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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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sabato 12 maggio 2012

Alfredo Mantovano, "Ricostruire un contesto sociale 'coriandolare'...", in AA.VV., "A maggior gloria di Dio, anche sociale"

Cari amici ed amiche.

Leggete questo brano che mi è stato segnalato dall'amico Filippo Giorgianni che è intitolato "Alfredo Mantovano, "Ricostruire un contesto sociale "coriandolare"", in AA.VV, "A maggior gloria di Dio anche nel sociale":

«Nel novembre 1996, a pochi mesi dall’avvio dell’esperienza di governo dell’Ulivo, è stato pubblicato un libro dalla casa editrice Il Fenicottero: ha una diffusione e un’eco limitate, ma la lettura delle sue pagine è di non scarso interesse. S’intitola Anti-prince. L’autore è François Sauzey, responsabile dell’ufficio stampa della Trilateral Commission. È un romanzo, e descrive il ritorno nella sua città, dopo anni di lontananza, dello stesso autore e di un certo P-Bee, iniziali di un personaggio reale, appartenente al mondo dell’industria e della finanza italiane: un personaggio che Sauzey piega essergli presentato da David Rockefeller a Washington, durante un meeting della Commissione Trilaterale, e che lo accompagna nel viaggio di rientro [...]. Il tema del libro è la morte dello Stato e l’emergere di una nuova polis, senza confini, nella quale si accede senza documenti, che ha e caratteristiche di un network: tante bandiere, l’una diversa dall’altra, una grande quantità di lingue parlate – con prevalenza dell’inglese – e una marcata incertezza sulla titolarità del potere. Chi comanda nella nuovapolis? Al quesito, che François pone a P-Bee, costui risponde spiegando che “[...] c’è stato un cambio della guardia”. Nella polis riscoperta un luogo inutile è il Parlamento. La stampa “sembra non parlare di nulla”. Dappertutto ci sono banche. Il Principe,che dovrebbe essere il capo della polis, è dipinto come un essere ripugnante e marginale, disteso su un sofà, privo di qualsiasi potere effettivo, a cominciare da quello di emanare le leggi che dovrebbe approvare il Parlamento, dal momento che “[...] ora è Bruxelles ad avere la precedenza sulle nostre leggi”. Il “cambio della guardia” è radicale: l’impresa ha acquisito la centralità che prima, come soggetto istituzionale prevalente, aveva il cittadino; il mercato detta le regole della convivenza quotidiana, sostituendo le norme una volta dettate dalla legge; caduto ogni confine, il mondo, il globo in generale, diventa il territorio naturale e subentra alla vecchia patria; non è più la civiltà la forza più attiva e consistente, bensì le etnie. La vita reale si svolge non nelle istituzioni e nelle sedi delle tradizionali autorità sociali, ma altrove: in borsa, nelle banche, su internet… Come la gran parte della letteratura detta “utopistica”, anche in questo romanzo non è ben definito il confine fra la descrizione di ciò che è già e la proiezione di ciò che non è ancora, ma di cui s’intravedono i segni. Anti-prince è stata però una lettura utile perché ha indicato una linea di tendenza: ai secoli della progressiva ipertrofia dello Stato, al momento della formazione dello Stato moderno, segue da tempo l’altrettanto progressivo, e progressivamente accelerato, scioglimento de più elementari presidi istituzionali. Al “tutto nello Stato, tutto per lo Stato, niente al di fuori dello Stato”, del quale il secolo XIX secolo aveva fatto conoscere la versione centralizzatrice d’impronta liberale, e il secolo XX le varianti nazionalsocialista e socialcomunista, si sostituisce la fuga dallo Stato, senza che vi sia lo sforzo per cercare un punto di equilibrio, che faccia svolgere allo Stato le funzioni che gli spettano, evitando di appropriarsi di compiti non propri, ma anche di rinunciare alle proprie responsabilità. Non che l’impresa, il mercato, la borsa, internet, la globalizzazione, l’integrazione multietnica abbiano, ciascuno in sé considerato, connotazioni negative. Si tratta però di capire se questi elementi devono restare gli esclusivi dominatori della scena pubblica e gli esclusivi regolatori della vita dei singoli, e se invece elementi come società, patria, nazione, Stato, siano ormai fuori dalla realtà; si tratta di capire se la politica ha ancora un senso, o se tutto deve essere dominato da scelte che si spacciano per “tecniche”, imponendo ai Parlamenti e ai popoli europei decisioni adottate in sedi comunitarie prive in modo diretto di mandato rappresentativo, senza un vaglio approfondito delle autorità politiche dei singoli Stati. In una prospettiva tradizionale, lo Stato ha una funzione propria e insostituibile: una funzione naturale, che prescinde dai condizionamenti culturali e storici. Si tratta, in particolare, di uno Stato non accentratore o prevaricatore, bensì autorevole, che rispetta le realtà istituzionali e sociali, in un’ottica di effettiva sussidiarietà, senza abdicare alle proprie funzioni. Uno Stato che non esiste per sé: esiste in relazione al popolo e al territorio, entrambi elementi materiali, cui si affiancava il vincolo giuridico che costituisce l’elemento formale; la nazione, a sua volta, benché spesso sia un termine adoperato indifferentemente rispetto a popolo, si basa su vincoli non giuridici, più profondi e di rilievo morale. Logicamente e cronologicamente non viene prima lo Stato, e quindi il popolo, il territorio, l’ordinamento giuridico, e quei valori comuni nei quali il popolo si riconosce: esistono dapprima questi fattori, e la loro organica composizione integra e legittima la sovranità dello Stato. Questo è tanto più autorevole quanto più è chiara la memoria dell’identità della nazione che esso rappresenta e guida; quanto più sono evidenti le libertà concrete, dei singoli e dei corpi intermedi, che all’interno della nazione si sono sviluppati nel corso dei secoli, e i valori che in quelle libertà hanno trovato compimento; quanto più quelle libertà e quei valori trovano riscontro nell’esperienza storica di altre nazioni, anzitutto nel continente europeo; quanto più valori e libertà trovano composizione con gli interessi economici e finanziari delle singole comunità; quanto più, infine al centro dell’attività delle istituzioni viene posto il bene della persona. Nell’Anti-prince l’esito del “cambio della guardia” è un “nuovo uomo”, espressione di una “nuova soggettività”. Nella parte