Presentazione

Presentazione
Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

Il mio libro sul Covid

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino

Il mio libro

Il mio libro

Il mio libro

lunedì 21 maggio 2012

Formattiamo il PdL!

Cari amici ed amiche.

Il 26 maggio, a Pavia, il Popolo della Libertà terrà un convegno in cui si tratteranno vari temi.
Il programma dell'evento è il seguente:


  1. Ore 13:00: Il futuro tra Europa, riforme e spesa pubblica. Intervengono Alessandro Biafora, Andrea Cecchetto, Lara Comi, Nicola Formichella, Giuseppe Moles, Giuseppe Pedà, Alberto Villa e Giacomo Zucco. Modera Giorgio Silli.
  2. Ora 15:00 : Speciale Movimentando " Rete vs PdL la sfida". Intervengono Anna Grazia Calabria , Massimo Corsaro, Guido Crosetto, Maria Stella Gelmini e Mario Valducci.
  3. Ore 17:00: Ripartiamo dal territorio. Collegamenti Skype e Google con città italiane e giovani sindaci under 30. Modera Alessandro Cattaneo.
  4. Ore 17:30, Formattiamo il PdL. Intervengono Alberto Ancarani, Everest Bertoli, Marco Bestetti, Emanuele Bottini, Simone Bressan, Federica De Benedetto, Alessia De Paulis, Nello Donnarumma, Mariachiara Fornasari, Niccolò Mardegan, Maria Rosi, Pietro Tatafiore, Pietro Tatarella e Lorenzo Tomassini. Modera Andrea di Sorte.
Io penso che convegni simili, che abbiano al centro i giovani, le questioni del territorio ed il concetto di riforma vadano fatti più spesso.
Il Popolo della Libertà deve attirare i giovani, anche usando di più la rete.
Ringrazio l'onorevole Lara Comi che mi ha inoltrato la locandina.
Cordiali saluti. 

Il PdL? Torni a fare veramente politica!

Cari amici ed amiche.

L'onorevole Lara Comi, su Facebook, mi ha inoltrato questa locandina.
Alla luce di quanto è successo alle elezioni amministrative e ai ballottaggi, è ora di riflettere
Il Popolo della Libertà ha subito una sconfitta pesante.
Certo, l'astensionismo l'ha penalizzato.
Del resto, l'astensionismo penalizza più il centro destra che il centro sinistra.
Però, non possiamo nascondere gli errori.
Il Popolo della Libertà deve usare questa sconfitta per imparare dai suoi errori.
Gli errori ci sono stati?
Certamente, gli errori ci sono stati.
Il primo è stato l'appoggio al governo Monti, appoggio che ha comportato un'abdicazione della politica a pannaggio della tecnocrazia e la rottura con la Lega Nord.
Anche il Partito Democratico appoggia Monti ma gli elettori di sinistra votano sempre, essendo più militarizzati. 
L'elettore di centro destra è ideologicamente più libero e quando vede che il suo partito non va non vota.
Il secondo è stato essersi affidati nei livelli locali a personalità che hanno pensato più agli interessi delle correnti a cui appartengono che non agli interessi del partito, della coalizione e della cittadinanza.
Questi errori sono stati pagati pesantemente.
La sinistra non è maggioranza nel Paese.
Tuttavia, rischia di vincere le elezioni, nonostante essa non sia maggioranza nel Paese,  per questi errori che, a mio giudizio, sono stupidi.
Prima di tutto, il Popolo della Libertà deve incominciare a mettere dei paletti a Monti e a minacciare di farlo cadere, qualora non si comportasse bene.
In secondo luogo, il partito deve tornare a parlare con la gente, riprendendo quello che il presidente Berlusconi iniziò nel 1994.
Deve valorizzare i giovani e portare avanti progetti nuovi che abbiano come fulcro i valori tradizionali, come la difesa della famiglia e quella della vita, la cultura del lavoro (autonomo e dipendente), inteso come fonte di ricchezza e di realizzazione della persona, e l'amicizia verso gli U.S.A ed Israele.
Deve tornare a parlare di federalismo, di riduzione della burocrazia e di riforme delle istituzioni.
Non dovrebbe avere paura nemmeno di parlare di presidenzialismo all'americana. 
Se non fa ciò, il partito rischia di avere problemi.
Cordiali saluti.





