The Liberty Bell of Italy, una voce per chi difende la libertà...dalla politica alla cultura...come i nostri amici americani, i quali ebbero occasione di udire la celebre campana di Philadelphia nel 1776, quando fu letta la celeberrima Dichiarazione di Indipendenza. Questa è una voce per chi crede nei migliori valori della nostra cultura.
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Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino
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giovedì 29 dicembre 2011
IL DISCORSO DI MONTI? NON MI SEMBRA CHE APPORTI NOVITA'!
Cari amici ed amiche.
Il video qui sopra mostra un pezzo della conferenza di fine anno che è stata tenuta dal presidente del Consiglio Mario Monti, che ha ricevuto la tessera dell'Albo dei Giornalisti.
Il suo non mi sembra un discorso improntato al cambiamento.
In pratica, il premier ha detto che la "fase 2" è il proseguimento della "fase 1", quella dell'ultima manovra economica che ha portato nuove tasse.
Noi ci troviamo in un sistema bloccato che ha bisogno di vere riforme, sia delle istituzioni (federalismo) e sia di vari settori della società (come il mercato del lavoro).
Anche dal suo discorso, non mi sembra che l'azione del presidente Monti sia in grado di fare ciò.
In primo luogo, con questa pressione fiscale è difficile riuscire a parlare di crescita.
Le aziende sono tartassate come i semplici cittadini.
Per pensare alla crescita servono riforme vere, come l'abolizione di certi privilegi.
Ad esempio, incominciamo a togliere i privilegi fiscali delle cooperative.
Esse non sono associazioni no-profit ma sono vere e proprie aziende.
Se incominciassimo a fare così, l'Italia andrebbe già meglio.
Su Facebook, ho letto questa riflessione dell'onorevole Gianni Fava (Lega Nord) che recita:
"Grazie Monti e grazie Napolitano Un amico ha appena inviato questo messaggio:Ahi Ahi, ora sono davvero dolori. Con l’asta di titoli di stato a media e lunga scadenza appena conclusa è stata spazzata via la speranza che le banche sarebbero intervanute ancora una volta sul mercato primario (come ieri) a comprare anche scadenze a medio o lungo termine.Invece niente, nisba, l’asta appena conclusa si è rivelata un disastro epocale in considerazione del regalone che la BCE ha appena fatto anche al nostro sistema bancario. Ieri le banche sono intervenute facendo il calcolo si poter rivedere il denaro investito nei prossimi 6 mesi(Buona Fortuna…), oggi invece no. 5 7 e 10 anni fanno paura e non c’è accordo che tenga.Vorrei fare notare che “salva Italia” del governo Monti è pienamente approvata e operativa da giorni e che, udite udite, oggi verrà annunciata la mirabolante fase 2 per la crescita. Comunque ecco il miserabile risultato raccolto dal governo dei meglio studiosi e cattedratici italiani All’asta di oggi sono stati collocati 6,2 miliardi di Btp a fronte dei 7,5 miliardi offerti: i Btp triennali erano stati richiesti, a fronte di un’offerta massima di 3 miliardi, per 3,462 mld ma il Tesoro ha preferito assegnarne 2,537 mld.Si tratta di un importo quindi inferiore all’offerta. I decennali, con scadenza 1 marzo 2022, sono stati interamente collocati per un importo massimo offerto di 2,5 mld (a fronte di richieste pari a 3,391 mld). Per i Btp decennali con scadenza 1 settembre 2021, l’importo collocato (1,176 mld) e’ stato inferiore ai 2 mld offerti. Le richieste degli operatori erano ammontate a 1,856 mld.ASTA BTP, A DIECI ANNI RENDIMENTO CALA AL 6,98%. Il rendimento dei Btp a 10 anni all’asta di oggi e’ calato al 6,98% dal record storico dall’introduzione dell’Euro del 7,56% dall’asta di fine novembre. RENDIMENTI CCT A 7 ANNI SALGONO AL 7,42% Nell’asta odierna i rendimenti dei Cct a 7 anni sono saliti al 7,42% dal 4,52% di fine agostoSPREAD BTP/BUND SALE SOPRA 520 PUNTI DOPO ASTA = Lo spread tra Btp decennali e Bund equivalenti e’ salito a 522 punti base dopo la comunicazione dei risultati dell’asta di Btp. I rendimenti dei titoli a dieci anni, sebbene calati, restano vicini alla soglia d’allarme del 7%, e il Tesoro non e’ riuscito a collocare l’importo massimo previsto. Vorrei puntualizzare:il tesoro ha preferito assegnare solo 2,537 mld di BTP a 10 anni…. cioè per assegnarli tutti avrebbe dovuto accettare rendimenti insostenibili. I CCT a 7 anni invece se ne sono volati al 7,42% al massimo di sempre. Aspetto con ansia il servizietto televisivo in cui ci verrà propinato che in fondo, l’asta dei BTP è andata bene visto che i rendimenti sono calati dal massimo. In realtà l’asta dei BTP è stata un completo e totale fallimento. NON SIAMO RIUSCITI A COLLOCARLI!".
L'onorevole Fava mi trova d'accordo.
Questa operazione del governo mi sembra quella che fece re Enrico VIII nel 1540, quando dissolse in monasteri in Inghilterra.
Il re rivendette le terre monastiche ma il guadagno che ebbe non fu così elevato.
Intanto, re Enrico VIII distrusse tanta parte del patrimonio storico e culturale del suo Paese.
Cordiali saluti.
LO ZAMPONE
Cari amici ed amiche.
Il video qui sopra mostra la storia di un prodotto italiano molto antico, lo zampone.
Giusto quest'anno, esso compie il 500° anno.
La sua terra d'origine è il Modenese, precisamente il Comune di Mirandola.
Lo zampone nacque nel 1511, durante un assedio operato dalle truppe di Papa Giulio II alla città di Mirandola.
Le truppe papali stavano vincendo.
Per non lasciarli agli assedianti, i mirandolesi macellarono i maiali.
Da lì nacque l'idea di fare un impasto di carne, grasso e cotenna di suino che venne poi insaccato nella pelle delle zampe anteriori dell'animale.
Secondo il disciplinare dello zampone IGP di Modena, l'impasto deve essere costituito da muscolatura striata, grasso, cotenna, sale e pepe. Quest'ultimo può essere macinato o meno.
Da una situazione di grave necessità, qual era l'assedio di Mirandola, nacque un prodotto che tutto il mondo apprezza.
Lo zampone deve essere mangiato previa cottura.
Esso viene lessato e consumato con un contorno di lenticchie in umido o con un purè di patate.
In Emilia-Romagna, c'è chi lo consuma con uno zabaione all'aceto balsamico di Modena, per fare il quale vi è la seguente ricetta, che è molto antica:
Ingredienti.
2 tuorli d'uovo, 1 cucchiaino raso di zucchero, 1 pizzico di sale, 2 cucchiaini di marsala, 1 cucchiaino di aceto balsamico tradizionale di Modena, un pizzico di Maizena.
Procedimento.
Montare a spuma con le fruste elettriche i tuorli d'uovo con lo zucchero.
Unire un pizzico di sale, 2 cucchiai di marsala e un cucchiaino di balsamico tradizionale.
Cuocere a bagnomaria e unire un pizzico di Maizena. Quando sta per bollire è pronto.
Simile allo zampone è il cotechino. Quest'ultimo è fatto con la stessa pasta dello zampone ma l'involucro non è la pelle delle zampe anteriori del maiali ma il budello.
Io credo che un prodotto simile meriti una grande festa per questo suo 500° compleanno.
In questa pietanza vi è la cultura di un territorio il cui popolo ama la vita e la convivialità.
Cordiali saluti.
RONCOFERRARO, SI TORNA A PARLARE DI FOSSIL FREE ENERGY
Cari amici ed amiche.Sul sito del Comitato di Roncoferraro dell'Associazione Civica Mantovana (ACM) è comparso questo articolo che è intitolato "Fossil Free Energy, nessuno si indigna" e che recita:
"Negli ultimi tempi siamo stati “socialmente percossi” dall’utilizzo di un termine divenuto oltremodo ricorrente: Indignazione.
Una parola che raccoglie uno slogan, una necessità, uno status, fotografando un anacronistico senso di unione che si sta (o si starebbe) risvegliando in gran parte della popolazione mondiale.
Si è parlato sempre di indignazione facendo riferimento ad eventi o a situazioni di natura macroscopica, veicolati da imponenti mezzi di comunicazione ed in quanto tali in grado di far forte presa su gran parte dell’opinione pubblica e pertanto delle masse. Basti pensare agli “indignados”, fenomeno di portata mondiale che tratta perlopiù tematiche inerenti grandi questioni economiche globali (tra l’altro per molti difficilmente comprensibili).
In questo modo si rischia di connotare l’indignazione e la sua conseguente estrinsecazione, come sentimenti giustificati solo quando scaturiscono da problematiche che possono investire una realtà estremamente diffusa .
Così non è e non deve essere. L’indignazione è un risentimento prima di tutto Privato, Personale, Individuale: “La mia morale è toccata direttamente da qualcosa, pertanto mi indigno e in quanto tale estrinseco la mia rabbia pubblicamente”.
Così ragionando si ritrova la necessità di sfoderare l’indignazione per tematiche più circoscritte, anche in senso territoriale.
Nel comune di Roncoferraro, per motivazioni perlopiù culturali, l’indignazione è sempre stata restia a stanarsi, se non in poche sporadiche eccezioni, che qui non citeremo.
Questo ha indiscutibilmente contribuito all’opacizzazione della discussione pubblica perno che regola l’intera “vita democratica”.
Risulta sempre più difficile poter partecipare al bar, in chiesa o in piazza (luoghi tra l’altro sempre meno frequentati) a discussioni riguardanti gli avvenimenti che interessano la nostra comunità locale, essendo la nostra attenzione distolta da fenomeni e problematiche più Grandi ma stranamente più accessibili.
Ed è proprio per questo che noi dell’Acm, come al solito in controtendenza, abbiamo deciso di raccontarvi una storia che ci riguarda tutti da vicino.
Nell’ormai lontano inverno del 2007 , proprio nel nostro capoluogo, è entrato in funzione, come tutti ben ricorderete, un importante impianto a “Biomasse” con lo scopo di riqualificare gli impianti di riscaldamento di alcune strutture pubbliche (comune, scuole, biblioteca e piscina).
