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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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lunedì 2 gennaio 2012

CASO DON GIORGIO, UN ESEMPIO DI PRETE CHE NON FA UN BUON SERVIZIO ALLA CHIESA


Cari amici ed amiche.

Leggete questo commento che è stato scritto all'articolo intitolato "Caso don Giorgio, nuovi sviluppi" e che recita:

"Cerca di svegliarti, dal Papa fino a Scola e tutti quelli come loro vi è solamente il Vaticano politicizzato che non ha niente che a vedere con Dio o Gesù. Papa Luciani è stato ucciso perchè voleva cambiare la politica del Vaticano e raccontare tutta la verità, lo stesso sta facendo Don Giorgio. Spero tanto che non molli, fortunatamente ci son migliaia di persone che lo condividono e che gli danno la forza di continuare la sua lotta.".

Ora, io non sono un prete ma, da cattolico, alcune cose le posso dire.
Un prete è tenuto a rispettare tre voti, la povertà, la castità e l'obbedienza.
Chi vuole fare il prete nella Chiesa cattolica è tenuto a rispettare questi tre voti.
Ora, qualcuno mi può fare un'osservazione riguardo a don Verzé che io ho difeso.
Faccio notare che don Verzé usava i soldi che aveva per fare ospedali e curare i malati e non li teneva per sé.
Quindi, don Verzé era in linea con la tradizione cattolica.
Un prete cattolico deve anche rispettare il voto di castità.
Infatti, un prete è tenuto a rispettare il voto di castità per servire meglio Dio.
Ora arriviamo al voto di obbedienza, che riguarda il caso di oggi.
Un prete è tenuto ad obbedire al Papa, ai vescovi ed ai suoi superiori.
Ora, con quello che dice, don Giorgio De Capitani non rispetta il voto di obbedienza.
La Chiesa non è una caserma ma non è nemmeno un'associazione anarchica.
C'è una tradizione e ci sono delle regole che vanno rispettate.
Con quello che dice, don Giorgio dimostra di non rispettare ciò.
Che prete un sacerdote che incita i fedeli alla disobbedienza?
Ciò è riconosciuto anche nella lettera inviatagli dal Vicario dell'Arcivescovo di Milano, don Roberto Maria Redaelli il 29 giugno 2011.
A mio avviso, se don Giorgio vuole fare il prete si deve conformare a quello che dice Santa Romana Chiesa.
In caso contrario, sarebbe giusto che lasci il sacerdozio e faccia il politico.
Questo modo di fare che tipico di certi sacerdoti non fa un buon servizio alla Chiesa.
Cordiali saluti.

IL VIAGGIO DI JENNI


Cari amici ed amiche.

L'amica Irene Bertoglio ha messo su Facebook questo articolo del sito dell'Associazione culturale "La Torre" che è intitolato "Il viaggio di Jenni" .
Questo articolo parla della ben nota storia della diciassettenne americana Jenni Lake che ha sospeso la chemioterapia, con cui stava curando il tumore di cui è malata, per salvare il bambino che ha in grembo e partorirlo.
Io penso che questo suo gesto debba farci riflettere.
Dare la propria vita per salavarne un'altra è un gesto drammatico e nello stesso tempo nobile.
Nessuno vuole morire e credo che lo stesso discorso valga per anche per Jenni.
Tuttavia, io credo che Jenni abbia preferito sacrificare la propria vita per darla al proprio figlio.
Questo è un gesto di grande nobiltà, il gesto dettato dall'amore di una madre e dall'altruismo che è insito in ognuno di noi.
Questo gesto è grande e credo che debba fare riflettere chi qui in Italia parla di aborto, spesso a sproposito. Questo tema, qui in Italia, è sentito!
Jenni ha preferito morire per salvare il proprio figlio che non uccidere quest'ultimo e sé stessa.
Infatti, l'aborto non toglie la vita solo al bambino ma anche alla madre.
La madre che sceglie di abortire, infatti, dovrà vivere poi con il peso di avere negato la vita ad un'altra persona, il proprio figlio.
Questo, per certi versi, può essere peggio della morte.
Abortisti, imparate questa lezione!
Cordiali saluti.

COMMENTO ALLA NOTIZIA DEL WALL STREET JOURNAL

Cari amici ed amiche.

