogliere la novità che ciò rappresenta quando i suoi discepoli lo riconoscono come il
Cristo. In questo riconoscimento il cristianesimo segna una rottura con la religione che lo precede, ma, nello
stesso tempo, stabilisce una continuità con la rivelazione di Dio espressa nell'Antico Testamento. Non
accade diversamente per l'ebraismo contemporaneo – si può parlare di passaggio da una religione
antica incentrata su un tempio con dei sacrifici, un'autorità politica e un centro geografico, ad una
religione incentrata sulla pietà personale e familiare e sullo studio fedele della Torah. In
continuità, come il cristianesimo, con gli scritti dell'Antico Testamento, l'ebraismo rabbinico instaura un
altro senso. Questo senso deve essere scoperto in un dialogo con l'ebreo vicino piuttosto che in un riferimento a
“Gesù l'ebreo”.
b) "Il testo comune"
Una seconda fonte di confusione possibile nel discorso cristiano sul rapporto con l'ebraismo
concerne ciò che è identificato, nella dichiarazione del Concilio Vaticano II “Nostra
Aetate”, come “il grande patrimonio spirituale comune” degli ebrei e dei cristiani – l'Antico
Testamento. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che “a differenza delle altre religioni, la fede
ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nell'Antica Alleanza[16]”. I documenti che pretendono che la giudaicità di Gesù renda necessario
un rapporto con l'ebraismo, spiegano che c'è una "parentela" unica tra l'ebraismo e il cristianesimo a causa
di "un testo comune" - l'Antico Testamento.
Tradizionalmente i cristiani hanno fatto riferimento alla Scrittura comune nella loro polemica con
gli ebrei per tentare di convincerli che Gesù Cristo è il Messia e il Figlio di Dio[17]. Tommaso d'Aquino, per esempio, spiega che "sconfiggere tutti gli errori
è difficile" poiché "i Maomettani e i pagani non si accordano con noi per riconoscere l'autorità
della Scrittura, grazie alla quale si potrebbero convincere, mentre al contrario con gli ebrei noi possiamo disputare
sul terreno dell'Antico Testamento[18] ". E' importante non
dimenticare da dove viene questo linguaggio di comunione – esso è legato al tentativo di
ricondurre gli ebrei al cristianesimo. Il fatto che gli ebrei abbiano questo testo “comune”,
l'Antico Testamento, e non riconoscano il Cristo (che, beninteso, vi è prefigurato all'interno) ha
giustificato l'assimilazione degli ebrei a dei “ciechi”. Il portale centrale di Notre-Dame a Parigi ne
è un buon esempio. La Sinagoga cieca, la sua corona in terra, il suo scettro spezzato, lascia il posto alla
Chiesa che scopre il vero senso del testo.
Molti cristiani, oggi, chiamano l'Antico Testamento, questa prima parte del testo fondante
cristiano, “le Scritture ebraiche”. Perché sottolineare che questo testo è
“comune”? Cosa implica il rapporto tra l'Antico Testamento e il suo compimento nel Nuovo Testamento per
l'incontro tra l'ebraismo e il cristianesimo? Il problema non è quello di una rottura con una religione che
avrebbe preceduto il cristianesimo e anche l'ebraismo contemporaneo, ma piuttosto quello di una
continuità/unità di rivelazione. In un certo senso, il Gesù del Nuovo Testamento e la Torah
orale dei rabbini rappresentano una rottura in rapporto all'Antico Testamento, ma d'altro canto, né il
cristianesimo né l'ebraismo contemporaneo rendono conto di una rottura con i testi dell'Antico Testamento. Le
due religioni pongono una ermeneutica di continuità/unità (un compimento dell'Antico Testamento per il
cristianesimo e una “apertura di senso” della Torah scritta per l'ebraismo).
E' evidente che ebrei e cristiani venerano e leggono, in generale, dei testi che costituiscono
ciò che i cristiani chiamano l'Antico Testamento. Ma il problema maggiore che sorge quando si argomenta di un
“testo comune” è il presupposto che il testo esista “in se stesso”. Ora il testo non
può essere separato dalla comunità che lo legge. Ogni lettura è propria ad una comunità
particolare. Ricoeur propone una comprensione ermeneutica del “mondo del testo[19]”. Occorre ben riconoscere che questi due mondi, il mondo ebraico e il mondo
cristiano, sono diversi. Bisogna anche sottolineare che questi testi divengono “testi fondatori” nelle
due religioni in modo diverso. Infine bisogna rispettare questa differenza per rispettare l'alterità
dell'ebreo vicino e per allontanarsi dall'ebreo del testo che conduce alla violenza dell'immagine dell'ebreo mitico.