Il nobile impianto denominato addirittura “Fossil Free Energy” era indiscutibilmente identificabile come “Verde” cioè rispettoso dell’ambiente, perché essendo alimentato da cippato di legno prodotto sul territorio avrebbe garantito un equilibrio tra le emissioni di CO2 generate dall’utilizzo della struttura con la CO2 assorbita, durante la loro vita, dalle piante utilizzate per ricavarne il combustile.
La costruzione di una struttura di questo calibro, naturalmente, necessitava di una massiccia disponibilità di risorse finanziarie: si aggirava appunto attorno ad 1.000.000 di Euro il costo complessivo.
Lo slancio economico per la realizzazione dell’opera è arrivato dall’Unione Europea che si offrì di anticipare interamente le spese di costruzione, garantendo a fondo perduto il 40% (cioè 400.000€) ma pretendendo la restituzione del restante 60% (600.00 €) da parte dell’amministrazione comunale in 20 anni.
La nobiltà dell’opera, congiuntamente ai sacrifici economici necessari per realizzarla, rese tangibile il fiero auto-compiacimento dell’amministrazione: Campagne pubblicitarie, riunioni, cartelli sparsi sul territorio.
I più scettici vennero “normalmente” additati come rivali politici, confinando così anche i loro timori nel dibattito politico.
Fatto sta che gli anni sono passati, ci siamo abituati a vedere l’impianto ubicato vicino al palazzetto dello sport di Roncoferraro (localizzazione secondo alcuni discutibile) e dei nobili obbiettivi per i quali è stato costruito ormai nessuno parla più.
In data 21/11/11 il 12° punto all’ordine del giorno del consiglio comunale trattava l’interpellanza presentata dal nostro comitato Acm che pretendeva di aver delucidazioni in merito alla gara d’affidamento dell’impianto Fossil Free (che riteniamo essere stata oltremodo frettolosa e troppo esclusiva).
Durante la discussione il sindaco si è praticamente messo a nudo affermando che l’impianto evidentemente non funziona come dovrebbe, tant’è che i costi di gestione risultano essere molto superiori a quelli preventivati.
Le lievitazione dei costi è stata fondamentalmente attribuita all’impossibilità di reperimento del cippato sul nostro territorio vista l’ormai consolidata contrarietà dei nostri agricoltori di offrirsi alla coltivazione delle pioppelle da cui ricavarlo; tale condizione costringe i gestori dell’impianto ad acquistare il cippato presso fornitori “extramuros”, provenienti soprattutto dal Sud Tirolo.
Un ulteriore specificazione fatta dal sindaco ha riguardato la efficienza dell’impianto. È stato infatti precisato come, vista la scarsa qualità del cippato, acquistato spesso e volentieri troppo umido per garantire un ottima combustione, si è costretti a far funzionare in molte più occasioni di quelle previste da progetto, l’impianto a gas metano!!!
Ora ditemi voi, questa cosa vi indigna o no? Vi indigna il fatto di aver sprecato del denaro per costruire una cosa che non funziona o almeno non funziona come dovrebbe?
Questo tema non dovrebbe toccare la sensibilità solo di alcuni; qua non si parla di valutazione soggettive, non c’entrano nulla i supermercati davanti ai cimiteri o le tombe abbandonate; non c’entrano cioè tematiche che invadono l’ambito della morale individuale.
Qua si tratta di come parte delle nostre risorse siano state sprecate. Tutti abbiamo contribuito di tasca nostra a questo impianto tramite le nostre imposte ma nessuno parla delle sue inefficienze. È indecente che in base al credo politico si possa giudicare diversamente questa vicenda.
Non c’è oggettivamente nulla di giusto nello spreco di denaro, specialmente se si tratta di denaro pubblico.
La gente dovrebbe indignarsi. Indignarsi personalmente!!!
Arrabbiarsi perché non sono state fatte le dovute indagini sul territorio per accertare l’effettiva accondiscendenza degli agricoltori a rendersi disponibili alla coltivazione delle piante necessarie al progetto. Arrabbiarsi perché acquistando il cippato in Sud Tirolo si vanificano in parte i nobili propositi di riduzione di CO2, visto che è naturale che il trasporto implica l’utilizzo di automezzi che funzionano proprio con combustibili fossili. Arrabbiarsi per essere stata imboccata col dolce sciroppo verde della sostenibilità ambientale e poi disillusa con l’acre odore dei fumi del metano.
Bisognerebbe andare al bar, in chiesa, in piazza ed estrinsecare il proprio parere a riguardo di una tematica come questa.
Abbandonarsi al lassismo, giustificando chi sornionamente minimizza le proprio colpe, genera un circolo vizioso per il quale chi ha sbagliato non si sente spronato a correggersi, pertanto nemmeno a migliorarsi.
Se questo accade all’interno di una famiglia i danni sono spesso contenuti e comunque quasi sempre rimediabili; diverso è il caso in cui una situazione del genere riguardi un intera comunità o un intero stato. In tal caso più il fenomeno è diffuso e reiterato nel tempo più aumentano i rischi di logorare la stessa etica sociale, con possibili ripercussioni sugli stessi usi e consuetudini, mettendo forse a repentaglio il significato stesso della democrazia.
Ed è per questo che noi dell’ACM vi ribadiamo, ancora una volta, il nostro deciso, intenso e caloroso invito al confronto pubblico, sollecitandovi alla partecipazione e, perché no, alla manifestazione pubblica.
L’indignazione genera confronto. Il confronto genera Democrazia. ".
Sul succitato impianto di teleriscaldamento avevo detto molto.
Rileggete l'articolo che avevo scritto nel 2009 su "Italia chiama Italia" che è intitolato "Fossil Free pro e contro".
Facevo propaganda per la lista di centro destra "Libertà di cambiare, diritto di crescere-Poltronieri sindaco".
Purtroppo, a mio modo di vedere, la stessa lista non affrontò il tema in modo adeguato.
Questo era (ed è) un tema importante.
Inoltre, sempre nel 2009, chiesi delle informazioni sul combustibile, su questo blog, con l'articolo inititolato "Lettera aperta al sindaco di Roncoferraro".
Feci anche un'istanza in Comune.
Mi ricordo che per avere fatto ciò venni anche attaccato.
In collaborazione con l'Associazione Civica Mantovana, pubblicai anche una relazione.
Leggete l'articolo intitolato "Relazione sull'impianto di teleriscaldamento "Fossil Free Energy di Roncoferraro (Mantova)" .
Quindi, la vicenda di questo impianto di teleriscaldamento non interessa solo l'ACM m a anche gli altri partiti.
Il fatto che oggi anche il sindaco Candido Roveda (Partito Democratico) riconosca che questo impianto abbia dei problemi dimostra che chi nel 2009 sollevava delle perplessità sul medesimo non aveva torto.
E' lapalissiano il fatto che un simile impianto sia un costo.
La materia prima (il cippato che deve essere usato come combustibile) non è reperibile, poiché la Pianura Padana è un'area molto antropizzata e con pochi boschi.
Le emissioni in atmosfera ci sono.
Infatti, se si brucia della legna si produce il fumo ed il fumo contiene varie sostanze, come la CO2, le polveri sottili e, in taluni casi, sostanze pericolose come il benzopirene.
Quindi, da quanto affermato dallo stesso sindaco, l'impianto non sta dando i vantaggi sperati.
Mi ricordo che in passato Roveda ed il resto dell'amministrazione comunale si vantavano dell'impianto e del fatto che esso funzioni senza combustibili fossili.
Tra l'altro, pare che ora l'impianto funzioni in parte a metano.
Quindi, crolla anche il "mito" dell'impianto di riscaldamento che funziona senza combustili fossili.
Per avere una buona politica energetica bisogna tenere conto delle tecnologie che possono essere usate in determinato contesto, senza voli pindarici.
Cordiali saluti.