Fa discutere la notizia riportata dal Wall Street Journal che dice che la cancelliera tedesca Angela Merkel abbia fatto pressioni sul Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per fare sì che il presidente Berlusconi desse le dimissioni.
I protagonisti della vicenda hanno smentito.
Io non credo che la cancelliera tedesca abbia fatto pressioni sul presidente della Repubblica, almeno in maniera diretta.
Il presidente Berlusconi non piaceva a Francia e Germania.
Basti ricordarsi di quella brutta scena in cui, durante una conferenza, il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ed Angela Merkel si sono messi a ridere dell'Italia, allora governata dal presidente Berlusconi.
Inoltre, stranamente, prima che il presidente Berlusconi desse le dimissioni, lo spread tra Btp e Bund saliva alle stelle ed intorno alla figura del presidente stesso vi era un clima mediatico molto pesante.
Se è vero che non vi sono state pressioni dirette sul Presidente della Repubblica per fare dimettere il presidente Berlusconi è altrettanto vero il fatto che si sia fatto di tutto per fare cadere quest'ultimo.
Prima, hanno provato a fare cadere il presidente Berlusconi con la via giudiziaria e poi con il gossip.
In seguito, hanno cercato di fare cadere il Governo tentando in tutti modi di togliergli la maggioranza.
Questa serie di circostanze è stata, quantomeno, sospetta, come trovo che siano state sospette certe defezioni nelle file del centro-destra.
C'è chi dice che cambiare idea sia segno di intelligenza...ma qui c'è stato qualcosa di strano.
Forse, non c'è stata una pressione diretta sul capo dello Stato ma qualcosa di strano c'è stato.
Inoltre, vorrei riportarvi un'altra notizia molto interessante.
Questa notizia proviene dal sito "Questa è la sinistra italiana" ed è intitolata "Il discorso di Napolitano? E' stato seguito solo dal 16% degli italiani".
Io non ero in quel 16%.
Effettivamente, la realtà non è quella presentata da certi giornali e siti che hanno "incoronato" il Presidente della Repubblica, ribattezzandolo "re Giorgio".
Ho sentito parecchia gente e non è contenta dell'attuale situazione politica ed anche il Presidente della Repubblica è calato molto nella popolarità.
Sembra quasi che nei confronti del presidente della Repubblica si stia facendo un trattamento uguale e contrario a quello che è stato riservato al presidente Berlusconi.
Quest'ultimo, infatti, veniva presentato come un mostro e veniva accusato di ogni nefandezza.
Il Presidente della Repubblica, invece, è stato quasi "canonizzato" da una certa stampa.
Io penso che sia la politica e sia la stampa debbano riavvicinarsi ai cittadini.
Se non fanno così, rischiano di non essere più credibili.
Cordiali saluti.

domenica 1 gennaio 2012

ARBRESHE, CHI SONO?


Cari amici ed amiche.