finale del libro di Sauzey, costui si sorprende quando scopre l’esistenza di “[…] un Uomo che è soltanto l’ombra del precedente. Un uomo della rete, la cui indipendenza è accerchiata da ogni parte. […] Un Uomo che non è più sovrano, non è più neppure ‘uno’. […] un Soggetto polverizzato”. A queste osservazioni P-Bee risponde con franchezza: “[…] Se per Soggetto tu intendi qualche cosa che, anche se lontanamente, assomiglia all’uomo di Cartesio, […]sì, il soggetto si è frantumato – irreparabilmente rotto, temo”. Riecheggia, anche nei termini adoperati, il monito lanciato dallo scrittore russo Aleksandr Solženicyn trent’anni fa, l’8 giugno 1978, quando si presentò l’Università di Harvard davanti a ventimila persone, per la maggior parte studenti, e pronunciò un discorso che gli ascoltatori non compresero, tanto che raccolse più fischi che applausi. Nell’occasione descrisse con poche pennellate la crisi della modernità, che accomuna Est e Ovest, e ne identificò i caratteri. Dopo aver parlato del “bazar del Partito” a Est – si era ancora un decennio prima della caduta del Muro di Berlino, avvenuto nel 1989 – e della “fiera del commercio”, a Occidente, disse: “quello che fa paura, della crisi attuale, non è neanche il fatto della spaccatura del mondo, quanto che i frantumi più importanti siano colti da un’analoga malattia”. Adoperò proprio quell’espressione, all’inizio dell’esposizione, riassuntiva della condizione umana di oggi: parlò di “un mondo in frantumi”, e cioè di spaccatura profonde, non tanto o non solo di natura politica, o fra blocchi contrapposti, ma “[…] di crepe più profonde, più larghe e più numerose di quanto non appaia al primo sguardo”. Aggiunse che “[…] questa frantumazione profonda e multiforme è gravida per tutti noi di vari rischi mortali”, dal momento che “[…] qualsiasi regno diviso contro sé stesso – oggi la nostra Terra – è destinato a morire”. Qualche anno dopo, nel 1984, la medesima espressione – “mondo frantumato” – si incontra in uno dei più importanti documenti del magistero di Papa Giovanni Paolo II: l’esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia. E la si è ritrovata altre volte nel magistero pontificio, per descrivere la situazione di disorientamento esistenziale, prima ancora che sociale e politico, che grava sull’uomo di fine e d’inizio millennio. Questa espressione appare oggi ancora più puntuale rispetto a trent’anni fa. La si ritrova nel 41° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, l’ultimo redatto a cura del CENSIS – il Centro Studi Investimenti Sociali, presieduto dal prof. Giuseppe De Rita – che descrive il contesto sociale italiano come “una realtà ambigua, senza rilievi e contorni di tipo sociologico e politico, piattamente de-totalizzata, e quindi sfuggente a ogni schema e sforzo interpretativo. Una realtà che diventa ogni giorno una poltiglia di massa; impastata di pulsioni, emozioni, esperienze e, di conseguenza, particolarmente indifferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa”. Prosegue il rapporto: “Al termine poltiglia di massa si può […] sostituire il termine più espressivo di ‘mucillagine’, quasi un insieme inconcludente di ‘elementi individuali e di ritagli personali’ tenuti insieme da un sociale di bassa lega, e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni. […] la frammentazione progressiva di tutte le forme di coesione e appartenenza collettiva ha creato una molecolarità che […] sta creando dei ‘coriandoli’, i quali stanno insieme (meglio sarebbe dire ‘accanto’) per pura inerzia, per appagato imborghesimento, per paura di tornare indietro, magari mitridatizzata da una sempre più generalizzata volgarità plebea. La caratteristica fondamentale dei ‘ritagli umani’ senza identità è la dispersione del sé, nello spazio e nel tempo collettivo. Nello spazio, per la vittoria irresistibile della soggettività esasperante in ogni comportamento, senza attenzione al momento della relazione e della convivenza. Nel tempo, per il declino irresistibile dell’attenzione su un tema, un problema, un fenomeno […]. Con i ritagli non si costruisce un tessuto sociale: così abbiamo, sul piano individuale, bolle di aspirazioni senza scopo e senza mordente e, sul piano sociale, deboli connessioni, smorte forme di aggregazione e inanimati simulacri dei processi di coesione che furono”. Di fronte a questa realtà sociologica non si può pretendere dalla politica il recupero di un’organicità che è perduta da decenni, ma si può esigere che individui nella frantumazione di un quadro una volta coerente la causa di una crisi molto più profonda di tante analisi di superficie. Potrebbe costituire un utile esercizio, per chi abbia voglia di farlo, percorrere a ritroso il cammino della modernità, per identificare in esso le ragioni reali delle spaccature e delle frammentazioni. Nel mondo politico è indispensabile interrogarsi su quale sia la parte da recitare per rispondere, nei limiti delle proprie competenze, alle necessità e ai disagi di un corpo sociale che ha le caratteristiche appena descritte. […] L’eliminazione dello Stato, in questo quadro, “lo Stato in fase calante” – per riprendere l’espressione di Sauzey –, la sua riduzione ai minimi termini è funzionale alla frantumazione dell’uomo, alla scomposizione dell’integralità del suo essere, all’allontanamento dell’uomo da un tipo definito dalla natura invece che dai laboratori. “Non lo troverai certo – spiega P-Bee nell’Anti-prince –, con una matita in mano, nella tranquillità del suo studio, a cercare di scoprire chi è. No! Questo no! Del nostro nuovo Uomo, potremmo dire che è un satellite capace di fargli scoprire sé stesso, che gli mostra chiaramente la sostanza di quello che egli è veramente. In questo senso, in quanto nuovo Soggetto, egli […] non è più autonomo, non è più sovrano; non è più veramente ‘il tutto’, ma soltanto una parte del tutto. […] egli non è più un soggetto personale!”