mercoledì 28 dicembre 2011
Jean Laponce, "Left and Right. The Topography of Political Perceptions"
Leggete questa nota che mi è stata inoltrata dall'amico Filippo Giorgianni e che recita:
"«Sinistra e destra entrarono nel vocabolario politico alcune settimane dopo la convocazione degli Stati Generali Francesi del 1789, più probabilmente a giugno, o al più tardi il 28 agosto di quell’anno quando l’Assemblea Nazionale Francese, nel mezzo di un dibattito sulla bozza di costituzione per il regno, si divise chiaramente sul dare al re il diritto di veto legislativo. Per tracciare l’evoluzione che ha condotto così rapidamente dalla nozione dei tre Stati ordinati verticalmente alla nozione di due campi che si confrontano l’uno contro l’altro in uno spazio orizzontale, iniziamo il resoconto storico dal 5 maggio 1789, giorno di apertura della sessione degli Stati. Il re e la sua famiglia, collocati sul palco centrale, sotto un baldacchino monumentale, di fronte ai deputati[1]. Il re era seduto su di un trono posto sulla piattaforma più alta. Ai piedi del trono stava la famiglia del re: la regina e le principesse alla sinistra del re – il lato femminile della casa reale, che non avrebbe ereditato il regno; i principi alla sua destra – il gruppo dei potenziali successori. Ai piedi del palco centrale, più in basso dei principi e delle principesse, che erano essi stessi più in basso del re, presso una lunga panca e un tavolo erano sistemati i segretari di stato. Il re, la sua famiglia, e i suoi ministri erano dunque nettamente separati dai membri dei tre Stati che erano seduti in successione da destra a sinistra. Il clero era al lato destro, la nobiltà alla sinistra. Più indietro, il Terzo Stato, lontano dal trono del re rispetto ai nobili e al clero, era congiunto ai due ordini privilegiati. Uno spazio polarizzato tra su/giù, vicino/lontano e destra/sinistra determinava l’ordine della preferenza: il più elevato, il più vicino al re e il più chiaramente alla sua destra, il più grande, l’onorificenza. Nei giorni seguenti la cerimonia d’apertura, i tre ordini avrebbero dovuto incontrarsi separatamente per discutere le questioni del regno. Ma il Terzo Stato, violando l’usanza e disobbedendo le istruzioni del re, si proclamò Assemblea Nazionale, promettendo di rimanere in seduta fin quando non avesse dotato il reame di una costituzione. Invitò poi gli altri due ordini a unirsi ad esso. Il 22 giugno, una larga parte del clero accettò l’invito. Riunitisi dunque nella chiesa di San Luigi a Versailles, i deputati fecero spazio per i chierici. La Gazette Nationale descrisse la scena: “Attorno alle 12:30, Monsieur Bailly annunciava di esser stato appena informato che la maggioranza del clero intendeva unirsi all’assemblea per le 13:00 – immediatamente quei membri dell’Assemblea Nazionale che erano seduti nella parte superiore della navata della chiesa, alla fine del santuario, svuotarono i loro seggi in quanto essi erano quelli più onorifici”[2]. La parte più sacra e superiore della chiesa divenne più tardi la destra dell’Assemblea. Al 25 giugno, una minoranza della nobiltà si unì al Terzo Stato e, al 27, il re, piegandosi a ciò che considerava essere inevitabile, ordinò ai rimanenti tra gli ordini privilegiati di unirsi al Terzo Stato. I posti a sedere in questa assemblea integrata avrebbero dovuto essere occupati secondo la tradizione, ma la separazione tra i tre stati era ormai abbattuta: alcuni aristocratici e molti del basso clero si unirono al Terzo Stato alla sinistra, mentre il rimanente del clero e gran parte dell’alto clero sedette con gli aristocratici sulla destra. Secondo Buchez e Roux nella loro Histoire parlementaire de la révolution française pubblicata nel 1834, la polarizzazione tra sinistra e destra era cominciata prima del 27 giugno: “Prima del riunirsi dei tre ordini, gli estremi sinistra e destra erano diventati un luogo d’incontro per i rappresentanti che appoggiavano con più vigore le opinioni poi in conflitto. Ogni gruppo era cresciuto in numero, così come le discussioni erano divenute più accese”[3]. A giudicare dai sommari dei dibattiti parlamentari pubblicati nel quotidiano Le Moniteur e nelle Memoirs di Bailly, i dibattiti della neonata Assemblea erano molto disordinati, anche quando non venivano interrotti dalla popolazione. I presidenti di un’Assemblea, che non aveva agende specifiche e non possedeva nemmeno verbali scritti, provavano gravi difficoltà a farsi ascoltare. I deputati discutevano tra di loro e parlavano fuori turno; di frequente erano interrotti dal pubblico nelle tribune o ne cercavano il sostegno. Tutta questa confusione favorì l’istituzione e il mantenimento di raggruppamenti ideologici spaziali. In un’assemblea grande e turbolenta, una voce solitaria era improbabile fosse efficace; era necessario il supporto psicologico e morale di delegati affini per mentalità. Il fatto che la votazione fosse non per chiamata, ma per alzata o seduta, contribuì anche alla polarizzazione spaziale per preferenze ideologiche e politiche. L’incrementata coesione sia dell’estrema sinistra che dell’estrema destra permise ai presidenti di risparmiare tempo nel conteggio dei voti. Essi, con uno sguardo, potevano decidere se e quale fosse la maggioranza per una mozione e l’Assemblea poteva pure capire, con uno sguardo, se il presidente si stesse sbagliando. Una volta che l’ordine spaziale venne occupato secondo significati ideologici, divenne naturale riferirsi ai lati in competizione come alla sinistra e alla destra. Naturalmente c’erano delle alternative; vi erano altri modi per identificare le fazioni, ma i nomi dei club, come quelli dei Bretoni o dei Giacobini, non potevano essere usati nell’Assemblea per riferirsi a ogni gruppo di rappresentanti senza violare la convenzione secondo cui un deputato non rappresentava uno specifico ordine, fazione o regione, bensì avrebbe dovuto rappresentare la nazione nel suo complesso. Sinistra e destra potevano più facilmente essere utilizzati per descrivere le fazioni perché i termini non si riferivano a istituzioni (non esistevano comitati elettorali di sinistra né di destra). Tuttavia, persino i più neutri sinistra/destra acquisirono presto connotazioni di fazione, come si può osservare nella seguente parte del dibattito che prese vita nell’Assemblea il 2 ottobre 1791[4]:
(Un membro, il signor Lacroix, si alza su un punto dell’ordine)
Lacroix: “[…] È estremamente chiaro; ma giacché una parte dei membri del lato destro sembra opporsi…”
(Tutti i deputati seduti alla destra del presidente e molti di quelli posizionati in varie altre sezioni dell’Assemblea si alzano e rispondono, urlando fortemente, che il signor Lacroix sia richiamato all’ordine)
Presidente: “Signor Lacroix, su richiesta dell’Assemblea, la richiamo all’ordine per aver dimenticato il riguardo che deve avere verso una parte dei suoi membri.”
Lacroix: “Dicendo il lato destro, non intendo in alcun modo comparare i membri attualmente qui seduti a coloro che usano occupare i medesimi seggi nell’Assemblea Costituente…”
Il lato destro aveva già preso un significato derogatorio per il suo esser connesso ai deputati che si opponevano alla nuova costituzione o che, in ultima analisi, cercavano di fornire al re il potere di veto legislativo. I termini sinistra e destra divennero presto parole comuni nella cronaca politica, dentro e fuori il parlamento. Consideriamo, per esempio, questo estratto dal quotidiano L’Ami des patriotes datato 27 agosto 1791: “[…] gli scrittori di pamphlet non possono sostenere questa volta che c’è accordo tra la ‘destra’ dell’Assemblea e una sezione della ‘sinistra’ ”. O, ancora meglio, consideriamo un lungo articolo del Mercure de France datato 1 ottobre 1791 da cui ho estratto un brano. Esso analizza le varie fazioni che dividono la Francia di quel tempo da un punto di vista che potremmo definire di centro-destra.
“Nella sezione destra […], il partito solitamente individuato dal nome degli aristocratici […] ha tanti membri quanti sostenitori. […] Esso include un piccolo numero di uomini che odiano la Rivoluzione a causa del loro amore per il vecchio regime e i suoi eccessi; essi odiano la libertà perché amano la pace. Essi rimpiangono il tempo in cui la nazione non aveva alcuna influenza sul governo attraverso l’effetto oscillante dell’opinione pubblica; rimpiangono il tempo in cui la Corona, ben più forte di fronte all’individuo, era debole nel resistere alle iniziative delle potenti corporazioni; rimpiangono il tempo in cui gli onori, le posizioni e le ricompense erano diventate, contro lo spirito della monarchia, il privilegio di poche famiglie […]. Un secondo gruppo […], anch’esso sul lato destro dell’Assemblea, […] richiede una vera monarchia, una monarchia con gli Stati Generali, con tre ordini; una monarchia i cui parlamenti supportino il trono e controllino le finanze […]. Essi desiderano un sistema politico che dia alle due classi più eminenti della società metà della sovranità, mentre darebbero il rimanente ai quindici decimi della nazione e al monarca. Se osserviamo che questa fazione include, tra gli altri, la maggioranza del clero tanto quanto la maggioranza della nobiltà, sia essa nobiltà militare, professionale o agricola, e che include anche i grandi proprietari terrieri di tutti e tre gli ordini, si avrà tanto la misura dell’entusiasmo generato da questo gruppo quanto la comprensione della sua flessibilità. Un terzo partito d’opposizione, altrettanto sfavorevole a una democrazia regale quanto i precedenti, […] tiene un’altra linea politica […]. Essi cercano di ridare ai comuni [il Terzo Stato] qualche grado di autorità, forza e indipendenza che dovrebbe collocare questo stato in equilibrio con i poteri del monarca e i due restanti stati nella gerarchia, ma essi non vogliono che i comuni assorbano il complesso della sovranità pubblica né che riducano le distinzioni preesistenti nel loro cammino verso la democrazia. Essi intendono riformare il clero senza screditarlo […]. [Questo terzo partito] che Parigi ha provato a lapidare e che la storia un giorno vendicherà […] si è fuso alla destra dell’Assemblea. Consideriamo ora il lato sinistro […]. La prima fazione che incontriamo è un aggregato di gruppi eterogenei uniti insieme più dall’interesse che da qualche somiglianza di principi; esso include i moderati che, tra tutte le dottrine repubblicane, hanno sostenuto quella che sembra loro meno incompatibile con la preservazione di un governo monarchico. È composto da uomini deboli ma onesti che non hanno avuto il coraggio di unirsi a un gruppo della destra e hanno trovato rifugio nella sinistra; esso include inoltre i pedanti (beaux esprits), persone fornite di un sistema – la cui vanità e la cui abilità nel riempire un ruolo con alcune pagine di Rousseau, male interpretate o male applicate, hanno causato il loro innamoramento per l’ideale della democrazia regale […]. Come per i settari che formano un ramo di un medesimo albero, essi sono tutti super-economisti o menti oscure che, applicando gli eccessi della geometria metafisica alle scienze morali, scambiano gli uomini per blocchi di marmo, prendono le passioni per materiale da costruzione e considerano l’arte della legislazione come fosse un mero lavoro di scalpello […]. Un terzo gruppo dentro la maggioranza comprende tutti coloro per i quali sono necessari gli sconvolgimenti universali e le rivoluzioni giornaliere […]. Ma include anche uomini di principi, persone sincere nel loro entusiasmo […], che hanno preso l’abitudine di trasgredire le norme a causa della violenza dei tempi. Senza alcun dubbio, di tutti i gruppi della sinistra, questo è il più consistente […]. Esso vuol fare della Francia una democrazia; ha applicato con rigore il dogma dell’effettiva sovranità popolare […]; ha colto ciò che è palpabilmente evidente: essendo una costituzione cosa sostanzialmente repubblicana, la monarchia è divenuta un hors’d’oeuvre [“fuorilegge”] pericoloso […]. Questa fazione si è sviluppata a partire da profonde radici: è sostenuta, da un lato, dagli elementi di una costituzione simile a quella dei Grigioni […], e, dall’altro, dalla depravazione dei comportamenti, dall’abbattimento dei vecchi freni che provenivano dalla morale, dall’onore e dalla religione; trova incoraggiamento nell’indipendenza dei coniugi, dei figli, dei servi e dei giovani […]. Gli uomini che vengono emancipati dai loro doveri, dai loro affetti e dal loro sentire, sono veloci nel liberarsi da tutte le autorità […]. Verrà il momento in cui la Francia sarà divisa tra costoro e i monarchici intransigenti”.Una volta cancellati termini desueti come “Stati” mentre si mantiene la terminologia spaziale, si può facilmente applicare l’analisi della sinistra e della destra degli anni 1790 al tipo di partiti politici della Francia degli anni 1830 o 1880; rimossi i riferimenti alla monarchia, si può applicarla agli anni 1970. L’attaccamento alle doti di qualcuno e all’ordine gerarchico sono a destra; il desiderio di abbattere quell’ordine sta a sinistra. Le strutture gerarchiche esistenti, siano esse quelle politiche o quelle della Chiesa, trovano difesa a destra, ma sono vessate dalla sinistra.»
