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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino

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lunedì 19 dicembre 2011

MANOVRA? RISCHIA DI ESSERE DEPRESSIVA

Cari amici ed amiche.

Onestamente, io credo che questa manovra economica fatta dal governo Monti rischi di essere depressiva, se ad essa non seguissero delle riforme vere.
Infatti, questa manovra si fonda sulle tasse e sui tagli.
Io penso che, se dovessero esserci solo tasse e tagli e dovessero mancare le riforme strutturali serie, vi sarebbe il rischio di una forte recessione.
Questo Paese ha bisogno di riforme, dalle liberalizzazioni alle riforme strutturali del sistema.
Non credo che il governo Monti sia in grado di fare ciò, visto che la sua maggioranza è formata da soggetti troppo diversi tra loro.
Infatti, il Partito Democratico ha certe idee ed il Popolo della Libertà altre.
Quindi, non si possono fare delle grandi riforme che siano condivise.
Si possono fare, invece, alcune riforme, come le liberalizzazioni.
A questo Paese, però, servono grandi riforme, come il federalismo.
Solo così, l'Italia può essere rilanciata.
Cordiali saluti.

domenica 18 dicembre 2011

DAGON-LA MUTAZIONE DEL MALE, LA RECENSIONE




Cari amici ed amiche.

Faccio una recensione del film "Dagon-La mutazione del male", un film girato in Spagna nel 2001 e diretto da Stuart Gordon. Questo film è ispirato ad un racconto horror scritto da Howard Philips Lovencraft che è intitolato "La maschera di Innsmouth".
Il racconto è ambientato in un villaggio del New England mentre il film è ambientato in Spagna, in un villaggio di pescatori chiamato Inboca.
Nel film, il giovane Paul Marsh (interpretato dall'attore Ezra Godden) fa un viaggio con i suoi amici presso la costa spagnola.
Ad un certo punto, il loro yacht naufraga e Paul e la sua ragazza Barbara approdano in uno strano villaggio, Inboca.
Ben presto, Paul si accorge che questo villaggio di pescatori aveva qualcosa di strano.
Visitando la sua chiesa, lui e la sua ragazza non videro il crocifisso né immagini di santi.
Videro piuttosto degli strani simboli ed un cartello che recita "Esoterica Orden de Dagon".
Nella mente di Paul iniziarono ad emergere strani ricordi legato a quel paesino.
Di notte successe un fatto strano.
Per le vie della città si aggiravano delle strane figure, metà uomini, metà mostri marini.
Erano gli abitanti di Inboca e cercarono di prendere Paul che fuggì dalla finestra.
Nel fuggire, Paul si imbatté In Ezequiel, un vecchio ubriaco, interpretato dall'attore Francisco Rabal.
Questi spiegò a Paul quello che successe ad Inboca.
Infatti, tanti anni fa, questo villaggio di pescatori versava in uno stato di crisi.
La gente pregava Gesù Cristo in chiesa.
Un giorno, arrivò il capitano Orpheus Cambarro (interpretato dall'attore Alfredo Villa) che irruppe nella chiesa e disse di avere conosciuto un dio che avrebbe ascoltato le loro preghiere.
Questo dio era Dagon, una divinità nota anche alla Bibbia.
Infatti, era un dio dei Filistei.
La gente iniziò a ricevere pesce ed oro dal mare. Si avvicinò a questa divinità, rinnegando Cristo.
Nel video qui sopra si vede la scena in cui la gente distrusse i simboli della chiesa cristiana e Cambarro uccise il prete (interpretato da Fernando Gil).
In seguito, Dagon iniziò a pretendere i sacrifici umani. Le prime vittime furono i genitori di Ezequiel che era l'unico cristiano rimasto ad Inboca.
Paul dovette cercare il modo di fuggire ma non riuscì.
Anzi, si imbatté in quei mostri e venne fatto prigioniero.
Qui si arriva alla conclusione del film che ha dell'incredibile.
Paul si imbatté in Xavier Cambarro, nipote del capitano, ed in altri mostri, tra cui Uxia Cambarro.
Xavier (interpretato da Joan Minguell) rivelò a Paul di essere il suo vero padre mentre Uxia (interpretata da Macarena Gomez) era sua sorella e sarebbe diventata anche la sua amante.
Questa cosa atterrì Paul che capì il perché dei ricordi legati a quel villaggio.
Paul tentò di suicidarsi, dandosi fuoco, ma Uxia lo fece cadere in acqua e lui iniziò a respirare sott'acqua.
Alla fine, Paul accettò la sua natura.
Ora, esprimo un giudizio sul film.
A me, onestamente, il film non è piaciuto.
In primo luogo, il finale è stato (di fatto) una vittoria del male, di Dagon.
In secondo luogo, il film parla di un'umanità che, pur di avere beni materiali, è pronta a rinnegare quei valori veri e profondi, valori che sono propri della tradizione cristiana, ed è disposta anche a diventare prigioniera di un dio che, in realtà, non la ama, Dagon, per l'appunto.
Io mi aspettavo che Paul avrebbe sconfitto Cambarro e che avrebbe liberato sé stesso e gli amici, tra cui Barbara, che erano imprigionati.
Mi aspettavo un messaggio positivo da questo film.
Io credo che questa società abbia bisogno di messaggi positivi, messaggi positivi che non ho ravvisato in questo film.
Inoltre, da cattolico, ho trovato orribile la scena della distruzione delle statue cristiane e l'uccisione del prete.
Sicuramente mi ha fatto sentire veramente orgoglioso di essere cattolico.
In fondo, però, nel mondo vi sono situazioni analoghe che, purtroppo, sono vere e non sono scene di film.
Il fatto che questo film non abbia un messaggio positivo è il motivo per cui non do un giudizio positivo su di esso.
Cordiali saluti.