In alcuni borghi dell'Italia centro-meridionale si parla albanese.
Questi borghi sono abitati da popolazioni di origine albanese ma non vennero qui nel XXI secolo.
Queste sono le popolazioni arbreshe.
Gli arbreshe sono popolazioni di origini albanesi che vivono in alcuni borghi dell'Italia centro-meridionale da secoli.
Il loro arrivo risale al XV secolo.
L'Albania, infatti, faceva parte dell'Impero Romano d'Oriente.
Dopo essere stato distrutto dalle guerre civili del XIV secolo, quest'ultimo fu conquistato dai Turchi Ottomani.
Molti serbi, croati, greci ed albanesi scapparono da quelle terre, poiché subivano vessazioni.
Ad esempio loro figli venivano tolti alle loro famiglie, convertiti all'Islam con la forza ed addestrati a diventare Giannizzeri, i soldati che facevano parte della fanteria dell'Impero Ottomano, il cui corpo risale all'epoca del sultano Orkhan. nel XIV secolo.
Gli esuli di quelle terre furono di varie tipologie.
Infatti, ci furono i dotti bizantini ( che contribuirono a fare conoscere la cultura greca che caratterizzò il Rinascimento), gli artigiani serbi e croati, i contadini albanesi ed i nobili di tutte queste etnie.
Numerosi villaggi spopolati dell'Italia centro-meridionale tornarono a nuova vita.
Pensiamo, per esempio, a Villa Badessa (una frazione di Rosciano, in Abruzzo) ad Ururi e a Campomarino (in Molise) o a Spezzano Albanese, a Cavallarizzo e a San Benedetto Ullano (in Calabria) oppure a Contessa Entellina (in Sicilia).
Riguardo agli albanesi, tra di loro ci furono anche militari Giorgio Castriota Skanderg (1405-1468), l'eroe nazionale albanese che, dopo essersi convertito all'Islam (per i motivi prima citati), tornò alla fede cristiana e combatté i Turchi.
Anche questi fu legato all'Italia.
La sua famiglia, infatti, ebbe il possesso di Soleto (un paese della Provincia di Lecce).
Suo figlio Giovanni sposò Irene Paleologo, una parente stretta dell'imperatore Costantino XI, l'ultimo imperatore bizantino e martire cristiano che morì a Costantinopoli, il 29 maggio 1453, durante lo scontro con i Turchi.
Quindi, qui in Italia potrebbero esserci anche i discendenti della famiglia imperiale di Costantinopoli.
Tuttavia, questi arbreshe furono molto importanti per l'Italia e per i cristiani.
Dopo avere conquistato Costantinopoli (ed averla trasformata in Istanbul) il sultano Mehmet II Fatih volle fare lo stesso anche con Roma.
Già il sultano diede a Roma il nome turco, che fu Kizil Elma (che in italiano significa "Mela Rossa"), e ebbe il progetto di trasformare la basilica di San Pietro in moschea.
Il progetto rischiò di concretarsi nel 1480.
In quell'anno, una flotta turca capitanata da Gedik Ahmet Pascià (noto come Giacometto, un albanese convertito all'Islam che fu anche governatore del sangiaccato di Valona) attaccò la città di Otranto.
I Turchi entrarono nella città pugliese e massacrarono il vescovo Stefano Agricoli e parte dei cittadini che erano asserragliati in chiesa, dopo che questi rifiutarono di convertirsi all'Islam.
I Turchi vollero imporre agli otrantini la conversione all'Islam.
Questi ultimi rifiutarono e furono trucidati.
Durante questi massacri un soldato turco decapitò un otrantino.
Il corpo decapitato rimase in piedi e la storia vuole che il carnefice si convertisse al Cristianesimo.
I Turchi non accettarono ciò ed uccisero anche lui.
Nei piani di Mehmet II, Otranto sarebbe dovuta essere la base da cui fare partire la conquista dell'Italia e di Roma.
Il duca Alfonso d'Aragona riuscì a riprendere il controllo della situazione.
Tra il 03 e ed 04 maggio 1481, il sultano Mehmet II morì.
Il duca di Calabria Alfonso d'Aragona riprese il controllo della situazione e l'assedio turco fallì.
Tanta parte del lavoro, però, fu fatto dalle milizie albanesi che erano al servizio di Alfonso d'Aragona.
In pratica gli albanesi d'Italia furono organizzati come le compagnie di ventura che furono capitanate da Demetrio Reres e che nel 1448 combatterono per re Alfonso I D'Aragona.
Quindi, questi albanesi contribuirono a salvare l'Italia e la cristianità.
Questi albanesi mantennero le peculiarità che li contraddistinsero.
Infatti, conservarono la lingua ed i riti ortodossi.
Questi ultimi però vennero organizzati in una chiesa cattolica di rito greco-bizantino.
Oggi vi sono due eparchie (diocesi di rito bizantino) che sono quella di Lungro (per l'Italia meridionale) e quella di Piana degli Albanesi (per la Sicilia).
Questi sono i paesi italiani in cui vi sono ancora le comunità Arbreshe:

Queste comunità meritano di essere valorizzate poiché vissero la storia italiana e, come ho detto prima, contribuirono a salvare l'Italia e la cristianità.
Tra l'altro, vi è anche una curiosità.
Pare che il cannolo siciliano fosse nato nella zona di Piana degli Albanesi.
Quindi, il noto dolce siciliano potrebbe essere di origine albanese o greca.
Cordiali saluti.

DIECI ANNI DI DI EURO


Cari amici ed amiche.