[1] Per una rappresentazione brillante cfr. François Furet e Denis Richet, La révolution: des états généraux au 9 thermidor, Hachette, Parigi 1965, pp. 96-97; sull’ordine spaziale all’apertura della sessione si veda anche una lettera del Lord di Dorset [sir Henry Digby (1731-1793)] del 7 maggio 1789, in James Matthew Thompson (a cura di), English Witnesses of the French Revolution, Blackwell, Oxford 1938, p. 30.
[2] Gazette Nationale ou Le Moniteur universel del 22 giugno; la Gazette fu ristampata negli anni 1850 dall’editrice Plon di Parigi sotto il titolo Réimpression de l’Ancien Moniteur. Per la parte qui riportata, cfr. vol. I, p. 91 di questa riedizione. Questa traduzione dal francese e le seguenti che appaiono in questo capitolo sono fatte dall’autore.
[3] Philippe-Joseph-Benjamin Buchez e Pierre-Célestin Roux, Histoire parlementaire de la révolution française, Journal des assemblées nationales depuis 1789 jusqu’en 1815, Paulin, Parigi 1834, p. 349.
[4] Réimpression de L’Ancien Moniteur, depuis la réunion des Etats-généraux jusqu’au Consulat (mai 1789-novembre 1799), con note esplicative, Plon, Parigi 1862, volume X, p. 40.".
Come sempre, Giorgianni dà degli ottimi spunti.Di questa nota, che riprende un brano di Jean Laponce, sottolineo un punto, quello che recita:
"Ma il Terzo Stato, violando l’usanza e disobbedendo le istruzioni del re, si proclamò Assemblea Nazionale, promettendo di rimanere in seduta fin quando non avesse dotato il reame di una costituzione. Invitò poi gli altri due ordini a unirsi ad esso. Il 22 giugno, una larga parte del clero accettò l’invito. Riunitisi dunque nella chiesa di San Luigi a Versailles, i deputati fecero spazio per i chierici. La Gazette Nationale descrisse la scena: “Attorno alle 12:30, Monsieur Bailly annunciava di esser stato appena informato che la maggioranza del clero intendeva unirsi all’assemblea per le 13:00 – immediatamente quei membri dell’Assemblea Nazionale che erano seduti nella parte superiore della navata della chiesa, alla fine del santuario, svuotarono i loro seggi in quanto essi erano quelli più onorifici”[2]. La parte più sacra e superiore della chiesa divenne più tardi la destra dell’Assemblea. Al 25 giugno, una minoranza della nobiltà si unì al Terzo Stato e, al 27, il re, piegandosi a ciò che considerava essere inevitabile, ordinò ai rimanenti tra gli ordini privilegiati di unirsi al Terzo Stato. I posti a sedere in questa assemblea integrata avrebbero dovuto essere occupati secondo la tradizione, ma la separazione tra i tre stati era ormai abbattuta: alcuni aristocratici e molti del basso clero si unirono al Terzo Stato alla sinistra,mentre il rimanente del clero e gran parte dell’alto clero sedette con gli aristocratici sulla destra.".
Questo passaggio spiega il corso che prese la storia al momento della Rivoluzione francese del 1789.
Questo passaggio spiega, di fatto, quella che fu la nascita dello Stato relativista.
Il Terzo Stato, di fatto, iniziò a ricattare il re e disgregò la Chiesa gallicana.
Infatti, il basso clero si schierò con il Terzo Stato, dietro cui si mossero anche alcuni massoni, come Robespierre e Marat.
Fu qui che, di fatto, si formò la spaccatura tra clero giurato, quel clero che giurò fedeltà alla Costituzione civile del clero, ed il clero refrattario, il clero che rimase fedele al Papato.
A ciò, si unì quel relativismo che fu presente, per esempio, nella massoneria e che caratterizzò la vita di quei partiti che si formarono.
Questa tendenza caratterizzò, soprattutto, il partito del Terzo Stato, a cui si unirono pezzi di aristocrazia e di clero.
Questo partito fu l'antesignano dei partiti che attualmente ci sono in Europa.
Ciò distingue la scuola politica europea da quella anglosassone.
Quest'ultima (che è quella che preferisco) si sviluppò con un processo graduale, un processo che iniziò a Runnymae, nel 1215, quando re Giovanni Senza Terra dovette firmare la Magna Charta Libertatum.
Fatto salvo quello che successe tra il 1642 ed il 1649 (con la Guerra Civile, il martirio di re Carlo I Stuart e la dittatura di Oliver Cromwell) in Inghilterra non ci furono grandi scossoni.
Nacquero due partiti, i Wighs ed i Tories.
I primi erano il partito della borghesia, del popolo e del presbiterianesimo mentre il secondo era il partito del re, degli aristocratici e della Chiesa anglicana. Era anche il partito più incline a simpatizzare con i cattolici.
Oggi questo sistema è rimasto.
Nel sistema europeo, invece, si formarono dei "partiti di popolo" e spesso trasversali, partiti i cui membri non concepivano la politica come un'aristocrazia democratica (come nel modello inglese) ma semplicemente come un mezzo per avere il potere.
Il linguaggio politico decadde e ben presto i partiti si frammentarono in correnti e particolarismi.
Infatti, il popolo è fatto da varie realtà e queste tendono ad agire secondo il proprio interesse.
Quello che, ad esempio, vediamo nell'Italia di oggi è esattamente questo.
Cordiali saluti.
CAMMINO DI PERFEZIONE
Cari amici ed amiche.
L'amico Filippo Giorgianni mi ha fatto pervenire questa sua nota:
"L’obbedienza è la virtù che ti santifica; è cosa grande l’obbedienza. (San Pio da Pietrelcina)
San François di Sales, Filotea, parte III, cap. 11:
L’obbedienza
Soltanto la carità ci eleva alla perfezione; ma l’obbedienza, la povertà e la castità sono i tre grandi mezzi per acquistarla. L’obbedienza consacra il nostro cuore, la castità il nostro corpo, e la povertà i nostri beni all’amore e al servizio di Dio: sono i tre bracci della croce spirituale, che poggiano sul quarto che è l’umiltà. Non intendo parlare di queste virtù in quanto oggetto di voto pubblico; riguarda soltanto i religiosi; e nemmeno in quanto oggetto di voto privato, perché il voto aggiunge sempre grazie e meriti a tutte le virtù. Tuttavia per portarci a perfezione non è necessario che siano oggetto di voto; l’importante è che siano vissute. Quando sono legate al voto, soprattutto se pubblico, mettono l’uomo nello stato di perfezione; per metterlo invece semplicemente nella perfezione è sufficiente viverle. C’è molta differenza tra lo stato di perfezione e la perfezione: tutti i vescovi e i religiosi sono nello stato di perfezione, ma non per questo sono nella perfezione, il che si vede anche troppo! Sforziamoci, Filotea, di mettere bene in pratica queste tre virtù, ciascuno secondo la propria vocazione; è vero che non ci mettono nello stato di perfezione, ma ci daranno l’autentica perfezione; tutti siamo obbligati a praticare queste tre virtù, anche se non tutti allo stesso modo. Due sono i generi d’obbedienza: l’obbligatoria e la volontaria. In forza dell’obbligatoria devi obbedire umilmente ai tuoi superiori ecclesiastici, come il papa, il vescovo, il parroco e i loro rappresentanti; devi poi obbedire ai tuoi superiori civili, ossia il principe e i magistrati da lui preposti al governo del tuo paese; poi devi ubbidire anche ai tuoi superiori familiari, ossia tuo padre, tua madre, il padrone e la padrona. Questa obbedienza si chiama obbligatoria perché nessuno può dispensarsi dall’obbligo di ubbidire ai superiori sunnominati, perché è Dio che ha dato loro l’autorità di comandare e di governare, ognuno nei suoi limiti. Fa dunque quello che ti è comandato. È necessario. Ma per essere perfetto devi seguire i loro consigli e anche i loro desideri e le preferenze nella misura in cui te lo permettono la prudenza e la carità. Obbedisci quando ti ordinano una cosa gradevole, come mangiare, prendere un po’ di ricreazione; può anche sembrare che non ci sia grande virtù ad obbedire in queste cose. È certo che sarebbe un difetto grave disobbedire. Obbedisci alle cose indifferenti, quali indossare un abito anziché un altro, passare per una strada anziché per un’altra, cantare o tacere; sarà un’obbedienza molto preziosa. Obbedisci nelle cose difficili, aspre e dure; quella sarà un’obbedienza perfetta. Obbedisci poi con dolcezza, senza repliche; con prontezza, senza ritardi; con gioia, senza tristezza; soprattutto obbedisci con amore, per amore di colui che, per amor nostro, si è fatto obbediente fino alla morte in Croce, e che, come dice S. Bernardo, preferì rinunciare alla vita piuttosto che all’obbedienza. Per imparare ad obbedire con facilità ai tuoi superiori, accondiscendi senza difficoltà alla volontà dei tuoi pari, cedendo al loro parere in ciò che non ha nulla di male, lasciando da parte un comportamento litigioso ed aspro; adattati volentieri ai desideri dei tuoi inferiori nei limiti del ragionevole, senza prendere atteggiamenti intransigenti d’autorità, almeno finché si comportano bene. È falso credere che da religioso o da religiosa ci sarebbe più facile obbedire; sarebbe la stessa cosa. Se ora troviamo difficile ed arduo obbedire a coloro che Dio ci ha preposto, nulla cambierebbe mutando stato!