UN GIUDIZIO SUL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, GIORGIO NAPOLITANO

Cari amici ed amiche.

Leggete l'editoriale de "Il Giornale del Sud" che è intitolato "L'EDITORIALE/ Presidente, la prego, stia zitto!".
Condivido, più nel merito che nel metodo, le parole espresse in questo editoriale che è stato scritto da Roberto Della Rocca.
Io penso che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sia andato oltre quelle che sono le sue competenze.
Lo dico con ogni rispetto per la persona ma ritengo che il presidente sia andato oltre quelle che sono le sue competenze.
A favorire ciò è stata anche la debolezza della politica, una politica sempre più fondata su delle baruffe (spesso stupide) e sempre più lontana dai cittadini che avevano eletto un Parlamento ed un Governo.
Così, con la tecnocrazia, è stato sostituito un Governo eletto democraticamente ed è stato commissariato un Parlamento, organo che dovrenbe rappresentare i cittadini.
Questo Governo di tecnocrati sta mostrando sempre più il suo volto, il volto di uno Stato che rischia di essere malsopportato dai cittadini e sempre più autoreferenziale.
Le uscite di certi ministri lo dimostrano.
Cito, ad esempio, l'ultima uscita del Ministro della Cooperazione, il professor Andrea Riccardi, che aveva affermato che sarebbe giusto regalare le case popolari ai Rom.
Questa affermazione è molto discutibile.
In primo luogo,essa è frutto di un cattolicesimo che non mi rappresenta.
Anzi, per me è quasi un'eresia!
Per me, il vero cattolicesimo è quello della Milizia di San Michele, di San Pio di Pietrelcina, di San Gabriele dell'Addolorata, di Plinio Correa de Oliveira o del Beato John Henry Newman.
Infatti, trovo che le affermazioni del ministro Riccardi siano razziste.
Infatti, è come se avesse detto: " Regaliamo le case popolari ai Rom e agli immigrati mentre facciamo pagare gli affitti alti ai cittadini italiani, giovani in primis.".
Non ho nulla contro gli stranieri ma noto un certo "razzismo al contrario" che penalizza gli italiani.
Oggi, purtroppo, è così.
Ricordo che le case popolari furono pagate dai cittadini italiani!
Non pretendo di essere interprete di quello che potrebbero pensare i Santi, né voglio buttarli nell'agone politico, ma credo che di fronte a questa situazione San Gabriele dell'Addolorata e San Luigi Gonzaga (che come il primo è Patrono dei giovani) avrebbero molto da dire, visto che questa situazione danneggia i giovani italiani.
Inoltre, vi sono famiglie (italiane) con figli o genitori malati a carico, che vivono con reddito basso e che pagano degli affitti esosi (anche di 600 Euro) nelle case popolari, case che furono pagate con soldi loro!
Molte di queste famiglie hanno redditi molto bassi, anche di 1000 Euro al mese.
Se si tolgono loro 600 Euro, quello che rimane non serve nemmeno per fare una bella spesa alimentare.
Il presidente Napolitano, a mio modo di vedere, dovrebbe ascoltare le istanze dei cittadini.
Non mi sembra che lo stia facendo e lo dico con grande rammarico.
Cordiali saluti.