Roncoferraro, chiesa chiusa!

Cari amici ed amiche.

Purtroppo, il terremoto ha colpito anche a Roncoferraro.
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista è chiusa.
C'è stata un'ordinanza del sindaco. Si teme, infatti, che ci siano dei danni.
I rosari si terranno presso l'adiacente Oratorio, mentre chi vuole pregare potrà andare in sagrestia.
Per maggiori informazioni ci si deve rivolgere al parroco don Alberto Bertozzi.
Il terremoto ha fatto danni anche qui.
L'anno scorso, la chiesa ha avuto dei problemi. Era crollato il tetto di un locale attiguo.
Adesso sono davvero preoccupato.
Se qui a Roncoferraro è successo ciò, chissà cosa può essere accaduto a Governolo frazione del Comune di Roncoferraro?
Qui, infatti, il campanile della chiesa dei Santi Erasmo ed Agostino aveva già avuto dei problemi di staticità.
Come sarà la situazione ora?
A Roncoferraro, potrebbe esserci anche il problema di Corte Grande.
Qui si terrà anche la "Festa del Pesce".
A questo punto, non sarebbe meglio procrastinarla?
Spero che si faccia qualcosa per evitare che ci siano problemi.
Cordiali saluti.


Mario Sechi, "La tecnocrazia non è democrazia", in 'Il Tempo' del 10/05/12, pagg. 1 e 7

Cari amici ed amiche.

Leggete questo brano di Mario Sechi:

«Il tema di cui discutiamo è la sovranità. Ma le elezioni presidenziali in Francia e quelle in Grecia segnalano un’inversione di tendenza: siamo tornati alle nazioni. Come reazione alla politica europea che non è condivisa dai popoli. A Parigi si è votato pour la France e contre l’Allemagne, ad Atene hanno vinto i partiti «no Euro», «no Bruxelles», «no Bce», tutto ciò che era ed è l’Europa di cui stiamo parlando qui, nel Parlamento. Ho ascoltato con grande attenzione le parole di Cohn Bendit, e devo dire che condivido il fondo della sua analisi: c’è una perdita di democrazia, rispetto ai dogmatismi contabili e agli accordi dei governi, i Parlamenti contano sempre meno. Ecco perché le elezioni nazionali hanno avuto come argomenti principali l’Europa e i suoi mali. Ma in quale scenario si sta svolgendo questo dibattito? Cari amici, sull’agenda ci sono almeno quattro parole chiave: 1. Lavoro: secondo gli ultimi dati del fondo monetario internazionale nel mondo industrializzato ci sono duecento milioni di uomini e donne in cerca di occupazione. Duecento milioni! Questa è una minaccia, un problema sociale che può sfociare in una guerra sociale. 2. Crescita: l’ho sentita evocare spesso nel Parlamento italiano e anche in questa sala più volte. È l’ultimo mantra di una politica che però non riesce a crearla. Sembra di vedere un veliero fantasma galleggiare in un mare morto. E mentre i governi cercano la crescita, la recessione sta distruggendo imprese, posti di lavoro, ma soprattutto speranza. Il fiscal compact che alcuni Parlamenti hanno approvato senza neppure leggerlo e altri non hanno nemmeno discusso ma dato per buono, è contro qualsiasi ipotesi di crescita, anzi è un ammazza-crescita. Verrebbe quasi da sospettare, ma lo facciamo solo per amore dell’analisi di scenario, che la Germania lo difenda così tanto perché in fondo consente ai tedeschi, attraverso il gioco degli spread, di finanziare il proprio sviluppo emettendo debito a bassissimo tasso d’interesse. E scaricando il costo del debito sui Paesi più deboli e che resteranno tali finché non si sarà allentata la morsa fiscale e data loro una possibilità di sviluppo che non vuol dire uscire dal rigore, come si pensa a Berlino, ma aprire le porte a una nuova èra di investimenti. 3. Banche: anche ieri la prima pagina del Financial Times dava il titolo principale al salvataggio con soldi pubblici di Bankia, il terzo gruppo spagnolo per asset posseduti. Che sorpresa, ancora una volta i soldi dei contribuenti vengono utilizzati per salvare chi continua a fare finanza per la finanza, senza mai servire l’economia reale. Proprio ieri mentre viaggiavo verso Bruxelles stavo rileggendo i saggi politici di Orwell, ecco mi sembra di essere piombato in un romanzo orwelliano in cui il paradigma del «too big to fail» (troppo grande per fallire) non può essere applicato ai giganti della finanza, ma gli Stati e i loro popoli invece possono fallire. Per cui siamo al paradosso che le banche che hanno speculato sulla Grecia vanno salvate mentre lo Stato greco può fallire e il suo popolo essere affamato. È questa l’Unione europea che sognavate? È questa l’Europa che volevano costruire Spinelli, Schuman e i padri fondatori? Secondo un rapporto dell’Unicef in Grecia 450 mila bambini sono sulla soglia della fame. È una vergogna e non smetterò mai di scriverlo e dirlo in pubblico. Certamente questa non può essere la mia Europa. Risolvere il problema della Grecia qualche anno fa sarebbe costato solo 50 miliardi, ma si è preferito attendere perché la finanza non voleva perdere un euro e il risultato è tutto nella drammaticità di queste ore. La Grecia non ha ancora un governo, in Parlamento sono arrivati i partiti estremisti, Atene rischia di tornare a votare senza risolvere i suoi problemi, il default è un rischio concreto, il ritorno alla dracma per un popolo esasperato è diventato una speranza, e l’Eurozona rischia il break up, la rottura. Che cosa succede se si realizza lo scenario previsto da uno studio dell’università di Cardiff per cui arriviamo al doppio euro? Chi lo gestisce? Cosa succede? Quali saranno le conseguenze? Lo sanno tutti che i contratti delle grandi corporation ormai prevedono clausole di salvaguardia nel caso in Europa dovesse rompersi l’Eurozona. Gli studi legali internazionali già prendono contromisure, le mettono nero su bianco, preparano la diga in caso del diluvio. E i governi europei che fanno? E il Parlamento che fa contro la cattiva finanza? Non c’è neppure un ombrello in caso di pioggia. Ripeto, banche e cattiva finanza questo è il problema, l’origine della crisi che parte nel 2008 con i mutui subprime in America e si propaga come un virus in tutto il mondo. È ora che anche le banche prendano atto che possono fallire, non si salva la finanza che lavora solo per la finanza. Deve essere chiaro una volta per tutte, bisogna finirla con questa mistificazione e manipolazione del linguaggio e mi appello a tutti i giornalisti affinché raccontino quel che sta accadendo: l’Europa è in pericolo, grave pericolo. 4. Democrazia versus Tecnocrazia: è questo il nocciolo del problema occidentale, ma in particolare europeo. La discussione sul funzionamento istituzionale dell’Unione a cui ho assistito dimostra che bisogna ripensare il rapporto tra organi rappresentativi, eletti e soprattutto elettori. Il mio Paese, l’Italia, è una metafora di questo problema. La tecnocratica way of life italiana è interessante nei suoi esiti perché avete qui davanti un signore che ha sostenuto il governo Monti, pensa che non vi sia alternativa, ha salutato con favore l’uscita del governo Berlusconi, ma alcuni mesi dopo deve prendere atto della realtà. La ricetta dettata dalla Bce e da Bruxelles ha dei limiti enormi: quando un Paese in recessione viene sottoposto a una cura fiscale eccessiva – siamo ben oltre il 45% di prelievo – non occorre essere laureato in economia a Princeton per capire che il risultato è quello di produrre ancora più recessione, distruzione di posti di lavoro e turbolenza sociale. E anche in Italia le ultime elezioni hanno confermato la tendenza europea al «no euro», «no Bce» «no Bruxelles». È un fiume carsico pericoloso, perché ripeto, sono tornate le nazioni e invece c’è bisogno di un’Europa che funzioni. Non è possibile vedere uno scenario in cui la France ècontre l’Allemagne, Atene brucia e Berlino irride, l’Italia si dibatte in una ricetta suicida e intanto nel mondo circolano trecento trilioni di dollari di titoli derivati, vera spazzatura, senza alcuna copertura fondamentale, una bomba atomica sulla quale siamo seduti, dieci volte la ricchezza mondiale, e nessuno fa niente. Cari amici del Parlamento europeo, dov’è la soluzione per la cattiva finanza? Non la vedo. Ma abbiamo accettato che le banche non possono fallire e gli Stati sì. Io non so se l’Italia riuscirà a salvarsi o meno da questa crisi profonda e drammatica. Ma di una cosa sono certo: senza l’Italia non ci sarà mai l’Europa.».