Tre differenze fondamentali dissolvono il presupposto di un “testo comune”.
1.Il luogo del testo
E' molto importante prendere coscienza del fatto che il testo non occupa lo stesso posto nel cristianesimo e nell'ebraismo. Gli ebrei sono un “popolo del Libro” mentre, per i cristiani, la parola è incarnata in Gesù. Per ciò che concerne il luogo della Scrittura, bisogna sottolineare che, nel cristianesimo post-patristico, la Bibbia (lectio) e la Teologia (quaestio) sono state progressivamente separate man mano che il centro del pensiero cristiano si focalizzava su una elaborazione teologica e dogmatica. Questa distinzione tra Bibbia e Teologia è divenuta un punto centrale nel dibattito tra cattolici e protestanti. Dopo il Concilio Vaticano II, c'è stato un certo ritorno alla Bibbia per trovare una risposta alla moderna crisi di senso. E' vero che un cristianesimo rinviato alle fonti riscopre il “Gesù storico” – un “ebreo” – e l'Antico Testamento, spesso dimenticato. Tuttavia non bisogna confondere questo ritorno alle fonti del cristianesimo con la realtà degli ebrei e dell'ebraismo che costituiscono una sfida permanente alla pretesa di universalità del cristianesimo. Il ritorno alla Bibbia, anche se è definito in termini di “patrimonio comune” tra ebrei e cristiani, non offre una soluzione semplice alla domanda: come comprendere la testimonianza ebraica reale che rigetta l'universalità del cristianesimo? In effetti, il testo fondante del cristianesimo, la Bibbia, propone il Nuovo Testamento come il compimento necessario dell'Antico Testamento. Benché ci sia questo ritorno alle “fonti” (la Bibbia e i Padri della Chiesa l'utilizzano come punto di partenza) nel cattolicesimo moderno, il cristianesimo non può essere compreso come una religione del Libro. Mentre per gli ebrei è il "testo" sacro (rappresentato dal nucleo centrale della Torah, il Pentateuco, scritta su un rotolo) che riceve un'adorazione rituale, per i cristiani è il corpo di Gesù che riceve l'adorazione dei fedeli nei sacramenti.
E' molto importante prendere coscienza del fatto che il testo non occupa lo stesso posto nel cristianesimo e nell'ebraismo. Gli ebrei sono un “popolo del Libro” mentre, per i cristiani, la parola è incarnata in Gesù. Per ciò che concerne il luogo della Scrittura, bisogna sottolineare che, nel cristianesimo post-patristico, la Bibbia (lectio) e la Teologia (quaestio) sono state progressivamente separate man mano che il centro del pensiero cristiano si focalizzava su una elaborazione teologica e dogmatica. Questa distinzione tra Bibbia e Teologia è divenuta un punto centrale nel dibattito tra cattolici e protestanti. Dopo il Concilio Vaticano II, c'è stato un certo ritorno alla Bibbia per trovare una risposta alla moderna crisi di senso. E' vero che un cristianesimo rinviato alle fonti riscopre il “Gesù storico” – un “ebreo” – e l'Antico Testamento, spesso dimenticato. Tuttavia non bisogna confondere questo ritorno alle fonti del cristianesimo con la realtà degli ebrei e dell'ebraismo che costituiscono una sfida permanente alla pretesa di universalità del cristianesimo. Il ritorno alla Bibbia, anche se è definito in termini di “patrimonio comune” tra ebrei e cristiani, non offre una soluzione semplice alla domanda: come comprendere la testimonianza ebraica reale che rigetta l'universalità del cristianesimo? In effetti, il testo fondante del cristianesimo, la Bibbia, propone il Nuovo Testamento come il compimento necessario dell'Antico Testamento. Benché ci sia questo ritorno alle “fonti” (la Bibbia e i Padri della Chiesa l'utilizzano come punto di partenza) nel cattolicesimo moderno, il cristianesimo non può essere compreso come una religione del Libro. Mentre per gli ebrei è il "testo" sacro (rappresentato dal nucleo centrale della Torah, il Pentateuco, scritta su un rotolo) che riceve un'adorazione rituale, per i cristiani è il corpo di Gesù che riceve l'adorazione dei fedeli nei sacramenti.