L'INTERVISTA Urss, il peso di un incubo *di Antonio Giuliano


Cari amici ed amiche.

Leggete questa nota:

"Il progetto diabolico di Lenin e compagni si concluse vent’anni fa. Il 26 dicembre del 1991 Mikhail Gorbaciov, sulla scia del vento che aveva spazzato il Muro di Berlino, sciolse ufficialmente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss), nata nel lontano 1922. Per quasi settant’anni, nel primo stato socialistadel mondo lo spettro comunista agitato da Marx si rivelò un sistema disumano in carne e ossa. E oggi a distanza di vent’anni si fa ancora fatica a comprendere la portata di quell’incubo. «Non abbiamo ancora chiarito le relazioni con il nostro passato. Non abbiamo fatto l’atto di pentimento a cui ci esortava Solženicyn».

È la denuncia amara di Ol’ga Aleksandrovna Sedakova, 62 anni, poetessa e voce tra le più brillanti della cultura russa contemporanea, conosciuta in Italia anche grazie all’opera di Russia Cristiana che ha pubblicato l’ultima sua opera in italiano Apologia della ragione (La Casa di Matriona, 2009). Originaria di Mosca, la Sedakova ha cominciato a comporre poesie quando ancora non sapeva leggere e scrivere «da che mi ricordo e forse anche prima», puntualizza. Una passione fomentata proprio dagli anni del comunismo sovietico. «Sentivamo un bisogno vitale della parola poetica, di una parola alta, ispirata» spiega richiamando gli altri grandi colleghi poeti e artisti esiliati in patria, come Osip Mandel’stam, Josif Brodskij e Boris Pasternak. Una «generazione letteraria perduta» dice la Sedakova, messa al bando nel paese dei soviet. “Inattuali” e sgraditi al regime, trovavano come unici interlocutori i grandi classici della cultura mondiale. «Solo in una prigione come l’Unione sovietica – spiega la poetessa – si poteva amare Dante e Omero al modo in cui noi li amavamo: come la nostra personale salvezza». E la produzione poetica della Sedakova, rimasta a lungo ai margini negli anni ’70-’80 e affidata ai samidzat, alle copie dattiloscritte clandestine, è venuta alla luce solo alla fine dell’Urss.

Che ricordo ha lei del comunismo sovietico?

Il regime sovietico ha avuto varie fasi, molto diverse tra loro. La mia infanzia è coincisa con il periodo allegro e abbastanza stolido del “disgelo” degli anni Sessanta. Negli anni della maturità ho visto la lunga epoca della “stagnazione”, la lenta dissoluzione del regime. Un’impressione di soffocante assurdità, di falsità generalizzata (anche i bambini sapevano mostrarsi “ideologicamente agguerriti”), di squallore. E di vergogna. Perché i delitti di epoca staliniana erano già stati parzialmente scoperti nell’epoca del disgelo, ma poi furono nuovamente occultati, e quindi – in qualche modo – noi tradivamo per la seconda volta coloro che erano stati annientati dal nostro potere. La vergogna nasceva dal fatto che senza collaborazionismo non si poteva far niente: perfino ottenere un diploma, senza dare gli esami delle materie ideologiche, tra cui l’«ateismo scientifico» era impossibile. Ne parlo in modo particolare inElegia che trascolora in requiem, (tradotta da tempo in italiano da Francesca Chessa, ma finora la sua bellissima traduzione non è ancora stata pubblicata). Un testo ponderoso, una sorta di compianto funebre di tutta la storia sovietica. L’ho scritto nel periodo dei «funerali di Stato», quando uno dopo l’altro morivano i nostri capi: Brežnev, Andropov, ?ernenko. Avevo iniziato questo poema alla morte di Brežnev, e l’ho terminato alla vigilia della morte di ?ernenko. L’epoca si concluse con una lunga agonia. “Piangiamo tutto ciò che con lui seppelliamo” scrissi. Con lui, cioè volevo dire i nostri governanti. Naturalmente si trattava di versi proibiti, che circolavano nel samizdat. E io non mi sarei azzardata a recitarli in qualunque casa di conoscenti. Sul mondo del “socialismo reale” ho scritto anche una prosa:Viaggio a Brjansk. Questo testo, un tempo considerato terribilmente sovversivo e perciò costretto alla clandestinità, attualmente è uscito anche in tedesco e in francese.