San Josemaria Escrivà de Balaguer, È Gesù che passa, n. 19:
Il Signore non ci nasconde che l’obbediente sottomissione alla volontà di Dio richiede spirito di rinuncia e di dedizione, perché l’amore non reclama diritti: vuole soltanto servire. E a Lui, che per primo ha percorso questo cammino, noi domandiamo: Gesù, come hai vissuto l’obbedienza? Usque ad mortem, mortem autem crucis, fino alla morte, e morte di croce. Bisogna uscire dal proprio guscio, complicarsi la vita, perderla per amore di Dio e delle anime. Ecco, tu volevi vivere, non volevi che ti accadesse alcunché: ma Dio ha voluto diversamente. Vi sono due volontà: ma la tua volontà si pieghi alla volontà di Dio, e non la volontà di Dio si torca alla tua. Ho visto con gioia molte anime mettere in gioco la propria vita — come hai fatto tu, Signore, usque ad mortem — per compiere tutto quello che la volontà di Dio chiedeva; hanno impegnato tutte le loro aspirazioni e il loro lavoro professionale al servizio della Chiesa, per il bene di tutti gli uomini. Dobbiamo imparare a obbedire, dobbiamo imparare a servire. Non c’è nobiltà più grande che decidere di darsi volontariamente in aiuto agli altri. Quando sentiamo che l’orgoglio ribolle dentro di noi, la superbia ci fa credere di essere dei superuomini, allora è il momento di dire di no, di dire che il nostro unico trionfo deve essere quello dell’umiltà. In tal modo ci identificheremo con Cristo crocifisso; e non nostro malgrado, insicuri e a malincuore, ma lietamente, perché la gioia nel momento dell’abnegazione è la dimostrazione più bella dell’amore.
Francesco Bersini, La sapienza del Vangelo, n. 36-38 e 82:
La virtù dell’obbedienza
Se vuoi far piacere a Dio sappi che lo farai maggiormente con l’obbedienza che col sacrificio (cfr. 1 Sam XV, 22). La penitenza immola il corpo ma l’obbedienza immola la volontà. Questo secondo olocausto è più gradito a Dio. Dopo aver rinunciato a tutti i beni che possiedi preparati a rinunciare completamente anche alla tua volontà. Liberati dal suo peso. Godrai tanta pace di spirito se non vorrai altro che quello che vuole l’obbedienza. Nell’obbedienza trovi l’annientamento dell’amor proprio e la libertà dei figli di Dio. Se praticherai in tutto l’obbedienza, anche nelle cose che ti paiono più assurde, vedrai col tempo come Dio si è servito degli uomini per attuare nella tua vita un disegno più grande delle tue stesse aspirazioni. Se praticherai in tutto l’obbedienza e andrai avanti con coscienza pura, il Signore non permetterà mai che tu esca dalla via diritta e che il demonio ti inganni e ti sia di danno. Tutte le azioni che si oppongono alle tue regole sono inciampo per lo spirito. Davanti al giudizio di Dio non dovrai rendere conto alcuno delle cose fatte per obbedienza cfr. (Eb XIII, 17). Obbedendo sei sicuro di fare la volontà di Dio. L’obbedienza è frutto della fede. Il lavoro che lasci per obbedienza lo può fare un altro, ma i meriti che guadagni, obbedendo, li puoi acquistare solo tu personalmente. Dalla castità, povertà e obbedienza provengono tutte le virtù come dal contrario provengono tutti i vizi. La persona consacrata a Dio tanto dimostra di apprezzare il suo stato quanto è obbediente. Non temere di perdere l’unione con Dio, praticando l’obbedienza. Il Signore ti può aiutare interiormente anche nelle azioni più umili. L’obbedienza è la via più rapida per arrivare al sommo della perfezione. Se sarai fondato nell’umiltà obbedirai con grande semplicità. Il superbo non è mai obbediente. Se vuoi obbedire con perfezione e di buona voglia, sottometti all’obbedienza il tuo giudizio senza voler indagare le ragioni del tuo obbedire. L’obbedienza non sia per te una costrizione o una sottomissione passiva, ma un atto di amore, una libera adesione al disegno di Dio che pone la tua vita al suo servizio. I venti e il mare obbediscono al loro Creatore (cfr. Mt VIII, 27; Mc I, 27) e tu, a cui egli ha dato il potere di conoscerlo e amarlo, non vorrai sottometterti alla sua volontà? Colui che fu obbediente fino alla morte (cfr. Fil II, 8), non vuole certamente che tu vada per strada diversa. Confonditi della tua disobbedienza, considerando l’obbedienza del Figlio di Dio. Tu che a volte disdegni di sottometterti all’obbedienza, considera come colui che ha creato il cielo e la terra si sottometta a due creature (cfr. Lc II, 51). Vai a Nazareth e impara a obbedire. Gesù nella sua morte fece il sacrificio più prezioso a Dio, quello dell’obbedienza (cfr. Eb X, 5-10; 1 Sam XV, 22). Nel sangue di Cristo crocifisso troverai l’ardore dell’obbedienza. Annega in questo sangue la tua volontà. L’obbedienza è un giogo; portalo assieme a Gesù. Ti sarà reso soave (cfr. Mt XI, 30). Bisogna che ci sia qualcosa di grande e di divino nella virtù dell’obbedienza, se Gesù l’ha tanto amata dalla nascita alla morte (cfr. Gv VIII, 29). Oh, possa tu trovare la tua gloria e la tua pace nel fare ciò che t’impone l’obbedienza!
L’obbedienza ai superiori
Accogli con fede le decisioni di coloro che ti governano. Dio dirige con sapienza anche l’insipienza degli uomini. Quanto più cercherai di non avere altra volontà che quella dei tuoi superiori, tanto più ti renderai padrone della tua per conformarla a quella di Dio. Lo spirito di fede ti dice che gli ordini dei superiori sono l’espressione della volontà di Dio, mentre delle tue rivelazioni non sei sicuro. Lasciati quindi guidare dalla volontà del tuo superiore, che non è sua, ma di Dio. Al di là dell’apparenza dell’uomo vedi Dio. L’obbedienza è l’Eucaristia della vita. Accontentando i tuoi superiori ti deve sembrare di accontentare lo stesso Dio. Ha molto valore ciò che fai per obbedire alla volontà dei superiori. Eseguisci con la stessa diligenza sia che l’ordine venga da Dio, sia che venga dall’uomo che sta in luogo di Dio. Dio non ti comanda direttamente ma per mezzo dei tuoi superiori perché vuole che tu agisca con fede. Guadagnerai di più obbedendo agli uomini per amore di Dio che non obbedendo a Dio medesimo. L’obbedienza consacra il cuore all’amore e al servizio di Dio. È più profittevole rinnegare la volontà, assoggettandola al superiore, che cercare consolazioni spirituali. Eseguisci con umiltà e fedeltà ciò che il superiore ti comanda. Vedi che la tua troppa sapienza non ti conduca all’insipienza. Sii saggio, ma con sobrietà. La tua obbedienza sarà perfetta se saprai obbedire nelle cose difficili, disgustose e ripugnanti. Dio a volte permette l’elezione di superiori imperfetti per perfezionare la virtù dell’obbedienza di coloro che ama. Quanto meno il superiore è dotato di qualità, tanto più meritevole sarà la tua obbedienza. Chi è innalzato al governo degli altri, dovrebbe dimostrare in se stesso in che modo gli altri si debbono comportare nella casa del signore. Se tuttavia avrai un superiore dall’agire reprensibile, accusa te stesso e non colui che ti governa, poiché sovente il cuore di chi governa si dispone secondo i meriti dei sudditi. Ti siano di ammonimento le parole della Sapienza increata: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere…» (Mt XXIII, 2-3). Obbedendo ai tuoi superiori non sbaglierai mai. Potranno sbagliare essi comandando, ma non tu obbedendo. Apprezzi molto gi ordini dei superiori conformi alle tue vedute, ma forse non altrettanto se sono difformi. Comportati in modo che non debbano essere i tuoi superiori a obbedire a te, ma tu a loro. Ricordati che ciò che viene comandato è la cosa più perfetta che tu possa fare. Hai naturale inclinazione a comandare e molta avversione nell’obbedire; eppure quanto ti torna più utile l’obbedire che il comandare! Reputa la volontà del superiore come fosse la tua. La tua obbedienza sarà veramente perfetta se per essa saprai sacrificare i più cari affetti del cuore e le convinzioni più salde del tuo spirito, per aderire unicamente alla santa e benedetta volontà di Dio. La vera obbedienza non guarda a chi si fa, ma per chi si fa.
La virtù della pazienza
Se vuoi diventare persona spirituale, una delle principali virtù che devi esercitare è la pazienza (cfr. 1 Tim VI, 11). La pazienza è dolce, la collera amara; la pazienza è forte, la collera debole; la pazienza seda l’ira, la collera eccita le passioni; la pazienza genera pace, la collera suscita guerra; la pazienza è sapiente, la collera oscura la lucidità della mente e l’acutezza del pensiero; la pazienza ti rende padrone di te stesso, la collera sconvolge le facoltà dell’anima. L’uomo iracondo fa nascere le risse; il paziente spegne quelle che sono nate (cfr. Prv XV, 18). Chi è paziente vale più del forte e chi domina se stesso vale più di un espugnatore di città (cfr. Prv XVI, 32). Chi è paziente è ponderato, agisce con rettitudine e sopporta il male senza lamentarsi. Nelle giornate nere della tua vita usa pazienza: darai un valore alle tue prove, un senso alle tue sofferenze; le sopporterai con frutto (cfr. Gv XV, 2) e le supererai con dolcezza. La pazienza addolcisce i dolori, l’impazienza li esaspera. La pazienza fa più leggero quello che non puoi rimediare. La sopportazione paziente delle prove può essere una grazia più grande della loro liberazione. Solo nella prova sperimenti il grado della tua umiltà e della tua pazienza. […] Il Signore tarda a esaudire le tue preghiere perché crescano i tuoi meriti. Il patire con pazienza è segno di predestinazione. La pazienza rende l’opera perfetta (cfr. Gc I, 4), perché non ci metti nulla del tuo ma accetti dalle mani di Dio la croce che egli ti manda. La pazienza fa i santi (cfr. Gc I, 4). In tempo di pace potrai manifestare tante virtù, ma non quella della pazienza. La pazienza è la più eroica delle virtù proprio perché non ha nessuna apparenza di eroico. Sarai martire nel tuo animo se sopporterai le ingiurie e amerai i tuoi nemici. Soffrirai nell’animo la passione senza subirla nel corpo. Rispondi con modestia, riflessione e benignità a chi ti provoca con domande arroganti. Con la pazienza conquisterai chi da un atteggiamento impulsivo sarebbe provocato al peggio. Non puoi mostrare il bene insegnando, se non sopporti pazientemente il male vivendo (cfr. Prv XIX, 11). Nella misura in cui sarai indulgente con te stesso sarai intransigente con gli altri. Se ti impazientirai per i difetti del tuo prossimo dimostrerai di essere imperfetto. È da stolto affannarsi per i fatti altrui e trascurare i propri. Rifletti quanto è grande il cuore di Dio nel tollerare i nostri peccati! Dio è tardo all’ira e pieno di amore, non ci tratta secondo le nostre colpe (cfr. Sal CIII, 8); usa pazienza verso di noi; volendo che nessuno perisca, ma che tutti giungano a pentimento (cfr. 2 Pt III, 9 e 15). Di fronte all’agire degli iniqui frena l’ardore e costringiti alla calma se non vuoi meritare il rimprovero rivolto da Gesù ai suoi discepoli (cfr. Lc IX, 55). La vera pazienza consiste nel tollerare serenamente i mali che ti fanno gli altri, senza mostrare verso di essi movimenti di sdegno. Considera la pazienza e il silenzio del Figlio di Dio nel sostenere umiliazioni e oltraggi nella sua passione. Come agnello condotto al macello non aprì la bocca (cfr. Is LIII, 7; Ger XI, 19). Gesù soffre con pazienza e tu forse ti ribelli alla croce. Lui innocente, per i peccati degli altri; tu peccatore, per i tuoi peccati. Egli, agnello senza macchia; tu, pecorella smarrita. Impara dall’umilissimo Gesù la mansuetudine e la pazienza nelle avversità. Finché non avrai nel tuo cuore i dolori, la povertà e i disprezzi di Gesù e non li soffrirai con pazienza amorosa, non credere di aver fatto molto progresso nella vita spirituale.