. Dunque, non è lo Stato l’obiettivo finale, il nemico da abbattere, di un percorso storico e culturale plurisecolare. Ovvero, lo è in quanto oggi è, in qualche misura, strumento di difesa dell’integrità della persona. L’obiettivo che compare al centro del mirino di un processo intellettuale, prima che politico, è la persona come corrispondente a una natura data; obiettivi secondari, la cui disgregazione è volta al perseguimento dell’obiettivo principale, sono le comunità nelle quali la persona nasce, cresce e viene educata, in primis la famiglia. Si ricava qualche esempio illuminante dall’azione politica mirata alla disgregazione della famiglia e alla frantumazione dell’identità naturale della persona dagli atti della XV Legislatura, durata – grazie a Dio – appena due anni, dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008: mai come in tale periodo vi è stata una così intensa concentrazione di attacchi alla vita e alla comunità familiare. In ogni legislatura dell’Italia repubblicana, a partire dagli anni 1970, sono stati depositati progetti legislativi eversivi su questi fronti, ma in quel biennio si è concretizzato lo sforzo per tradurli in norme di legge, su iniziativa parlamentare, ma soprattutto su impulso del governo presieduto dall’on. Romano Prodi. Per una serie di ragioni, legate non soltanto alla contingenza politica: la necessità della parte più a sinistra dello schieramento di Centrosinistra, la cosiddetta “sinistra radicale”, di dimostrare all’elettorato di riferimento di potere conseguire risultati ritenuti qualificanti fin dal periodo del 1968; la corrispondente esigenza delle altre componenti dello schieramento di Centrosinistra di cedere su questi fronti alla “sinistra radicale” per non perdere l’appoggio di essa a provvedimenti di natura economica e finanziaria penalizzanti per le fasce sociali in condizioni di maggiore disagio; la linea di continuità, anche personale, di alcuni esponenti della “sinistra radicale” con le rivendicazioni emerse negli anni che ruotano attorno al 1968: taluni animatori, e soprattutto talune animatrici, delle occupazioni universitarie e delle “comuni”, e perfino qualche ex terrorista, si sono ritrovati a distanza di qualche decennio sui banchi del Parlamento nazionale, affiancati da qualche loro più giovane epigono, espressione delle aree dell’antagonismo e dei centri sociali; la sponda offerta da personaggi eletti nelle file dell’Ulivo come “cattolici democratici”, convinti, non solo per mera opportunità, che in fondo non esistano principi non soggetti a negoziazione, e che il richiamo al diritto naturale sia una forma di deviazione ideologica. […] Basti pensare, con riferimento alla famiglia, al disegno di legge del governo teso a introdurre i cosiddetti “diritti delle persone conviventi”, cioè il riconoscimento pubblico delle unioni civili, e in particolare delle unioni omosessuali, al disegno legge della maggioranza di Centrosinistra di cambiare le norme sul doppio cognome, allo sforzo dell’Esecutivo di far passare – con voto di fiducia! – una disposizione tesa a esprimere la cosiddetta omofobia, in realtà lesiva di un’impostazione pedagogica rispettosa del diritto naturale in materia di omosessualità. A proposito dell’integrità della vita, vanno ricordate: le disposizioni nei fatti favorevoli all’eutanasia promosse dal professor Ignazio Marino, nella XV Legislatura presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato; l’iniziativa del ministro dell’Università e della Ricerca on. Fabio Mussi, il 30 maggio 2006, a margine del Consiglio dell’Unione europea sulla competitività, di ritirare in rappresentanza dell’Italia il sostegno che in precedenza il nostro Paese aveva dato alla “dichiarazione etica”, riguardante la ricerca sulle cellule staminali: un’iniziativa che ha permesso di finanziare con denaro pubblico la ricerca distruttiva degli embrioni viventi; il decreto ministeriale con il quale il ministro della Salute sen. Livia Turco, a Legislatura conclusa, negli ultimi giorni di vita del Governo Prodi, ha modificato le linee guida della legge sulla fecondazione artificiale, introducendo la possibilità della diagnosi pre-impianto, cioè di fatto della selezione del concepito; il decreto ministeriale con il quale nell’agosto 2006 lo stesso ministro ha raddoppiato il quantitativo di principio attivo dei derivati della cannabis, che segna la linea di confine tra la sanzionabilità per via amministrativa e quella per via penale della detenzione di sostanze stupefacenti; la decisione di più assessori regionali alla Sanità di introdurre nel sistema sanitario di propria competenza la RU 486, cioè la pillola abortiva. È possibile identificare una trama unitaria in questo impegno teso a colpire l’uomo, nella sua integrità e nella sua dimensione sociale? È difficile dare una risposta sintetica e chiara: nel corso degli ultimi cinque secoli, il percorso di fronte al quale ci si trova ha dapprima sottratto all’uomo, e in particolare all’uomo occidentale e cristiano, le difese delle quali si era dotato, in virtù dell’inserimento in una comunità di fede, in una comunità politica, in una comunità di lavoro e territoriale, lasciandolo solo di fronte allo Stato onnipervasivo; quindi lo ha aggredito direttamente, puntando a disarticolare quelle strutture statali, o comunque istituzionali, ancora sopravviventi e in grado di condizionare positivamente l’uomo a divenire ciò che è. Scrive Antonio Gramsci (1891-1937), nei Quaderni dal carcere, che il materialismo – dialettico e storico – “[…]presuppone tutto questo passato culturale, […] la Riforma, […] la Rivoluzione francese, […] il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita”. Il materialismo è “[…] coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale” e corrisponde “[…] al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese”. Per Gramsci vi è una connessione strutturale fra queste tappe; non è possibile immaginarne una senza le precedenti; le prime si perpetuano “generando” necessariamente le successive, per una meccanica interna al processo. Questo percorso, nelle sue diverse manifestazioni, si appoggia sopra un sostrato comune: la convinzione ideologica secondo la quale il mondo è stato fatto male; così com’è non può andare, va cambiato in radice, nei suoi elementi strutturali. Non tutti però possono dare un contributo sostanziale nella direzione del cambiamento: ciò compete a cerchie ristrette di persone, alle avanguardie della Rivoluzione, dai capi giacobini ai dirigenti del Partito comunista; costoro, ponendosi alla guida del mutamento e valendosi di particolari tecniche – di natura politica e non –, sono i soli in grado di ribaltare la situazione e di condurre a un mondo finalmente e materialmente redento dai limiti naturali che ancora lo affliggono. Che cosa accade però se il processo unitario richiamato da Gramsci finisce in un vicolo cieco, se, cioè, la costruzione innalzata