Gli ebrei sostituiranno dopo il 70 d.C. l'immagine del Monte Sion (il Tempio di Gerusalemme) con
l'immagine fondatrice del Monte Sinai che sarà totalmente reinterpretato nella Torah orale. Uno dei
“miti fondatori” dell'ebraismo rabbinico si incentra sulla figura di Mosè che ha ricevuto sul
Sinai una rivelazione scritta e un'altra orale, trasmessa, in seguito, dai maestri ai discepoli. L'unità di
queste due rivelazioni contiene il disegno rivelato dallo stesso Architetto dell'Universo. Lo studio di questo
disegno divino è da intendersi non tanto come un mezzo di conoscenza ma piuttosto come un atto di riverenza
verso Colui che in questo modo si rivela agli uomini. Nel suo studio il rabbino imita Dio[20]. Mosè diventa il primo rabbino e il testo della Torah (orale e scritta)
diventa il punto di incontro con il divino[21]. Y. Leibowitz,
uno dei più eminenti pensatori ebrei contemporanei, lo conferma. “Occorre sottolineare che il mio
ebraismo... non proviene dall'ebraismo biblico, ma realmente dall'ebraismo della Legge orale... Nella struttura
dell'ebraismo così come ci è pervenuto, Soura e Pumbédita (dove il Talmud fu redatto) sono
più importanti di Gerusalemme. Non un ebraismo come nozione astratta, ma l'ebraismo reale che si esprime
attraverso un programma di vita per i credenti, ed è questo ebraismo che i negatori della religione
rifiutano[22] ".
Non si potrebbe dire che il Monte Sion della religione antica all'epoca di Gesù diviene il
Monte Calvario per i cristiani e il Monte Sinai per gli ebrei? In questo senso l'idea di compimento di questo
“testo comune” è presente nel cristianesimo. Il Nuovo Testamento dà la prospettiva
definitiva dell'Antico Testamento e presenta Gesù come suo compimento perfetto e completo. Per il cristiano,
l'avvenimento fondatore è l'Incarnazione che termina con la Crocifissione e la risurrezione di Cristo. Il
Calvario sostituisce il Sinai e Gesù sostituisce il corpo del testo. Mosè diventa, allora, per il
cristiano, non soltanto un precursore, ma anche una prefigurazione di Gesù. Quanto alla Torah orale, essa apre
lo scritto ad una infinità di significati. E. Lévinas spiega che per la Torah orale, “il senso
letterale, che è interamente significante, non è ancora il significato. Questo resta da cercare"
[23].
2. Le frontiere del testo
Bisogna riconoscere la differenza reale tra “l'Antico Testamento” e la “Torah scritta” o il “Tanak” malgrado la loro apparente somiglianza. Il cristianesimo, chiamando la prima parte della Bibbia “Antico Testamento”, esprime l'idea che l'Antico Testamento debba essere letto a partire dal Nuovo Testamento. L'ebraismo rabbinico, da parte sua, delimita anch'esso il proprio punto di partenza nei testi della Torah orale che dà il senso alla Torah scritta. Secondo i rabbini, la Torah orale precede la Torah scritta, rivelata sul Sinai, e ciò permette di spiegare come i Patriarchi siano vissuti secondo i comandamenti prima che essi fossero rivelati a Mosè. In ogni caso l'unità della Scrittura è indivisibile. Il testo alla base del cristianesimo (la Bibbia, che unisce Antico e Nuovo Testamento) e quello dell'ebraismo (la Torah che unisce Torah scritta e orale) sono presentati in lingue diverse – il greco per la Bibbia, l'ebraico e l'aramaico per la Torah. Nel cristianesimo è la versione greca dell'Antico Testamento (la LXX) che ha costituito la prima parte della Bibbia. Gli evangelisti, S.Paolo e gli altri autori del Nuovo Testamento citano soltanto la versione greca dell'Antico Testamento, e come loro, la maggior parte dei Padri. Con Origene, e dopo di lui Girolamo, inizia il fascino cristiano per la versione ebraica dell'Antico Testamento, un interesse che Lutero manifesterà con forza collocando la versione masoretica ebraica ad un livello superiore della LXX. Bisogna però notare che la lingua (il greco) e il canone (più ampio di quello della versione masoretica) della LXX permettono di cogliere pienamente i rapporti interni tra i due Testamenti (Antico e Nuovo Testamento).