Voglio ringraziare Filippo Giorgianni che ha messo questo articolo su Facebook.
Voglio ringraziare lui,  che è un bravissimo ragazzo (chi ce l'ha per amico è fortunato),  e tutti gli altri che su Facebook mi hanno scritto, mostrandomi la loro vicinanza.
Voglio rassicurarli, dicendo loro che sto bene e che, almeno per quanto riguarda Roncoferraro, non sono stati registrati danni, almeno per il momento.
Certo, la Protezione Civile è venuta anche qui.
Tuttavia,. la Provincia di Mantova è stata colpita duramente.
Oltre i danni registrati dai Comuni di Moglia, Sermide, Felonica Po, San Giovanni del Dosso Poggio Rusco e Quistello (di cui ho parlato nell'articolo intitolato "Terremoto, è ora della solidarietà"), purtroppo, devo segnalarvi anche quelli subiti da quello di Ostiglia.
Il Santuario della Beata Vergine della Comuna ha subito danni. 
Infatti, è crollata la guglia del campanile.
Ostiglia è relativamente vicina a Roncoferraro.
Le brutte notizie non finiscono mai.
Ora, parliamo dell'argomento in questione.
Che la tecnocrazia non sia democrazia è cosa nota.
Come ho già detto (e scritto), l'Euro è una moneta apolide, una moneta senza un'istituzione politica, né nazionale, né europea.
Essa è gestita dalle banche come moneta sovranazionale.
Ora, chi ha il controllo della moneta, ha la sovranità effettiva sugli Stati che hanno adottato la stessa.
Quindi, le banche possono fare pressione sulla politica dei singoli Stati, anche in funzione del fatto che manchi un'istituzione politica a livello europeo.
Quindi, i governi dei Paesi dell'area dell'Euro devono attenersi a ciò che dicono le banche, banche che, a loro volto, si alleano con i Paesi che esse considerano più forti, nel nostro caso, la Germania. 
La tecnocrazia è una politica senz'anima.
Basti pensare al recente provvedimento fatto dal governo Monti che prevede che lo Stato non risarcisca più le vittime delle calamità (compresi i terremotati dell'Emilia) o l'IMU, che sta sfiancando imprese e famiglie.
Questa è una situazione potenzialmente pericolosa perché rischia di favorire situazioni che possono essere incontrollabili, tra le quali anche l'eversione. 
Cordiali saluti. 



Ciao, Melissa!

Cari amici ed amiche.

Oggi ci sarà l'estremo saluto a Melissa Bassi, la ragazza uccisa in quel vile attentato alla scuola "Morvillo Falcone" di Brindisi.
Esprimo il mio più sentito cordoglio ai suoi cari.
Quell'atto vile e sacrilego non ancora una spiegazione.
Ciò rende ancora più angosciosa la vicenda.
In tale senso, vi invito a leggere l'articolo che ho scritto su "Italia chiama Italia" e che è intitolato "Attentato alla scuola di Brindisi, tutte le piste sono valide! - di Antonio Gabriele Fucilone".
Comunque, noi oggi ci dobbiamo sentire tutti brindisini.
Cordiali saluti.

Terremoto, è ora della solidarietà!

Cari amici ed amiche.