Lei ha sempre messo in risalto il paradosso di un totalitarismo che si definiva «umanesimo socialista» ma che di fatto ha distrutto l'uomo.

Sì, era un umanesimo “sui generis”. I comunisti, infatti, erano insoddisfatti dell’uomo in quanto tale, lo scopo del regime era costantemente la «rieducazione», la «creazione dell’uomo nuovo», dell’«uomo dell’avvenire». Una delle sue costanti era l’ateismo. Un’altra era la fedeltà alla causa del partito. Come sappiamo, i gulag erano pensati come una scuola di rieducazione ideologica, ma anche in libertà l’uomo sovietico subiva un processo di «rieducazione» (cioè di lavaggio del cervello), fin dalla scuola materna. E come strumento per creare l’«uomo nuovo», oltre a questo indottrinamento generale si praticava anche una rigida selezione, di generazione in generazione. In primo luogo, secondo il principio di classe. Alcuni ceti dovevano scomparire completamente (nobili, mercanti, contadini agiati, clero), i loro discendenti venivano privati del diritto di partecipare alla vita civile. Per principio, il «popolo sovietico» doveva essere composto da discendenti degli operai e dai braccianti agricoli (proletariato urbano e rurale). Selezione su base classista e sull’indefessa fedeltà al partito: non interessavano affatto le capacità professionali, la cultura, il talento. Così si formò l’homo sovieticus. Un uomo costretto a una terribile dieta intellettuale e spirituale: tutto ciò che poteva esserci di complesso, di elevato, di originale gli veniva tenuto nascosto perché tacciato di «idealismo», «formalismo» o «borghesismo».

Sia gli artisti che i credenti, ha ribadito più volte, «si sono incontrati nelle catacombe», perseguitati entrambi ferocemente dal regime con un numero tutt’ora incalcolabile di testimoni e martiri. Eppure si può dire che il comunismo non è riuscito a cancellare Dio dal cuore del popolo russo?

Più che dal popolo, non è riuscito a cancellarlo dal cuore delle singole persone. Anche se costoro sono stati costretti a diventare – se non dei martiri – almeno dei confessori della fede all’interno dello Stato ateo. Sul cuore umano, in fin dei conti, nessuno può vantare pieni poteri, nessun regime può se Dio lo chiama a sé. Ma dobbiamo ammettere, purtroppo, che il regime è riuscito in moltissimi dei suoi intenti. È riuscito a coltivare più generazioni di persone completamente avulse dalla tradizione cristiana. È riuscito a generare un’incredibile ignoranza in questo campo. Quando in epoca sovietica andavo al cimitero, dove si aveva paura di far mettere le croci sulle tombe, io pensavo atterrita alle dimensioni di questo strappo dalla fede, dalla preghiera, dal diritto a confessarsi e a comunicarsi prima di morire. Ma d’altra parte, coloro che conservarono la fede, e coloro che nonostante tutto vi approdarono – e questo processo si accentuò negli anni Settanta – che gioia del cristianesimo sperimentavano! Nelle epoche di prosperità della Chiesa non si vive tanto intensamente questa gioia della fede, questa forza vivificante della fede.

A vent’anni dalla caduta dell’Urss quanto pesa il passato sul popolo russo?

Nessuno dei progetti utopici del regime come l’ateismo di stato o l’arte e le scienze manipolate dall’ideologia riuscì a realizzarsi allo stato puro. Ma pur nella loro parziale attuazione hanno generato fiumi di sangue, degradazione e ignoranza in tutti i campi. E purtroppo non abbiamo ancora chiarito le relazioni con il nostro passato. Non abbiamo fatto l’atto di pentimento a cui esortava Solženicyn. Per questo, per molti l’unico «rifugio» rimangono l’ironia e il cinismo generalizzati. Ho già avuto modo di dire che la società russa non ha riesaminato la cinica ferocia inculcata per decenni alla gente. Basta pensare solo alla parola spietato usata da noi ancora in senso positivo: “Faremo una lotta spietata” si dice. L’essere spietati contro il nemico era considerato qualcosa di eroico…

Lei ha scritto che l’esperienza disastrosa dei totalitarismi del Novecento ha lasciato macerie pesanti anche nel mondo occidentale che oggi è incapace di interrogarsi sul senso dell’esistenza e non riesce più a sperare. La sua poesia al contrario brucia di speranza come si evince anche dalla sua raccolta Solo nel fuoco si semina il fuoco (Qiqaion, 2008).