Oggi, l'Euro, la moneta dell'Unione Europea, compie dieci anni.
Di certo, questo decennio della moneta europea è stato pieni di alti e bassi.
Sicuramente, le ombre sono molte di più delle luci e la crisi attuale dimostra ciò in modo lampante, tanto da mettere in discussione l'esistenza stessa della moneta.
Perché sta avvenendo ciò?
I motivi della crisi dell'Euro sono molteplici ma uno è fondamentalmente quello principale.
L'Euro, infatti, è caratterizzato da un vulnus culturale.
Nella storia, nessuna moneta è nata prima della propria realtà politica.
L'Euro, in questo senso, rappresenta un'anomalia.
Infatti, esso è l'unico elemento "realmente europeo", poiché sotto tutti gli altri aspetti il continente è diviso e le istituzioni europee sono solo delle gigantesche macchine burocratiche che fanno normative spesso assurde, come quelle sulle misure dei piselli e dei cetrioli o sulla rotondità dei meloni, o dannose, come quella che prevede la possibilità di fare l'aranciata senza succo d'arancia.
L'Unione Europea, di fatto, non esiste.
Quello che potrebbe realmente unire l'Europa, come la comune radice giudaico-cristiana degli Stati membri, non è stato nemmeno citato.
Gli Stati membri hanno ceduto parte delle loro sovranità ad un insieme di istituzioni che non hanno capo né coda.
Quindi, l'Euro rappresenta solo un'istituzione fantomatica.
Nella storia, una cosa del genere non è mai successa.
Anche gli Stati universali erano prima della propria moneta.
Cito, ad esempio, il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Prima nacquero le sue istituzioni poi venne la sua moneta, il Pondus.
La storia dell'Euro è completamente diversa.
Se poi aggiungiamo il fatto che alcuni Paesi membri (come il Regno Unito) non lo abbiano adottato, il quadro è completo.
L'Euro, infatti, non rappresenta nemmeno l'intera Unione Europea.
Oggi, sono emerse tutte le contraddizioni di questa moneta che rappresenta delle istituzioni politiche farraginose.
Inoltre, va detta anche un'altra cosa.
Molti Paesi sono entrati nell'Euro senza prima avere messo a posto i propri bilanci.
Aveva ragione Helmut Khol, cancelliere tedesco negli anni '90, quando affermò che si sarebbe dovuta fare un'Europa a "due velocità". Essa sarebbe stata caratterizzata da due aree, un "nucleo duro" che avrebbe compreso la Francia, la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi ed il Lussemburgo e che avrebbe avuto l'accesso diretto alla moneta unica, ed un'area periferica, che avrebbe compreso gli altri Paesi (tra cui l'Italia) e che avrebbe avuto accesso al "nucleo duro" solo dopo avere rimesso a posto i propri bilanci e le questioni interne.
Qui in Italia, vi è un'altra questione, il valore di cambio Lira-Euro.
Infatti, è chiaro che il valore di cambio di un Euro equivalente a 1936, 27 Lire sia favorevole a Stati come Germania e Francia.
In pratica, un Euro equivale a 2000 Lire poiché è facile arrotondare per eccesso.
Che l'Euro fosse stato fatto a favore di Francia e Germania lo dimostra anche il fatto che l'unità di riferimento (la moneta da 1 Euro) sia di metallo e non una banconota cartacea.
La nostra Lira, ad esempio, aveva come riferimento la banconota da 1000 lire, sul modello Dollaro americano.
Infatti, anche quest'ultimo ha come riferimento la banconota, quella da 1 Dollaro.
Il Marco tedesco ed il Franco francese avevano come riferimento le monete in metallo.
Quindi, per noi italiani, una moneta da un Euro non ha mai dato la percezione di valere quasi 2000 Lire.
Da qui nascono altri problemi.
Inoltre, per entrare nell'Euro, nel 1997, il Governo dell'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, ci fece pagare una pesante tassa l'"Eurotassa".
Di certo, l'"Eurotassa" fu una delle tante che frenò la nostra economia.
Questa crisi dimostra la debolezza di questo Euro e di questa Europa.
Se si vuole salvare, l'Unione Europea farebbe bene a cambiare, per non essere travolta dalla crisi.
Per questo, l'esperienza attuale dell'Euro non può essere considerata in modo positivo.
Cordiali saluti.

SICILIA ED INGHILTERRA



Cari amici ed amiche.