a costo di tanti sacrifici alla fine implode e dal lungo travaglio del parto nasce un morto? L’esito, emblematizzato dalle pietre che rotolano dal Muro in disfacimento, si ripercuote necessariamente sull’intero processo, con una sorta di effetto domino, per la connessione che salda ogni tassello con il precedente. Il crollo del Muro pone in crisi nel suo insieme l’itinerario descritto con lucidità dal fondatore del PCI. “Il crollo del comunismo – si legge nella dichiarazione dell’Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, del dicembre 1991 – mette in questione l’intero itinerario culturale e socio-politico dell’umanesimo europeo, segnato dall’ateismo non solo nel suo esito marxista”. L’implosione dei regimi totalitari dei regimi totalitari dell’Europa centrale e orientale è la certificazione storica della falsità della tesi di fondo del processo rivoluzionario sfociato nel comunismo. La logica imporrebbe di risalire indietro, fino a ritrovare il punto a partire dal quale si è sbagliato strada: per cogliere quei presupposti remoti, culturali e politici, che hanno condotto senza soluzione di continuità all’universo dei gulag. Questo finora non è stato fatto, o è stato fatto in modo incompleto e parziale: la nuvola di polvere sollevata dallo sbriciolamento del Muro e, un paio d’anni dopo, la rimozione della bandiera rossa dalla sommità del Cremlino non sono bastate a smuovere dalle fondamenta l’impalcatura ideologica di cui il Cremlino è stato soltanto uno degli emblemi. Nel frattempo, ha preso corpo la galassia dei movimenti antagonisti e no-global, manifestazione anche fisica della frantumazione e del rifiuto del pensiero e dell’azione all’insegna della razionalità: una sorta di aggregazione sui generis, fondata sull’a-socialità dei comportamenti di chi ne fa parte. L’arretramento ideologico di larga parte della Sinistra ha permesso ad alcune frange di essa di attestarsi alla fase antecedente, col rinvio, esplicito o implicito, al trinomio rivoluzionario del 1789, pur se variamente declinato e attualizzato. Una parte della Sinistra arretra di una tappa, che peraltro reca in sé per intero i germi – e non solo i germi – del social comunismo sconfessato: non c’è poi tanta distanza fra égalité giacobina e il livellamento sociale realizzato sotto il simbolo della falce e del martello; o fra la ghigliottina, uguale per tutti, e l’universo dei gulag, egualmente massificante. L’arretramento tattico consente di evitare l’abiura della struttura profonda del processo rivoluzionario, quel comune denominatore appena descritto. Va aggiunto però che se, nella sostanza e oltre i distinguo, a Sinistra, soprattutto in Italia, non ci si è allontanati dal comune denominatore che è stato l’humus – tra l’altro – del comunismo, non sempre nel Centrodestra si è colta fino in fondo la lezione del crollo del Muro: in un passato anche recente ci si è spesso limitati a un’analisi schiacciata fra i poli dialettici comunismo/anticomunismo, senza cogliere il processo rivoluzionario nella sua dinamica e nel suo fondamento. È ben vero che l’analisi critica del processo posto in forse dai fatti del 1989 non è semplice né agevole; ma è altrettanto vero che, se essa non può essere compiuta in via principale dal ceto politico, non può essere ignorata dallo stesso. Anche perché l non comprensione del carattere strutturale della crisi – il “mondo in frantumi” – si traduce in non comprensione del corollario della dinamica della crisi medesima, che conduce all’esilio della politica. Nel Centrodestra non mancano i fattori inquinanti, la cui presenza non meraviglia e non deve provocare scandalo: il sistema bipolare, ormai avviato a consolidarsi come bipartitico, impone forze politiche di dimensioni ampie, che finiscono con il costituire megacontenitori, e il contesto culturale è ancora più variegato. L’importante è esserne consapevoli, e lavorare perché nel contenitore non manchino le idee e i principi: i quali vanno salvati dalle onde del libertarismo e del filo anarchismo, dai residui sessantottini, e perfino dal rammarico – che talora affiora in alcuni esponenti, anche autorevoli, del Centrodestra – di non essere stati parte attiva ai fatti significativi del 1968; un rammarico fondato su un’impropria mitizzazione di quel momento storico. Detto questo, non è detto tutto. Il politico non può limitarsi a un’analisi, ma deve far seguire una terapia. E la terapia è tenuta a considerare anzitutto il contesto nel quale viviamo. Della difficoltà di tentare il governo di una realtà che ha le caratteristiche descritte dal 41° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del CENSIS il Centrodestra sembra conscio […]. È evidente che la politica non ha la chiave per soluzioni esclusive o per chiare inversioni di rotte: la rinuncia a mettere al mondo figli, che è uno dei segni più drammatici della frammentazione del corpo sociale e del suo ridursi a poltiglia, non può essere contrastata soltanto con i decreti e con le leggi. E tuttavia, si può immaginare una correzione di rotta in tempi lunghi e con decisioni dal respiro strategico, che partano, per esempio, dalla revisione del rapporto tra fisco e famiglia, in vista di una correzione del costume e dei comportamenti. […] È necessario, una volta acquisito il consenso, “fare” in positivo per recuperare al corpo sociale elementi essenziali di sana struttura. La sfida per una politica che aspiri a essere degna del suo mandato è quella di riempire lo spazio fra il “già” e il “non ancora” descritti dall’Anti-prince, e cioè di ritrovare un ruolo, circoscritto ma autonomo e non subordinato; ma essa deve convincersi che la non subordinazione a poteri privi del mandato rappresentativo e di consenso diffuso è legata alla subordinazione a un quadro di principi non oggetto di transazione. Primo fra tutti, la centralità dell’uomo. Partire dalla persona, e dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita, rappresenta non un mero dato cronologico, ma una precisa scelta di adesione alla realtà. Proseguire con la tutela e con la ricostruzione di elementi normativi e di fiscalità più favorevoli alla formazione, alla crescita e alla conservazione del nucleo famigliare non risolverà le crisi concrete di tutte le famiglie, ma in prospettiva sarà in grado di limitare i problemi materiali di una parte di esse. Dalla “mucillagine”, lo ripeto, si esce facendo perno sull’uomo e sulla famiglia.».