Sì il mondo occidentale uscito dal totalitarismo ha prodotto un uomo traumatizzato, ferito, misero, svuotato dalla sua storia. Un essere che può trasformarsi solo in carnefice, dimenticando che invece in lui abita qualcosa di buono. L’uomo di oggi è sprofondato nella banalità perché ha dimenticato l’«inizio», il Principio. E tutto ciò che ne consegue: la riconoscenza, lo stupore, la grazia, la lode, l’ispirazione, il dono, la speranza in ciò che sembra impossibile… La maggior parte dell’arte contemporanea ne è un esempio: è piena dei motivi del vuoto, della distruzione, dell’impotenza, dell’aggressività. Mi piace invece l’immagine del fuoco e ricorre nella mia opera perché è un elemento che è quasi identico alla vita. Il Signore stesso dice che è venuto a portare nel mondo «la vita, e la vita in abbondanza...», e aggiunge che è venuto ad «accendere il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!». Non a caso il cristianesimo è capace di dare ad ogni persona significato, fermezza, audacia, speranza. E invece dimenticando l’inizio abbiamo rimosso anche la speranza nella vita eterna. In fondo il Principio di cui parlo è appunto l’immortalità originaria che ci viene donata dalle mani di Dio, la dignità creativa dell’uomo.

17-12-2011".

Ringrazio l'amico Angelo Fazio che ha portato alla mia attenzione questa nota.
Il comunismo è un'ideologia malvagia in sé.
In esso vi è un "egoismo socializzato".
Infatti, chi non è comunista viene bollato come "ignorante", "ladro" e quant'altro e quindi non degno di fare parte del consorzio umano.
Questo fondò, ad esempio, l'Unione Sovietica.
L'arroganza di alcuni uomini portarono al baratro milioni di loro simili.
Su questo, noi dobbiamo riflettere.
Cordiali saluti.

sabato 17 dicembre 2011

IL PRESEPE E L'ALBERO DI NATALE





Cari amici ed amiche.