Ciascuno ha la propria croce da portare
Convinciti, mio caro, che se vuoi seguire Gesù non puoi vivere senza croce. Sopporterai con più calma ciò che hai preveduto. Non lamentarti della tua croce, né credere che quella degli altri sia più leggera della tua. Pensa invece quanto più pesanti siano le croci degli altri e troverai sollievo alle tue. Dio è padre sapiente, adatta ad ogni spalla la sua croce e ti affligge con misura. Non illuderti che questa vita debba trascorrere senza dolori. Nessun inferno è più concreto dei paradisi in terra che gli utopisti vorrebbero costruire. Ciascuno ha la sua croce da portare. Se non avrai grandi croci te ne creerai delle piccole; spesso, poi, la tua croce sarà fatta dal grigiore della vita quotidiana. Nella tua vita avrai delle giornate tristi. Accetta con pazienza la tua tristezza. Prendi la croce che Dio ti manda; assieme a essa ti darà anche la forza di portarla. Unisci le tue tribolazioni a quelle di Gesù; saranno utili per la tua salvezza e per quella degli altri. Vivi una volta sola; rendi preziosa la tua vita. Anche se col tuo desiderio sei pronto a soffrire per Gesù grandi prove, non rifuggire dal soffrire in pace le piccole. Ti inganni se per dimostrare a Gesù il tuo amore ti figuri di abbracciare grandi croce lontane, e intanto fuggi il peso delle piccole croci presenti; divenendo così valoroso nell’immaginazione e vile nell’esecuzione. Conforma anche nelle piccole croci il tuo volere a quello di Dio, e disporrai l’animo ad affrontare croci più grandi. Se persevererai per amore di Gesù nel sopportare le tue avversità, riporterai la stessa vittoria e conseguirai il premio promesso. Lo Spirito Santo non ti può assimilare a Gesù né condurti alla santità se non per la via della croce. La croce, portata con pazienza, è la chiave che ti servirà ad aprire la porta del cielo. Chiedi l’amore alla croce e troverai in essa la felicità. Se ne berrai tutta la feccia, troverai nascosta in fondo al calice una grande dolcezza. Non soffrire nella tristezza ma nella pace. Dimentica te stesso; scegli la croce come tua eredità; poni la tua gioia nella sofferenza e troverai una pace deliziosa. L’amore alla croce fa i santi. Non dico per questo che tu vada in cerca di croci, ma quando vengono sappi accettarle con rassegnazione. Se sarai animato dal timore di Dio, porterai con pazienza la tua croce; se sarai proiettato nella speranza, la porterai con gioia; se consumato dalla carità l’abbraccerai con ardore (cfr. At V, 41). In cielo benedirai Dio per le tribolazioni sofferte su questa terra, perché ti avranno fatto acquistare una felicità che nessuno ti potrà togliere. Abbraccia dunque con affetto la croce per mezzo della quale è stato salvato il mondo. Attraverso la fatica passi al riposo, e attraverso la morte giungi alla vita. Quanto più il tuo soffrire sarà intimo tanto più rallegrerà il cuore di Dio. Dammi, o Signore, la grazia di abbracciare con pazienza le croci che mi mandi e mandami le croci che vuoi.
Imitazione di Cristo, Libro II, cap. XII, n. 3 e Libro I, cap. IX:
La via maestra della santa croce
[…] Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia? Sbagli, sbagli se cerchi qualcosa d’altro, che non sia il patire tribolazioni; perché tutta questa vita mortale è piena di miseria e segnata tutt'intorno da croci.
Obbedienza e sottomissione
Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non disporre di sé è cosa grande e valida. È molto più sicura la condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell’umile sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno. Certamente ciascuno preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente portato verso chi gli dà ragione. Ma, se Dio è dentro di noi, dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i nostri desideri, per amore della pace. C’è persona così sapiente che possa conoscere pienamente ogni cosa? Perciò non devi avere troppa fiducia nelle tue impressioni; devi ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua idea era giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo quella di altri, da ciò trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed accettare un consiglio – come spesso ho sentito dire – è cosa più sicura che dare consigli. Può anche accadere che l’idea di uno sia buona; ma è sempre segno di superbia e di pertinacia non volersi arrendere agli altri, quando la ragionevolezza o l’evidenza lo esigano.
François Pollien, Cristianesimo vissuto, parte II, cap. VIII e parte III, cap. XVII-XIX:
Il vero amore
[…] Dimmi dunque, che cosa intendi per amore? E amare cosa significa secondo te? Ti dirò io quello che l’amore è per te: è la ricerca del tuo piacere. Nei tuoi parenti, nei tuoi amici, in tutto ciò che ti sta a cuore, esamina attentamente: quello che tu ami è il solletico, il piacere che te ne proviene. La prova si è che, per una contrarietà, per un dispiacere, il tuo amore con una facilità sconcertante cede il posto al cattivo umore, al rancore, all’ira, all’odio. Detesti con la medesima facilità con cui ami. Basta che una semplice apparenza, un leggero sospetto ti faccia credere che il tuo piacere è contrariato, e l’ago della tua bussola ha già fatto un giro di quadrante. Non sei fedele che ad una cosa, ed è la tua soddisfazione. Ed ecco ciò che nel mondo si chiama amore. Il cristiano ha un modo affatto diverso di comprendere l’amore. Se ama i suoi parenti ed amici, è per loro e non per lui. Li ama nella felicità e nella sventura, nelle contrarietà come nella gioia, li ama costantemente e fortemente. Ciò che cerca il suo amore è il loro bene e non il proprio piacere. Amare, per lui, non significa godere, ma far del bene. Il cristiano ama in tal modo ogni cosa con un amore forte e vero; il suo affetto non dipende dai capricci del suo piacere. Il suo amore affronta i sacrifici e le privazioni, le contrarietà e le inimicizie, è forte come la morte e tenace come l'inferno[1]. Non mi parlare di quelle banderuole che si vo1tano ad ogni vento, di quei cuori che sono delicatissimi per se stessi e durissimi per gli altri. Il cuore cristiano diventa d’una inflessibile durezza per se stesso, e di una squisita delicatezza per gli altri. Quando vorrai saperlo, studia le tenerezze del cuore di S. Francesco d’Assisi. Ma non c’è dunque più piacere pel cuore cristiano? Di’ piuttosto: non c’è più piacere che inganni, snervi e faccia sviare; nulla di ciò che può inaridire le midolla, atrofizzare il cuore, far sviare lo spirito. Ma tutto ciò che può vigore e forza, agilità e facilità, tutto ciò che può ingrandire ed elevare, purificare e dilatare, tutto questo entra nell'anima ed essa se ne serve per sviluppare incessantemente la sua vita. E gode, non delle sensazioni e dei solletichi esterni e sensibili, ma dell’ingrandimento del suo essere. E siccome la sofferenza serve quanto, e spesso più ancora, della gioia alla dilatazione delle sue facoltà, essa sa godere anche della sofferenza. La menzogna delle tue vane gioie sta nel fuggirsene di fronte al dolore, come uno stormo di passeri ad un colpo di fucile; e di fronte alla sofferenza, non ti resta se non un cuore vuoto, dei sensi effeminati, uno spirito debole. Desolazione!... Il cristiano, invece, non perde nessuna delle sue gioie nel dolore, anzi spesso è proprio allora che le gusta di più. Ah! finché il tuo cuore non avrà prestato una goccia di quella gioia, che non si dilegua davanti alla sofferenza, tu non saprai che cosa sia la gioia. Credi a me, vale la pena d’essere integralmente cristiano non foss’altro che per gustare questa bevanda. Beati quelli che piangono, disse il Maestro delle beatitudini[2]. Leggile tutte queste beatitudini; e quando comincerai a gustarle, comprenderai che le false gioie che ti affascinano non sono che orribili imposture. O cuore, che sei fatto per sì grandi cose, cessa dal lasciarti soffocare da sì puerili inezie. Le beatitudini cristiane sono il secondo frutto della vita cristiana. Le beatitudini! Le gioie della vita cristiana! Che nulla turba, nulla altera, nulla distrugge, neppure la sofferenza! La quale anzi le alimenta e le aumenta, oh Dio! in quale misura! Quando gusterai le beatitudini cristiane? Suvvia! credi in Nostro Signore, credi al Vangelo. Credi che quelli, che nel suo Vangelo Nostro Signore chiama beati, debbono essere tali in realtà. Credilo e provalo. Senti: Nostro Signore e il Vangelo promettono già per questo mondo la beatitudine; e questa, più che la gioia, è il sommo della gioia. Se tu avessi la fede!...