In una puntata della trasmissione "Passepartout" , il noto storico dell'arte dell'arte (e conduttore della trasmissione) Philippe Daverio è andato in Sicilia, a Palermo, per mostrare i monumenti del XIX e del XIX secolo.
E' andato anche nel museo di Palazzo Abatellis, che fu restaurato da Carlo Scarpa (1906-1978) negli anni '50 del secolo scorso.
Questo musei ospita statue ed elementi architettonici dei secoli passati.
Uno di questi mi ha colpito ed era una finestra gotica che oggi si trova sul muro.
Notoriamente, a Palermo vi sono monumenti in stile gotico-catalano.
Pensiamo ai campanili della cattedrale di Palermo.
Quella finestra, invece, era sì di stile gotico ma sembrava uno stile gotico assai più simile a quello delle chiese francesi ed inglesi che non a quella di monumenti di stile gotico-iberico.
Ora, come ha detto anche lo stesso Philippe Daverio, Palermo è una città che nei secoli cambiò pelle.
Ad esempio, la Palermo che c'era prima del 1861 fu molto diversa da quella degli anni successivi.
Ad esempio, furono fatti il Teatro Massimo ed il Teatro Politeama.
Questo discorso vale anche per le epoche precedenti.
Ora, il gotico catalano fu importato dagli Aragonesi a partire dal XIII secolo.
Prima degli Aragonesi, andando a ritroso, ci furono gli Angiò, gli Svevi, i Normanni, gli Arabi, i Bizantini, i Vandali, i Romani, i Greci e Fenici ed i Sicili e Sicani.
Ora, potrebbe darsi che l'epoca normanna, un'epoca che mise insieme (sotto il dominio dei Normanni) la Sicilia, l'Italia meridionale, la Francia e l'Inghilterra.
Ora, alcuni elementi artistici che si trovano in Palazzo Abatellis (come in altre parti della città) si trovano anche in Francia e in Inghilterra.
Guarda caso, ho preso una foto della cattedrale di Canterbury.
Ad esempio, finestroni della parte superiore della facciata della cattedrale somigliano alle porte di Palazzo Abatellis (e questo è già un indizio) come la succitata finestra gotica ed alcune statue che si trovano nel museo dello stesso palazzo somigliano ad elementi decorativi di chiese inglesi, come la cattadrale di Wells o altri luoghi di culto simili.
Questo ci deve fare riflettere e non è da escludere che nella Palerno medioevale potessero esserci state delle chiese simili (se non eguali) a quelle inglesi e francesi.
Serve una ricerca più accurata.
Infatti, l'arte potrebbe non essere l'unicaq cosa che lega inglesi e siciliani.
Cordiali saluti e buon anno.

sabato 31 dicembre 2011

MESSA DI FINE D'ANNO DI PAPA BENEDETTO XVI


Cari amici ed amiche.

Innanzitutto, vi auguro buon anno.
Ieri, il Santo Padre Benedetto XVI ha detto delle cose molto importanti, durante la Messa di fine d'anno.
Questo è il testo dell'omelia che ho preso dal blog "Il Magistero di Benedetto XVI":

"Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!


Siamo raccolti nella Basilica Vaticana per celebrare i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio e per rendere grazie al Signore al termine dell’anno, cantando insieme il Te Deum.
Ringrazio voi tutti che avete voluto unirvi a me in questa circostanza sempre densa di sentimenti e di significato. Saluto in primo luogo i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, i religiosi e le religiose, le persone consacrate ed i fedeli laici che rappresentano l’intera comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto le Autorità presenti, ad iniziare dal Sindaco di Roma, ringraziandolo per il dono del calice che, secondo una bella tradizione, ogni anno si rinnova. Auspico di cuore che non manchi l’impegno di tutti affinché il volto della nostra Città sia sempre più consono ai valori di fede, di cultura e di civiltà che appartengono alla sua vocazione e alla sua storia millenaria.
Un altro anno si avvia a conclusione mentre ne attendiamo uno nuovo: con la trepidazione, i desideri e le attese di sempre. Se si pensa all’esperienza della vita, si rimane stupiti di quanto in fondo essa sia breve e fugace. Per questo, non poche volte si è raggiunti dall’interrogativo: quale senso possiamo dare ai nostri giorni? Quale senso, in particolare, possiamo dare ai giorni di fatica e di dolore? Questa è una domanda che attraversa la storia, anzi attraversa il cuore di ogni generazione e di ogni essere umano. Ma a questa domanda c’è una risposta: è scritta nel volto di un Bambino che duemila anni fa è nato a Betlemme e che oggi è il Vivente, per sempre risorto da morte. Nel tessuto dell’umanità lacerato da tante ingiustizie, cattiverie e violenze, irrompe in maniera sorprendente la novità gioiosa e liberatrice di Cristo Salvatore, che nel mistero della sua Incarnazione e della sua Nascita ci fa contemplare la bontà e la tenerezza di Dio. Dio eterno è entrato nella nostra storia e rimane presente in modo unico nella persona di Gesù, il suo Figlio fatto uomo, il nostro Salvatore, venuto sulla terra per rinnovare radicalmente l’umanità e liberarla dal peccato e dalla morte, per elevare l’uomo alla dignità di figlio di Dio. Il Natale non richiama solo il compimento storico di questa verità che ci riguarda direttamente, ma, in modo misterioso e reale, ce la dona di nuovo.
Come è suggestivo, in questo tramonto di un anno, riascoltare l’annuncio gioioso che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della Galazia: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Queste parole raggiungono il cuore della storia di tutti e la illuminano, anzi la salvano, perché dal giorno del Natale del Signore è venuta a noi la pienezza del tempo. Non c’è, dunque, più spazio per l’angoscia di fronte al tempo che scorre e non ritorna; c’è adesso lo spazio per una illimitata fiducia in Dio, da cui sappiamo di essere amati, per il quale viviamo e al quale la nostra vita è orientata in attesa del suo definitivo ritorno.