Oggi vi parlo di due simboli del Natale, il presepe e l'albero di Natale.
Il primo è di origine puramente cristiana mentre il secondo è di origine pagana ma fu assimilato dal Cristianesimo.
Il presepe nacque a Greccio, nella Provincia di Rieti.
Correva l'anno 1223, quando San Francesco d'Assisi decise di "portare la Terra Santa in Italia".
Infartti, egli visse le Crociate. Infatti partecipò alla V Crociata, quella in cui il Santo incontrò il sultano al-Malik al-Kamil.
Nel tornare ad Assisi, San Francesco si fermò a Greccio e lì passò la notte di Natale.
Volle fare vivere l'esperienza della Natività di Gesù ai cittadini di Greccio.
Fece un presepe vivente, con persone del posto.
Mise insieme un asino, un bue, una coppia di sposi, un bambino e dei pastori.
Lì nacque l'uso del presepe o, come si dice qui da noi, presepio.
L'uso del presepe si diffuse in tutta Italia e non solo.
Nacque l'uso del presepe fatto con statuette.
Particolarmente caratteristico è il presepe napoletano, un presepe fatto con statuette che rappresentano la Santa Famiglia (Gesù Bambino, Maria e San Giuseppe), i pastori, il bue, l'asinello, le pecore ed altri caratteristici, come il monaco (che, letto in chiave dissacrante, rappresenta l'unione tra sacro e profano), i due compari, Zi Vicienzo e Zì Pascale (che sono le personificazioni del Carnevale e della Morte), il vinaio e Cicci Bacco (il primo rappresenta la rivoluzione religiosa del Cristianesimo nel pane e nel vino e il secondo rappresenta il dio pagano Dioniso, il diavolo), la zingara (colei che predice il futuro e che porterà i chiodi della croce di Cristo), Stefania (colei a cui gli angeli impedirono di vedere Maria, perché nubile e senza figli, ma ingannò questi ultimi, portando un sasso fasciato) e la meretrice, colei che rappresenta la contrapposizione alla Vergine Maria.
Oggi, nel presepe napoletano compaiono anche i personaggi più in voga del momento, come uomini di Chiesa, sportivi, politici e uomini di spettacolo.
E' pieno di simbolismo. Il fiume, ad esempio, rappresenta l'Acheronte, il fiume degli inferi in cui vengono traghettati i dannati mentre il mercato rappresenta le attività umane.
Molto belli sono i presepi fatti nel quartiere di San Gregorio Armeno.
Vi sono anche il presepe genovese e quello bolognese.
Genovese, bolognese o napoletano, il presepe rappresenta il valore della famiglia, il valore cardine dello spirito del Natale.
L'albero di Natale, invece, fu di origini pagane.
Pare che esso, infatti, sia legato all'Yggdrasill, l'albero cosmico del mondo, secondo la mitologia norrena.
In realtà, l'Yggdrasill rappresenta un paganesimo oramai influenzato dalla religione cristiana.
Il primo albero di Natale fu fatto nel 1441 a Tallinn, in Estonia.
Qui fu eretto un grande abete illuminato, intorno al quale ballavano giovani donne e uomini in cerca di un'anima gemella.
In ambito luterano, poi, si diffuse l'uso dell'albero illuminato, simbolo della luce.
Pare che fosse stato lo stesso Martin Luther a volere un abete con tante luci e decorazioni.
Fino al Congresso di Vienna, l'uso dell'albero di Natale venne considerato protestante, da parte dei cattolici.
I Prussiani, poi, lo fecero diffondere, con il Congresso di Vienna.
Oggi, il presepe e l'albero di Natale sono due simboli del Natale, una festa che, però, va vissuta in pace e nell'amore di Dio e verso il prossimo.
Se non ci sono queste due cose, il presepe e l'albero sono solo due belle cose poetiche ma senza una vera concezione del Natale.
Cordiali saluti.

IV DOMENICA DI AVVENTO


Cari amici ed amiche.

Nelle Sante Messe che si sono celebrate questa sera e in quelle che si celebreranno domani mattina saranno letti i seguenti brani:
  1. II libro di Samuele (capitolo 7, versetti 1-5.8b-12.14a.16)
  2. Salmo 88 (89)
  3. lettera di San Paolo ai Romani (capitolo 16, versetti 25-27)
  4. Vangelo secondo Luca (capitolo 1, versetti 26-38).
I brani possono essere letti qui sopra, sul foglio parrocchiale della Parrocchia di San Giovanni Battista, qui a Roncoferraro.
Re Davide fu colui che stabilizzò Israele, dandogli delle leggi e delle regole.
A lui anche l'attuale Stato d'Israele deve la sua grandezza ed il suo patrimonio.
Con Davide, le città prosperavano ed il popolo aveva delle leggi.
Egli, però, si preoccupò di fare un tempio in cui accogliere l'Arca dell'Alleanza, oggetto di grande sacralità che stava ancora in una tenda.
Dio apprezzò ciò ma gli annunciò anche quello che sarebbe stato il suo vero desiderio, il suo progetto, dare un Salvatore al suo popolo.
Questo Salvatore, il Messia, sarebbe provenuto dalla stirpe regale, la stirpe di Davide.
La Vergine Maria era della stirpe di Davide e in essa si compì il progetto di Dio, ossia il dare il Salvatore al popolo, un Salvatore che non sarebbe stato solo del Popolo di Israele ma di tutta l'umanità.
Il Salvatore fu (ed è) Gesù Cristo, quel Dio tanto grande che si fece piccolo e si velò di carne.
In Gesù, l'Emmanuele (ossia "Dio con noi"), si compì quello che Dio aveva detto a re Davide.
Maria, all'annuncio dell'arcangelo Gabriele, rimase turbata ma accettò quello che Dio voleva fare di lei. Lo fece in totale libertà.
Lei rinunciò alla vita simile a quella degli altri esseri umani per avere qualcosa di più grande, essere la madre dell'interno genere umano.
Proprio così, attraverso tutta la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, Maria divenne la madre di tutto il genere umano e lo fece obbedendo ciecamente a Dio.
Fu lei il prototipo della Chiesa di Dio.
Allora, per festeggiare bene il Natale bisogna capire questo concetto che (forse) vale più dei bei presepi e degli alberi di Natale illuminati.
Annuncio che venerdì 23, presso la chiesa parrocchiale di Roncoferraro (Mantova), vi sarà un concerto organizzato dal coro.
L'evento si terrà alle ore 21:00.
Cordiali saluti.