Leggete l'articolo de "Il Corriere della Sera" che è intitolato "Terrore in Emilia, un centinaio di scosse".
Ci sono stati danni gravi e, purtroppo, sei morti e parecchi feriti.
Ci sono stati danni gravi in Emilia-Romagna ed anche qui, nella Provincia di Mantova.
Sono stati segnalati danni gravi nei Comuni di Moglia, Sermide, Felonica Po, San Giacomo delle Segnate, San Giovanni del Dosso, Poggio Rusco e Quistello.
Anche la Regione Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza.
A Moglia, c'è l'ex-parroco di Roncoferraro, don Alberto Ferrari, che ricordo con grande stima.
Io credo che sia arrivata l'ora della solidarietà.
Ad esempio, qui a Roncoferraro (il Comune in cui io risiedo) ci sono tanti agriturismi.
I loro gestori farebbero bene ad aprire le loro attività agli sfollati dei Comuni emiliani.
Inoltre, anche le parrocchie dovrebbero attivarsi e spero che si attivi anche lo stesso Comune di Roncoferraro.
Il discorso vale anche per gli altri Comuni mantovani.
Segnalo, infine, un'iniziativa che è stata lanciata su Facebook.
Ringrazio un ragazzo di Milano, Daniele Keshk, che è in contatto con me e che ha segnalato l'iniziativa.
L'iniziativa consiste nell'offrire strutture agli sfollati.
Per offrire disponibilità di strutture, contattare i Carabinieri di Finale Emilia, telefonando al numero 0535-91067, o i Vigili urbani di Mirandola, al numero di telefono 0535-611039.
Anzi, mi permetto di lanciare un'idea.
Qui a Roncoferraro, dal 24 al 27 maggio,   ci sarà la "Festa del Pesce".
Propongo di dare ai terremotati dell'Emilia tutto il cibo che non sarà consumato.
Questa sera, ne parlerò al Comitato Manifestazioni.
Questa è la lettera che questa sera porterò al Comitato:

"Spettabile Comitato Manifestazioni di Roncoferraro. Roncoferraro (MN) 21/05/2012

Vista la tragedia del terremoto che ha colpito l'Emilia, vorrei fare una proposta.
Ho illustrato questa mia proposta sul mio blog “Italia e mondo”, nell'articolo intitolato “Terremoto è ora della solidarietà”.
Vorrei proporre di dare tutto il cibo che non è stato consumato durante la “Festa del Pesce”, la giacenza, ai cittadini delle province emiliane che sono state colpite dal sisma.
Sarebbe un bel gesto di amicizia verso queste persone sfortunate.

Si potrebbe fare ciò, contattando i Carabineri di Mirandola, al numero di telefono 0535-91067, o i Vigili Urbani di Finale Emilia, chiamando al numero di telefono 0535-611039.
Cordiali saluti.

Roncoferraro (MN) …./..../......
                                                                         Antonio Gabriele Fucilone
".
Spero che in tanti facciate qualcosa.
Cordiali saluti.

L'ESEMPIO DELL'ISLANDA



Cari amici ed amiche.

Leggete l'articolo che mi è stato inoltrato dall'amico Marco Stella e che recita:

"L’Islanda ha sconfitto i banchieri

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione .
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
Fonte - noreporter.org -
".

Inizio a commentare l'articolo con questa domanda:
"L'Euro è una moneta che rischia di fallire?"
La risposta è : "Sì!".
L'Euro rischia di fallire perché è una moneta sovranazionale che non ha altri riferimenti se non le banche.
Ergo, se le banche vogliono fare una speculazione, mettendo a rischio anche la sicurezza economica dei cittadini, possono farlo, riducendo la moneta a carta straccia, senza che i governi possano fare qualcosa.
La crisi viene determinata da ciò.
Vi è, di fatto, una guerra valutaria.
Questa guerra è condotta dalle banche e dai governi.
Il mio amico Angelo Fazio ha messo su Facebook questo articolo intitolato "Così la Thatcher cercò di fermare la Germania unita". 
La "Lady di ferro" aveva capito che la Germania unita sarebbe diventata un centro di potere che avrebbe attratto quella tecnofinanza che oggi controlla l'Euro.
Quindi, gli interessi della tecnofinanza e quelli tedeschi sono oggi un tutt'uno.
L'Italia deve riflettere e scegliere se sacrificare sé stessa per un interesse non suo, difendendo questo Euro, o se tutelare il proprio interesse, abbandonandolo.
Cordiali saluti. 



Translate

Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.