Da quando il Salvatore è disceso dal Cielo, l’uomo non è più schiavo di un tempo che passa senza un perché, o che è segnato dalla fatica, dalla tristezza, dal dolore. L’uomo è figlio di un Dio che è entrato nel tempo per riscattare il tempo dal non senso o dalla negatività e che ha riscattato l’umanità intera, donandole come nuova prospettiva di vita l’amore, che è eterno.

La Chiesa vive e professa questa verità ed intende proclamarla ancora oggi con rinnovato vigore spirituale. In questa celebrazione abbiamo speciali ragioni di lodare Dio per il suo mistero di salvezza, operante nel mondo mediante il ministero ecclesiale. Abbiamo tanti motivi di ringraziamento al Signore per ciò che la nostra comunità ecclesiale, nel cuore della Chiesa universale, compie al servizio del Vangelo in questa Città. A tale proposito, unitamente al Cardinale Vicario, Agostino Vallini, ai Vescovi Ausiliari, ai Parroci e all’intero presbiterio diocesano, desidero ringraziare il Signore, in particolare, per il promettente cammino comunitario volto ad adeguare alle esigenze del nostro tempo la pastorale ordinaria, attraverso il progetto «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale». Esso ha l’obiettivo di porre l’evangelizzazione al primo posto, al fine di rendere più responsabile e fruttuosa la partecipazione dei fedeli ai Sacramenti, così che ciascuno possa parlare di Dio all’uomo contemporaneo e annunciare con incisività il Vangelo a quanti non lo hanno mai conosciuto o lo hanno dimenticato.
La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria anche per la Diocesi di Roma. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione come due ali con cui lo spirito umano si innalza alla contemplazione della Verità (cfr GIOVANNI PAOLO II, Enc. Fides et ratio, Prologo); rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede non come atto a sé, isolato, che interessa qualche momento della vita, ma come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale.
In questo quadro di riferimento, nel Convegno diocesano dello scorso giugno la Diocesi di Roma ha avviato un percorso di approfondimento sull’iniziazione cristiana e sulla gioia di generare nuovi cristiani alla fede. Annunciare la fede nel Verbo fatto carne, infatti, è il cuore della missione della Chiesa e l’intera comunità ecclesiale deve riscoprire con rinnovato ardore missionario questo compito imprescindibile. Soprattutto le giovani generazioni, che avvertono maggiormente il disorientamento accentuato anche dall’attuale crisi non solo economica ma anche di valori, hanno bisogno di riconoscere in Gesù Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 10).
I genitori sono i primi educatori alla fede dei loro figli fin dalla più tenera età; pertanto è necessario sostenere le famiglie nella loro missione educativa attraverso opportune iniziative. In pari tempo, è auspicabile che il cammino battesimale, prima tappa dell’itinerario formativo dell’iniziazione cristiana, oltre a favorire la consapevole e degna preparazione alla celebrazione del Sacramento, ponga adeguata attenzione agli anni immediatamente successivi al Battesimo, con appositi itinerari che tengano conto delle condizioni di vita che le famiglie devono affrontare. Incoraggio quindi le comunità parrocchiali e le altre realtà ecclesiali a proseguire con impegno nella riflessione per promuovere una migliore comprensione e recezione dei Sacramenti attraverso i quali l’uomo è reso partecipe della vita stessa di Dio. Non manchino alla Chiesa di Roma fedeli laici pronti ad offrire il proprio contributo per edificare comunità vive, che permettano alla Parola di Dio di irrompere nel cuore di quanti ancora non hanno conosciuto il Signore o si sono allontanati da Lui. Al tempo stesso, è opportuno creare occasioni di incontro con la Città, che consentano un proficuo dialogo con quanti sono alla ricerca della Verità.