Questo brano fa il paio con quest'altro, che mi è stato segnalato sempre da Giorgianni. Esso è stato scritto da Simona Colarizi,  è intitolato "Il finanziamento pubblico, la partitocrazia, la mistica della...", in 'Italianieuropei' n. 5/2012, pag. 19" e recita:

«La mistica della “società civile sana” contrapposta alla partitocrazia afflitta dal male della corruzione offre a tutti gli italiani l’illusione di una verginità nei comportamenti civili contro l’evidenza di un paese dove senso civico e rispetto della legalità non sono pratiche poi così diffuse.»

Io penso che questa volta Filippo Giorgianni si sia superato. 
Questo ragazzo di Barcellona Pozzo di Gotto (in Provincia di Messina) ha cultura e passione.
Va valorizzato. 
Qui in Italia, ci sono tanti giovani come lui e non vengono valorizzati. Ciò è uno scempio.
Ora, entro nel merito dei testi qui riportati.
Come ho già detto in precedenza, l'antipolitica ha due volti, il populismo qualunquista e gnostico (come quello del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo o la sinistra estrema di Nichi Vendola e  Paolo Ferrero) e la tecnocrazia, come il governo Monti
Chi dice che Beppe Grillo sia l'anti-Monti, dice una grossa sciocchezza. 
Beppe Grillo, infatti, è il vero alleato di Monti, forse più dei vari Pierferdinando Casini e soci.
Ragionate, Grillo delegittima la politica, esaltandone i vizi che (per carità di Dio) ci sono.
I moderati, vedendo che il populismo sta prendendo piede, si rifugiano nella tecnocrazia.
Si sta verificando quanto scritto da Plinio Correa de Oliveira sul suo libro "Rivoluzione e Controrivoluzione":  