I legami eterni
Nel capitolo IX della 1ª parte hai veduto che tutte le creature sono per te degli strumenti. Per conseguenza i tuoi parenti, i tuoi amici, i tuoi padroni e generalmente tutti gli uomini, con cui sei in contatto, sono per te strumenti. E la gioia che regola tutti i tuoi rapporti coi tuo prossimo, è la stessa legge che regola l’uso delle creature, secondo la quale ogni cosa dev’essere usata come strumento. Non ti sembrò forse che tale concezione fosse troppo egoistica e utilitaria? Sarà bene manifestare qui un’altra profondità che ti recherà stupore e meraviglia. Devi capire anzitutto che se gli altri sono per te degli strumenti, anche la reciprocanza è assoluta. Se essi, debbono servirti, tu pure devi servir loro. Tu non ricevi soltanto, ma devi anche dare: è un mutuo scambio. Scambio di che? Scambio di vita; perché gli uni non debbono essere riguardo agli altri che strumenti di vita. Non so se riesci a intravedere la bellezza di quest’idea. Non è perché ci divertiamo tutti insieme che Dio ci mette in rapporto gli uni cogli altri. Le nostre relazioni non debbono e non possono legittimamente aver che uno scopo, quello di svolgere la nostra vita. E le gioie delle nostre relazioni non debbono e non possono legittimamente aver altra funzione fuori di quella di facilitare questo sviluppo di vita. […]
La volontà di Dio
Accettare e fare, ecco la tua vita: accettare per fare il tuo dovere, è il cammino della vita cristiana. Questi due elementi devono sempre stare uniti, completarsi l’uno con l’altro, e intrecciarsi in modo da formarne uno solo. Del resto essi sono veramente uno. Difatti sia in quello che accetti come in quello che fai, non c’è che una cosa che abbia pregio, e che dia vita alla tua accettazione come alla tua azione, ed è la volontà di Dio. Che cosa accetti? quello che vuole Dio. Che cosa fai? quello che lui vuole. Accetti e fai, perché lui lo vuole. Nell’uno e nell’altro caso è la sua volontà che ti spinge; quella tu vedi, ami e segui. […] Quando ti comunichi è l’ostia in sé che ti preme di ricevere, oppure Nostro Signore nell’ostia? Non è forse vero che questa per te non ha valore, se non perché contiene il tuo Dio? Un’ostia non consacrata non è che un pezzo di pane, e tu non te ne curi. Un’ostia consacrata invece contiene il tuo Dio, ed è ciò che adori con maggiore amore. Tu sei felice di comunicarti!... Ora le cose da accettare e il dovere da compiere sono veri sacramenti ed ostie, che contengono la volontà di Dio, cioè, Dio: poiché la sua volontà è lui; e per te egli non è così presente in nessun altro luogo come là dov’è la sua volontà, come presto ti farò vedere. Se tu non cerchi questa volontà nel dovere e nell'accettazione, queste cose sono per te assolutamente vuote, vuote come un’ostia non consacrata: e dovere ed accettazione non hanno maggior valore d’una comunione con un’ostia non consacrata. Ma se vai al tuo dovere per trovarvi la volontà di Dio, e se nelle disposizioni della Provvidenza accetti la volontà di Dio, allora è la vera comunione, l’unione piena, l’amplesso della tua volontà con quella di Dio. Ed è in ciò la vera comunione, di cui la stessa comunione sacramentale è un mezzo. Infatti comunione significa unione comune, comune unione dell’uomo e di Dio. Ora l’unione con Dio si opera soprattutto sotto forma di un’unione morale, vale a dire, di volontà. L’unione tra Dio e l’uomo si compie quando la volontà dell’uomo s’unisce a quella di Dio. Per conseguenza, allorché la tua volontà incontra quella di Dio e vi aderisce, si fa una comunione. E l’unione fra te e Dio non può compiersi in altro modo; perciò vedi che Dio per te non è presente in nessun altro luogo come là dov’è la sua volontà: non puoi incontrarlo che là. Il luogo del tuo incontro con lui è dunque il dovere e l’accettazione, perché li vi è la sua volontà. È lì che la sua volontà attende la tua, per unirsi ad essa. E se tu la vedi e l’abbracci, ti comunichi realmente, poiché entri in unione con Dio. Ma se non la vedi, sei come un infedele in presenza del SS. Sacramento. Questi non sa affatto quello che c’è nella santa ostia, la quale per lui non è che una cosa senza significato. E lo stesso succede del dovere e degli avvenimenti della vita pel cristiano cieco, che non sa adorare in essi la volontà di Dio. Va’ dunque alla scuola di Dio per cercare la volontà di Dio, e sarai in comunione con Dio.
La vera comunione
Se, per un privilegio impossibile, il Papa ti accordasse la facoltà di portar sempre con te un ciborio pieno di ostie e di comunicarti quante volte vuoi, la tua vita sarebbe un continuo rapimento. Ora quello che il Papa non ti accorderà mai, te lo accorda Iddio. Tu hai sempre con te la volontà di Dio, in tutto quello che hai da accettare e da fare. Accetta e fa’; accetta e fa’ la volontà di Dio ed è ogni volta una nuova comunione. E in certo modo è meglio d’una comunione sacramentale, poiché è una comunione effettiva, una comunione essenziale della tua volontà con quella di Dio. Ti ho detto che fai la comunione sacramentale unicamente come mezzo per attuare questa unione effettiva della tua volontà con quella di Dio. Infatti perché ti comunichi e ricevi Gesù? Per accrescere in te il suo amore. E il suo amore che cosa è, se non l’unione della tua volontà con la sua? La tua comunione sarebbe sterile, se non producesse l'amore. La comunione piena, efficace e vera è dunque l’unione della tua volontà con quella di Dio. Oh! quante belle cose svela la fede!... quando la si ha!... Bisogna però convenire che la fede illuminata e viva non è cosa comune, oggi soprattutto! Ma osserva anche le conseguenze. Se la tua fede non è ancora così viva da farti vedere la volontà di Dio nel sacramento delle cose da accettarsi e da farsi, essa tuttavia è abbastanza illuminata da farti sapere che Nostro Signore è tutt’intero in ciascuna ostia e in ogni parte d’ostia, tutt’intero in una piccola come in una grande, in un frammento come in un’ostia intera. La differenza di dimensioni e di accidenti dell’ostia non modifica in nulla la presenza reale di Gesù Cristo. Ti comunichi tanto con una piccola ostia, quanto con una grande, con una metà come con una intera, e vedi che il sacerdote raccoglie con lo stesso rispetto e uguale venerazione anche le minime particelle consacrate. Ebbene lo stesso è della volontà di Dio. Essa è sempre intera, sempre la medesima, in tutte le cose da farsi e da accettarsi, piccole e grandi. Perché dunque disprezzi le piccole cose? La volontà di Dio è forse meno pregevole, perché ti dà una piccola cosa da fare o da sopportare? Dio non è forse Dio egualmente dappertutto? Se tu lo disprezzi nelle piccole cose, è questo un modo di attestargli la tua fede? Perché fai tanta differenza, se non perché in fondo non è la sua volontà che tu cerchi, ma il tuo capriccio? Se vuoi essere cristiano, non far tante distinzioni. Se vuoi comunicare con la volontà di Dio, essa è lì tutt’intera nelle piccole cose come in quelle grandi, nelle circostanze spiacevoli come in quelle che ti possono dare consolazioni. Se tu la disprezzi, è perché non hai fede; se la disconosci, è perché sei un cieco; se la trascuri, è perché sei un codardo; se te la metti sotto i piedi, è perché sei uno scellerato. Se sapessi comunicarti, vale a dire, unir la tua volontà a quella di Dio, non ti occorrerebbe molto tempo per essere un cristiano; poiché questa comunione può essere di tutti gli istanti, e in tutte le cose… Ah! se tu sapessi!... Suvvia, dunque! Di’ risolutamente col Salvatore, che d’ora innanzi il tuo grande e sostanzioso cibo sarà il fare la volontà di colui che t’ha inviato in questo mondo, fino al perfetto compimento dell’opera, per cui t’ha creato[3].
L’imperturbabilità
Se tu hai l’intelligenza di quest’adorabile mistero della tua volontà divina nascosta dappertutto, se sai fare questa comunione, di cui cerco d’insegnarti il segreto, non ci può essere per te nessuna sventura. Infatti tutto quello che il mondo chiama avversità e disgrazie, come quello ch’esso chiama fortuna e felicità che cosa è in realtà? Non è che una scorza, una superficie, un’apparenza; è l’esteriore della vita. Lì sotto sta nascosta una sostanza, che è l’interno, il midollo della vita: cioè la volontà di Dio. Fare il volere di Dio è tutto il cibo dell’anima; nessuna cosa la nutre tranne questo. Ma quanto le è anche vantaggioso questo cibo! Unendosi alla volontà di Dio, l’anima s’ingrandisce, la sua vita si sviluppa, tutte le sue facoltà s’innalzano fino a poter glorificare Dio. Tu ora sei serio e vuoi vivere ad ogni costo: vivere, cioè, crescere, dilatarti, per raggiungere la meta per cui fosti creato. Il solo bene che ti attrae, perché infatti è il solo tuo bene, è l’ingrandimento del tuo essere per la gloria di Dio. Ora questa grandezza cristiana, che t’incanta, tutto te la conferisce: il dolore quanto, e spesso più ancora della gioia. La volontà di Dio è dappertutto. Ecco perché sei sempre felice. Dovunque trovi Dio che lavora al tuo ingrandimento servendosi delle sue creature. Che importa a te un po’ di piacere o un po’ di sofferenza? Queste son sciocchezze da nulla per un cuore che vuol vivere!... E guarda che pace in questo cuore! Una pace che nulla turba, nulla altera e nulla interrompe. Una pace che è sempre la medesima, calma nella gioia, più calma ancora nel dolore. Una pace che accoglie tutti gli avvenimenti e tutti i doveri con la stessa serenità perché tutti le recano il medesimo nutrimento e il medesimo profitto. La pace cristiana! Un’assoluta imperturbabilità! Ecco il vero stato del vero cristiano. Dopo la gloria di Dio non c’è cosa tanto grande quanto la pace dell’uomo, come cantarono gli Angeli sulla culla di Betlemme[4]. Oh! Quanto fa bene l’essere cristiano! Nulla vale questa pace, e questa uguaglianza d’anima io t’auguro di gustarla. L’uomo che pone lo scopo della sua vita nel suo piacere, che vede la ragione della sua esistenza nella felicità di cui può godere, e che è incessantemente occupato nel conseguimento di questa felicità attraverso le creature, quest’uomo, dico, è continuamente infelice; perché ciò che pensa essere la parte principale della sua vita, gli sfugge sempre.