Cari amici, dal momento che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito, perché noi potessimo ottenere la figliolanza adottiva (cfr Gal 4,5), non può esistere per noi compito più grande di quello di essere totalmente al servizio del progetto divino. A tale proposito desidero incoraggiare e ringraziare tutti i fedeli della Diocesi di Roma, che sentono la responsabilità di ridonare un’anima a questa nostra società. Grazie a voi, famiglie romane, prime e fondamentali cellule della società! Grazie ai membri delle molte Comunità, delle Associazioni e dei Movimenti impegnati ad animare la vita cristiana della nostra Città!
«Te Deum laudamus!» Noi ti lodiamo, Dio! La Chiesa ci suggerisce di non terminare l’anno senza rivolgere al Signore il nostro ringraziamento per tutti i suoi benefici. È in Dio che deve terminare l’ultima nostra ora, l’ultima ora del tempo e della storia. Dimenticare questo fine della nostra vita significherebbe cadere nel vuoto, vivere senza senso. Per questo la Chiesa pone sulle nostre labbra l’antico inno Te Deum. È un inno pieno della sapienza di tante generazioni cristiane, che sentono il bisogno di rivolgere in alto il loro cuore, nella consapevolezza che siamo tutti nelle mani piene di misericordia del Signore.
«Te Deum laudamus!». Così canta anche la Chiesa che è in Roma, per le meraviglie che Dio ha operato e opera in essa. Con l’animo colmo di gratitudine ci disponiamo a varcare la soglia del 2012, ricordando che il Signore veglia su di noi e ci custodisce. A Lui questa sera vogliamo affidare il mondo intero. Mettiamo nelle sue mani le tragedie di questo nostro mondo e gli offriamo anche le speranze per un futuro migliore. Deponiamo questi voti nelle mani di Maria, Madre di Dio, Salus Populi Romani. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana".

Queste parole trasudano saggezza ed invitano noi cristiani (e cattolici) ed essere il "sale della Terra".
Come dice il Vangelo, se il sale perde il suo sapore e che serve?
Queste sono parole che valgono per i preti, perché essi facciano sì che la recezione dei Sacramenti sia per noi semplici fedeli perché cerchiamo di fare capire agli altri cosa significhi essere cristiani.
Essere cristiani non significa solo fare la carità ed essere buoni.
Questo lo possono fare tutti i filantropi del mondo.
Essere cristiani vuole dire essere dei "piccoli Cristi".
Infatti, Gesù Cristo parlò di carità, di amore e di misericordia ma seppe anche essere duro ed inflessibile, nel difendere certi valori, come la famiglia e la vita.
Il "marchio di fabbrica" dell'essere cristiani è questo.
Allora, riflettiamo!
Dobbiamo anche affidarci a Dio.
Soprattutto in questo momento difficile, noi dobbiamo portare quel messaggio di speranza che Dio ci ha dato.
Il messaggio è Gesù Cristo stesso.
Termino, facendo gli auguri di buon compleanno a don Claudio Hitaj, il parroco di una parrocchia di Bagnone (Carrara) che si è sempre nell'opera culturale della trasmissione del messaggio cristiano.
Ci vorrebbero tante figure simili a lui.
Termino anche con la PREGHIERA PER IL NUOVO ANNO che è stata scritta dal giovane contadino sudamericano Arley Tuberqui.
Ringrazio l'amico Angelo Fazio che l'ha messa su Facebook:
La preghiera recita:

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.

Arley Tuberqui
giovane contadino sudamericano


Cordiali saluti e buon anno nuovo.

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Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.