"4. Le velocità della Rivoluzione
Questo processo rivoluzionario si manifesta con due diverse velocità. L'una, rapida, è generalmente
destinata al fallimento sul piano immediato. L'altra è stata abitualmente coronata da successo, ed è molto più lenta.
A. L'alta velocitàI movimenti pre-comunisti degli anabattisti, per esempio, trassero immediatamente, in diversi
campi, tutte o quasi tutte le conseguenze dello spirito e delle tendenze della Pseudo-Riforma.
Fallirono.
B. La marcia lenta
Lentamente, nel corso di più di quattro secoli, le correnti più moderate del protestantesimo,
avanzando di eccesso in eccesso, per tappe successive di dinamismo e di inerzia, vanno tuttavia
favorendo gradatamente, in un modo o nell'altro, la marcia dell'Occidente verso lo stesso punto
estremo (vedi parte II, cap. VIII, 2).
C. Come si armonizzano queste velocità
È necessario studiare la parte di ciascuna di queste velocità nella marcia della Rivoluzione. Si
direbbe che i movimenti più veloci siano inutili. Ma non è vero. L'esplosione di questi estremismi
alza una bandiera, crea un punto di attrazione fisso che affascina per il suo stesso radicalismo i
moderati, e verso cui questi cominciano lentamente a incamminarsi. Così, il socialismo respinge il  comunismo, ma lo ammira in silenzio e tende a esso. Ancora prima nel tempo si potrebbe dire lo stesso a proposito del comunista Babeuf e dei suoi seguaci negli ultimi bagliori della Rivoluzione
francese. Furono schiacciati. Ma lentamente la società sta percorrendo la via sulla quale essi
avevano voluto portarla. Il fallimento degli estremisti è, dunque, soltanto apparente. Essi danno il loro contributo indirettamente, ma potentemente, alla Rivoluzione, attirando lentamente verso la realizzazione dei loro colpevoli ed esasperati vaneggiamenti la moltitudine innumerevole dei
"prudenti", dei "moderati" e dei mediocri.".