IL MISTERO DEL MONTE CARMELO

Cari amici ed amiche.

Vi voglio parlare di quello che accadde sul Monte Carmelo, in Israele.
Leggete questi versetti del Vecchio Testamento, il I Libro dei Re (capitolo 18, versetti 17-40):

"7 Appena lo vide, Acab disse a Elia: «Sei tu la rovina di Israele!». 18 Quegli rispose: «Io non rovino Israele, ma piuttosto tu insieme con la tua famiglia, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito Baal. 19 Su, con un ordine raduna tutto Israele presso di me sul monte Carmelo insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera, che mangiano alla tavola di Gezabele».
20 Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. 21 Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. 22 Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. 23 Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l'altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. 24 Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
25 Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». 26 Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all'altare che avevano eretto. 27 Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». 28 Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. 29 Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
30 Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l'altare del Signore che era stato demolito. 31 Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». 32 Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. 33 Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. 34 Quindi disse: «Riempite quattro brocche d'acqua e versatele sull'olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. 35 L'acqua scorreva intorno all'altare; anche il canaletto si riempì d'acqua. 36 Al momento dell'offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. 37 Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». 38 Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l'acqua del canaletto. 39 A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». 40 Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.".


Questo testo parla della sfida che il profeta Elia lanciò ai sacerdoti di Baal.
Infatti, nel periodo del profeta Elia, il culto di Baal si diffuse in Israele e sostituì quello di Dio.
Baal era una divinità fenicia che nell'Ebraismo assunse le connotazioni di un demone, Baal Pheor o Baal Zebub, che noi conosciamo come Belfagor o Belzebù, il diavolo.
Elia sfidò i sacerdoti di Baal sul Monte Carmelo.
Fece fare loro un altare formato di legna e pietre e fece mettere sopra di esso un giovenco.
Poi disse loro di pregare il loro dio perché accenda il fuoco senza che l'uomo intervenga.
Non successe nulla.
Poi, Elia fece un suo altare fatto con dodici pietre e legna.
Vi fece mettere sopra il vitello da sacrificare ed intorno ad esso fece mettere dell'acqua.
Elia fece l'invocazione e l'olocausto si accese.
Questo convinse il popolo di Israele a tornare a Dio e ad abiurare Baal.
Ora, certi scienziati di oggi vorrebbero fare credere che ciò non ebbe nulla di miracoloso ma che fu frutto di ingegno umano.
Effettivamente, da tecnico di laboratorio chimico (se pur attualmente disoccupato), posso confermare che certe reazioni possono scatenare incendi.
Ad esempio, mettendo del sodio metallico (Na) in acqua, si genera una forte reazione esotermica che produce idrogeno gassoso (H2).
Quest'ultimo, a contatto con l'ossigeno (O2) si incendia, anche per effetto del calore sviluppato.
A scuola, l'Istituto Professionale per i Servizi Sociali "Don Primo Mazzolari" (che si trova nel quartiere "Te Brunetti" di Mantova), io provai questa reazione.
L'idrogeno fece una fiammata.
Ora, agli alchimisti antichi era noto che mescolando zolfo (S), calce viva ( ossido di calcio, CaO) e nafta si poteva generare una reazione esotermica molto forte.
Questi materiali erano reperibili.
Da questa reazione esotermica veniva fuori il calore e questi faceva incendiare lo zolfo e la nafta.
Tuttavia, sorge una domanda.
Se questa tecnica fu nota agli antichi, significa che anche coloro che credevano in Baal la conoscevano.
Quindi, se anche i credenti in Baal conoscevano la tecnica, perché non confutarono quello che fece Elia?
Gli alchimisti c'erano anche tra di loro.
Forse, non furono in grado di farlo.
Quindi, può darsi, che fosse intervenuto davvero "Qualcuno che stette (e che sta) in alto" e deve creare il beneficio del dubbio sull'esistenza o meno di Dio.
Cordiali saluti.

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Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.