Bisogna riconoscere la differenza reale tra “l'Antico Testamento” e la “Torah scritta” o il “Tanak” malgrado la loro apparente somiglianza. Il cristianesimo, chiamando la prima parte della Bibbia “Antico Testamento”, esprime l'idea che l'Antico Testamento debba essere letto a partire dal Nuovo Testamento. L'ebraismo rabbinico, da parte sua, delimita anch'esso il proprio punto di partenza nei testi della Torah orale che dà il senso alla Torah scritta. Secondo i rabbini, la Torah orale precede la Torah scritta, rivelata sul Sinai, e ciò permette di spiegare come i Patriarchi siano vissuti secondo i comandamenti prima che essi fossero rivelati a Mosè. In ogni caso l'unità della Scrittura è indivisibile. Il testo alla base del cristianesimo (la Bibbia, che unisce Antico e Nuovo Testamento) e quello dell'ebraismo (la Torah che unisce Torah scritta e orale) sono presentati in lingue diverse – il greco per la Bibbia, l'ebraico e l'aramaico per la Torah. Nel cristianesimo è la versione greca dell'Antico Testamento (la LXX) che ha costituito la prima parte della Bibbia. Gli evangelisti, S.Paolo e gli altri autori del Nuovo Testamento citano soltanto la versione greca dell'Antico Testamento, e come loro, la maggior parte dei Padri. Con Origene, e dopo di lui Girolamo, inizia il fascino cristiano per la versione ebraica dell'Antico Testamento, un interesse che Lutero manifesterà con forza collocando la versione masoretica ebraica ad un livello superiore della LXX. Bisogna però notare che la lingua (il greco) e il canone (più ampio di quello della versione masoretica) della LXX permettono di cogliere pienamente i rapporti interni tra i due Testamenti (Antico e Nuovo Testamento).
Il rifiuto del greco da parte dei rabbini e la sua adozione da parte degli Apostoli e dei Padri
sono un elemento essenziale nella rottura tra la Chiesa e la Sinagoga. Poco a poco, l'ebraismo rabbinico ha rifiutato
l'inculturazione della cultura ebraica nella cultura greca, iniziata alcuni secoli prima della nascita del
cristianesimo. Accadde fino al Medio Evo, quando Maimonide tra gli altri, riscopre la filosofia greca. In un primo
tempo i rabbini hanno rigettato la LXX, desiderando così eliminare “una versione greca che la nuova
setta cristiana usava a vantaggio delle sue tesi[24]”, ma
hanno autorizzato altre traduzioni greche per restare in rapporto con gli ebrei ellenizzati. Eppure, in un secondo
tempo, la semplice traduzione della Scrittura è stata malvista: “Le Scritture non devono essere
scritte... in greco. 70 anziani scrissero la Torah per il re Tolomeo in greco, e quel giorno fu per Israele
altrettanto funesto di quello in cui fu fabbricato il vitello d'oro[25]”. I rabbini hanno rigettato gli scritti greci dell'Antico Testamento e hanno usato
una lingua ebraica rinnovata per scrivere la Mishna. Per la Gemara (la seconda parte del Talmud), hanno utilizzato
l'aramaico.
La definizione di un “canone” delle Scritture – la Bibbia per la Chiesa e la
Torah (orale e scritta) per la Sinagoga – rivela due processi decisionali paralleli e non si devono ignorare le
differenze tra i due[26]. Così, nell'ebraismo rabbinico, i
rabbini hanno eliminato gli scritti in greco e la lettura di alcuni altri testi del Tanak troppo legati alla lettura
cristiana dell'Antico Testamento. Non dimentichiamo che i fedeli, ebrei e cristiani, non leggono gli stessi testa tra
quelli che sono apparentemente comuni. Mentre la lettura ebraica dà il primato al Pentateuco (è questa
parte che si trova nel tabernacolo scritta sul rotolo e che riceve l'adorazione rituale), la lettura cristiana
dà il primato ai profeti e ai testi sapienziali, poiché essi rivelano una progressione che conduce al
Nuovo Testamento. Per la lettura ebraica il Talmud di Babilonia trae i suoi fondamenti halakici solo dalla Torah
(Pentateuco) poiché lo considera il solo testo che abbia autorità a questo riguardo[27]. Per la lettura cristiana, è negli ultimi libri dell'Antico
Testamento (i libri profetici nell'ordine seguito nella LXX e non i libri della Sapienza come nella versione ebraica)
che i segni della venuta di Cristo divengono sempre più evidenti.".Vi invito anche a leggere l'articolo messo su Facebook dall'amico Angelo Fazio (il "genietto di Palermo") che è intitolato "Pio XII, gli ebrei ed il mistero dei dispacci".
Nemmeno la Chiesa è in sé antisemita.
Quindi, gli idioti hanno torto su tutti i fronti.
Cordiali saluti.
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