Gli estremisti di Beppe Grillo, di fatto, hanno spinto i moderati verso la tecnocrazia, che così ha avuto buon gioco nel fare cadere il presidente Berlusconi, un presidente che governava legittimamente, e mettere al suo posto Mario Monti.
Possiamo dire che Beppe Grillo e Mario Monti siano come Maximilien de Robespierre e Napoleone Bonaparte.
Se l'uno non avesse innescato la Rivoluzione Francese, l'altro non avrebbe preso il potere. 
La dimostrazione sta proprio nel fatto che Grillo si limiti a protestare, senza proporre nulla di realmente alternativo. 
Ad esempio, egli dice no ai termovalorizzatori, alla TAV Lione-Torino o alle centrali nucleari ma non propone nulla che sia alternativo. 
La gente, che è stremata dalla crisi economica (una crisi inventata dai tecnocrati), si rifugia nel voto di protesta rappresentato da Beppe Grillo.
Questi mette i ricchi contro i poveri, gli imprenditori contro gli operai ed i giovani contro i vecchi, creando la disgregazione sociale (di cui parla Mantovano).
I moderati si rifugiano così in Mario Monti, che viene visto come "il salvatore delle istituzioni".
In realtà, le tensioni sociali vengono aggravate.
I tecnocrati fanno il bello ed il cattivo tempo, tassando a destra e a manca e rendendo i cittadini completamente dipendenti dalle banche.
Beppe Grillo ed i suoi continuano ad aizzare la gente contro la politica.
Se dovesse sparire Beppe Grillo, Mario Monti lo seguirebbe, e vale anche il contrario.
Monti, Grillo, i comunisti e tutti gli estremisti sono il prodotto della cultura rivoluzionaria.
Io penso che la politica debba riprendersi il suo posto, cambiando atteggiamento.
I politici devono incominciare a parlare di più con i cittadini e capirne i problemi.
Devono anche dare l'impulso alle riforme che servono, oltre ad altre politiche importanti, come le politiche infrastrutturali.
Inoltre, la politica deve valorizzare i giovani.
Se farà così, questo "circolo vizioso" sarà destinato a spezzarsi.
In caso contrario, la situazione sarà destinato a peggiorare.
Cordiali saluti. 



 

venerdì 11 maggio 2012

VI Domenica di Pasqua

Cari amici ed amiche.

Le letture delle Sante Messe di oggi e di domani sono:


  • dagli Atti degli Apostoli (capitolo 10, versetti 25-27, 34-35,44-48):
"[25] Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo.

[26] Ma Pietro lo rialzò, dicendo: "Alzati: anch'io sono un uomo!".

[27] Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro:

[34] Pietro prese la parola e disse: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,

[35] ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto.

[44] Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.

[45] E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo;

[46] li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio.

[47] Allora Pietro disse: "Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?".
[48] E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni
. ".


  • Dal Salmo 97 (98):
"Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto prodigi.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

[2] Il Signore ha manifestato la sua salvezza,
agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia.

[3] Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa di Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la salvezza del nostro Dio.

[4] Acclami al Signore tutta la terra,
gridate, esultate con canti di gioia.

[5] Cantate inni al Signore con l'arpa,
con l'arpa e con suono melodioso;

[6] con la tromba e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

[7] Frema il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.

[8] I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne

[9] davanti al Signore che viene,
che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine
. ".



  • Dalla I Lettera di Giovanni (capitolo 4, versetti 7,10):
"[7] Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.
[8] Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.

[9] In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.
[10] In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
".

  • Dal Vangelo secondo Giovanni (capitolo 15, versetti 9-17):
"[9] Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
[10] Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

[11] Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

[12] Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.

[13] Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.

[14] Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.

[15] Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.

[16] Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
[17] Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
".



I brani biblici sono stati presi dal sito della Santa Sede.
Gesù ci lasciò un comandamento nuovo, un comandamento che riassunse il Decalogo del Vecchio Testamento.
Il comandamento recita:
"Che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi".
Questo comandamento è il succo di tutta la preesistente Torah.
La Legge gira intorno a queste parole.
Va notata una cosa.
Nel brano Gesù chiamò gli apostoli "amici".
Questa cosa potrebbe passare inosservata ma in realtà è molto importante.
Il Cristianesimo stesso è una religione che si fonda sull'amicizia, sullo stare insieme e sulla comunione fraterna.
Chi si dice cristiano e poi si limita a leggere la Bibbia o a pregare da solo, senza andare a Messa o partecipare ai momenti di aggregazione della comunità, non fa un buon servizio al Cristianesimo.
Anzi, va contro lo stesso messaggio cristiano.
Per carità di Dio, ciò non toglie che egli sia una brava persona ma non pratica pienamente la dottrina cristiana.
Se Gesù considerò gli apostoli "amici" chi è l'uomo per fare diversamente?
Inoltre, rifacendomi al brano degli Atti degli Apostoli che è qui sopra, vi faccio notare che Gesù fu colui che fece finire la divisione tra ebrei e pagani.
Dio, infatti, va da chi lo cerca, sia egli ebreo o non ebreo.
Allora, queste parole ci devono fare riflettere.
Cordiali saluti.