[1] Quia fortis est ut mors dilectio, dura sicut infernus aemulatio. Cantic. VIII, 6.
[2] Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur. Matth. V, 5.
[3] Meus cibus est, ut faciam voluntatem eius qui misit me ut perficiam opus eius. Ioan. IV, 34.
[4] Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Luc. II, 14.".
Filippo Giorgianni dice sempre che io sono troppo buono, quando gli faccio i complimenti per le sue note.
Io gli rispondo dicendo che i complimenti sono meritati.
E' raro trovare un giovane che si impegna e che studia così tanto.
Filippo ha una vasta cultura (e credo che l'abbia dimostrato abbondantemente) e, a mio modesto avviso, deve essere valorizzato.
Spero di contribuire a ciò, pubblicando le sue note.
Proprio perché è un ragazzo che vale, pubblicando le sue note su questo blog, desidero fare in modo che sia valorizzato.
Si merita ogni bene e chi ce l'ha come amico è fortunato.
Lo steso discorso vale anche per altri ragazzi, come (ad esempio) Riccardo Di Giuseppe, Morris Sonnino, Stefania Ragaglia, Angelo Fazio, Irene Bertoglio e Vittorio Leo, per citarne solo alcuni.
Ora, commento la nota.
Filippo ha preso delle citazioni di Santi, per parlare di quello che è il cammino di perfezione, perfezione a cui aspira ogni cristiano.
La commento, sintetizzando un brano della una lettera di San Paolo Apostolo ai Galati (capitolo 5, versetti 13-15) che è intitolato "La libertà del cristiano lo spinge alla carità" e che recita:
"2. La libertà del cristiano lo spinge alla carità (Galati 5, 13-15)
Ogni uomo è responsabile verso gli altri.[13]Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. [14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!".
Il vero uomo libero è quello che tiene conto di ciò.
L'uomo che pensa solo a sé stesso, invece, è un uomo schiavo dei suoi peggiori istinti e delle sue peggiori passioni e può anche rovinare la vita degli altri.
L'uomo che pensa a sé stesso non è fedele a Dio ma a sé stesso.
L'uomo che, invece, pensa al suo prossimo è realmente libero.
Egli, infatti, non si lascia influenzare dai peggiori istinti ed aiutando il prossimo, si avvicina a Dio.
Ciò fu capito anche dagli Apostoli e dai Santi.
Fondamentalmente, il Santo non è una persona che fa miracoli.
Il Santo è una persona che ha scelto di vivere per Dio ed in funzione di Dio e per gli altri ed in funzione degli altri.
L'ha fatto seguendo la via religiosa (quindi, facendosi prete, monaco o suora, come San Luigi Gonzaga, San Gabriele dell'Addolorata o San Pio da Pietrelcina) o conducendo una vita degna di essere vissuta e senza piegarsi a certi dettami (e, a volte, pagando ciò con il martirio, come Santa Caterina d'Alessandria, San Tommaso Moro o San Carlo I Stuart).
Questa è la via che porta alla perfezione.
In fondo, questa è anche la via che fu percorsa da Gesù.
Se la percorse lui, che è Figlio di Dio, perché non possiamo farlo anche noi?
Cordiali saluti.
DIO, E SE AVESSE RAGIONE ISAAC NEWTON?
Cari amici ed amiche.
Al CERN di Ginevra si fanno ricerche sul Bosone di Higgs, la particella subatomica da cui, secondo alcuni scienziati, sarebbero venuti furi l'universo, la Terra e tutti gli esseri viventi che la popolano.
In fisica quantistica, i bosoni sono sono le particelle aventi valori interi dello spin; essi si distinguono dall'altra classe di particelle, i fermioni per il fatto di non obbedire al principio di esclusione di Pauli.
Alcuni di questi scienziati ritengono che la scoperta del Bosone di Higgs possa smentire la religione e negare (addirittura) l'esistenza di Dio.
Ora, io voglio fare una considerazione.
Prendiamo una tavova periodica degli elementi e guardiamola.
Prendiamo, ad esempio, quattro elementi come l'idrogeno, il cromo, l'alluminio ed il cloro.
Ho scelto gli elementi a caso.
I loro atomi sono costituiti da protoni, elettroni e neutroni.
I primi sono le particelle subatomiche a carica positiva, i secondi a carica negativa ed i terzi senza carica poiché determinano la massa atomica.
Eppure pur avendo le stesse componenti nei loro atomi, questi quattro elementi sono diversi sia fisicamente che chimicamente.
Il numero atomico (che è dato dal numero di elettroni e di protoni) dell'idrogeno è 1, la sua massa atomica 1, 0079 uma (unità di massa atomica) ed i suoi numeri di ossidazione sono -1 e 1.
Il numero atomico del cromo è 24, la sua massa atomica è 51, 996 uma d i suoi numeri di ossidazione sono 2, 3, e 6.
Il numero atomico dell'alluminio è 13, la sua massa atomica è 26, 982 uma ed il suo numero di ossidazione è 3.
Il numero atomico del cloro è 17, la sua massa atomica è 35,453 uma ed i suoi numeri di ossidazione sono -1, 1, 3, 5 e 7.
Potrei stare qui a parlare delle configurazioni elettroniche e dei punti di fusione di ebollizione di questi elementi (e la cosa non mi dispiacerebbe) ma non voglio dilungarmi troppo in cose tecniche. Non voglio annoiarvi.
Voglio solo farvi capire che i vari elementi sono costituiti da atomi e questi ultimi sono costituiti dalle stesse particelle subatomiche.
Eppure, questi elementi sono diversi tra loro.
Basta cambiare i numeri di protoni, di elettroni e di neutroni e si hanno gli elementi più diversi.
Non può essere stato il caso a decidere ciò, come non può essere il caso a decidere certe leggi scientifiche, come il principio di Le Chatelier, quello che prevede che ogni sistema reagisca ad ogni modifica, minimizzandone gli effetti, o i principi studiati da Isaac Newton sulla forza peso, che è il prodotto tra la massa e la forza di gravità.
Proprio Isaac Newton (25 dicembre 1642-20 marzo 1727) parlò sempre di una mente che fece l'universo, la Terra ed i vari esseri viventi che la popolano.
Questa mente, ovviamente, è Dio.
A pensare ciò, non fu un "clericale fanatico, ignorante ed intollerante", il cattolico secondo una certa mentalità laicista, intollerante ed anche ottusa.
Infatti, Newton odiava la Chiesa cattolica e metteva in discussione i dogmi cristiani.
Eppure, egli non negava l'esistenza di Dio.
Se anche una mente "profana", come quella di Newton, non negava l'esistenza di Dio perché noi ne continuiamo a mettere in discussione l'esistenza?
Ora, gli atei possono dire: "Non ci sono prove dell'esistenza di Dio" e noi credenti potremmo rispondergli che non ve ne sono nemmeno per la tesi opposta.
Tuttavia, noi tutti dobbiamo riflettere sul ciò che c'è nel nostro mondo.
Forse, potremmo capire anche il senso della vita.
Cordiali saluti.
GOVERNO MONTI? RISCHIA DI PORTARE AL DECLINO!
Cari amici ed amiche.
Su "Italia chiama Italia", ho pubblicato questo articolo intitolato "Governo Monti verso il declino? - di Antonio Gabriele Fucilone".
Io l'ho commentato nel seguente modo:
"La cosa veramente scandalosa è il fatto che non siano state create nuove opportunità per i giovani. Anzi, questa manovra rischia di deprimere le aziende che non sarebbero più incoraggiate a creare nuovi posti di lavoro e ad assumere. Io, che attualmente sono in cerca di lavoro, ho girato per varie aziende. Molti dei loro titolari mi hanno detto (testualmente) che non ce la fanno più. Qualcuno di loro ha già messo in cassa integrazione i propri dipendenti. Il vero scandalo non il fare andare in pensione più tardi coloro che già lavorano. Il vero scandalo è il fare andare in pensione più tardi coloro che già lavorano, senza avere creato nuove opportunità per i giovani e per tutti coloro che devono entrare nel mondo del lavoro.Se ci fosse stata una cosa simile, la riforma delle pensioni avrebbe avuto un suo perché. I posti di lavoro sono rimasti sempre quelli mentre coloro che già lavorano non possono andare in pensione. In queste condizioni, come fa un giovane a lavorare?".
Il vero problema dell'Italia è questo.
I posti di lavoro sono sempre gli stessi mentre chi lavora già va in pensione più tardi.
Ora, se è vero che negli anni passati molti andarono in pensione addirittura prima di avere compiuto i cinquant'anni, aumentando di fatto la spesa pubblica ed il debito, è vero anche per i giovani fu fatto e si sta facendo poco.
Il governo del presidente Berlusconi aveva tentato di fare qualcosa per cambiare la situazione ma l'Italia è un Paese "feudale" e chi ha già certi privilegi fa di tutto per mantenerli.
Pensate alle riforme del mercato del lavoro, un mercato del lavoro che è troppo rigido ed obsoleto, su cui i sindacati continuano a porre dei veti.
Il governo Monti, purtroppo, non sta facendo nulla per i giovani.
Ha aumentato gli estimi catastali e tutte le tasse e non ha fatto nulla per favorire la crescita e l'occupazione giovanile.
L'altro ieri, ero stato invitato ad una riunione del Comitato di Roncoferraro dell'Associazione Civica Mantovana (ACM).
Una delle persone lì presenti aveva detto che servirebbe una rivoluzione con i fucili.
Onestamente, io spero che non si debba arrivare a ciò perché una rivoluzione non porta mai a nulla di buono.
Anzi, è proprio il relativismo che fu portato dalla Rivoluzione francese ad avere generato questa situazione.
Però, il malcontento è palese.
La politica è bloccata e l'economia non va avanti.
Il governo Monti si era proposto come quel soggetto che avrebbe rimesso a posto le cose e invece non sta facendo nulla.
La politica torni a fare il suo mestiere.
Cordiali saluti.