Loreto e gli Americani

Cari amici ed amiche.

Il Santuario della Santa Casa a Loreto è uno dei luoghi più simbolici della cristianità.
Qui vi è la Santa Casa, la casa della Vergine Maria, che fu portata dalla Terra Santa dai Cavalieri Templari.
La teoria che vede queste cavalieri protagonisti di questa opera è avallata dal ritrovamento di croci rosse di stoffa risalenti al Medio Evo.
Questo santuario ha in sé delle cappelle particolari:
la Cappella tedesca, quella slava, quella francese, quella polacca, quella di San Giovanni, quella dei duchi di Urbino, quella di San Giuseppe (o cappella spagnola), quella dei Santi Gioacchino ed Anna (o cappella svizzera), la Cappella del Crocifisso,  le cappelle laterali del Bramante, la Sala del Pomarancio, la Cupola e la Cappella dell'Assunta. 
Quest'ultima è molto particolare.
Infatti, la Cappella dell'Assunta è detta anche Cappella Americana, poiché fu decorata con offerte dei cattolici americani di lingua inglese, per iniziativa della Congregazione Universale, da Beppe Steffanina negli anni 1953-1970.
In essa vi è la rappresentazione pittorica della storia del volo, dal mito di Icaro a Leonardo da Vinci, quasi ad esaltare la scienza umana, scienza che, se usata bene, può portare molto bene o, in caso contrario, può fare danni.
In questo santuario vi è la storia di tutto l'Occidente.
Ora, anche negli Stati Uniti d'America vi è una forte devozione mariana.
Lo dimostra il fatto che, ad esempio, nella sua capitale, Washington, vi sia la Basilica del Santuario Nazionale dedicato all'Immacolata Concezione.
Questo ci deve fare riflettere sul ruolo della cristianità che è l'unica vera cosa che unisce l'Europa e le due sponde dell'Oceano Atlantico.
Chi vuole rinnegare le radici giudaico-cristiane dell'Occidente vuole uccidere quest'ultimo.
Cordiali saluti.






Filippo Giorgianni, "Recensione a 'La destra e la sinistra'", in 'Cultura & Identità' n. 16/2012, pagg. 82-87

Cari amici ed amiche.

Leggete questa interessante nota scritta da Filippo Giorgianni:

"JEAN MADIRAN, La destra e la sinistra, con una prefazione di Francesco Agnoli e una introduzione di Roberto de Mattei, Fede&Cultura, Verona 2011, 96 pp., € 10,50

Jean Madiran, pseudonimo di Jean Arfel, è scrittore e politico cattolico nato nel 1920, esponente del tradizionalismo francese ed ex collaboratore del monarchico Charles Maurras (1868-1952) e del suo quotidiano (e movimento omonimo) Action Française. È stato fondatore della rivista cattolicaItinéraires, è ora direttore del quotidiano Présent ed è vicino al partito Front National. La sua copiosa produzione editoriale è quasi non pervenuta in Italia, tranne qualche opera pubblicata nel variegato mondo gravitante intorno all’estinto Movimento Sociale Italiano. Di recente si è assistiti a un ritorno di interesse per taluni suoi scritti, tra cui questo volumetto, già pubblicato nel 1977 dalle editrice Volpe e oggi ripubblicato con le introduzioni di Francesco Agnoli (pp. 5-10) e Roberto de Mattei (pp. 11-14) – che, per lo più, si muovono (specie Agnoli) all’interno del quadro delineato dall’autore. Tale opera cerca di descrivere il rapporto che intercorre tra i due termini della dicotomia politica ma, pur basandosi anche su osservazioni storiche, non è una ricostruzione storica accurata, bensì un testo politologico che si appunta su alcune caratteristiche strutturali del rapporto tra i due termini. Va segnalato che la nuova traduzione è talvolta poco corretta rispetto all’originale francese e all’edizione Volpe, nonché viziata da alcuni errori di battitura. Il punto di partenza di Madiran è che la distinzione politica destra-sinistra nasce a sinistra: ove si ponga mente al fatto che, prima della Rivoluzione del 1789, il sistema politico non si basava su di una democrazia parlamentare, bensì su di un’omogeneità religiosa e valoriale della società che non conosceva la distinzione tra due poli concettualmente contrapposti, e ove si ponga mente al fatto che l’introduzione in politica dei termini destra e sinistra sia stata prodotta dalla Rivoluzione francese, si potrebbe cioè dire che essa è frutto della sinistra, in quanto la Rivoluzione che ha introdotto i due termini è stata portata avanti da quelle forze che a sinistra si collocarono. Per questo, l’autore scrive: «La distinzione fra una destra ed una sinistra è sempre un’iniziativa della sinistra» (p. 23) e aggiunge ulteriormente – con argomento che accompagna tutto il testo – che, nascendo in questo modo, la distinzione politica si basa su di una guerra asimmetrica tra sinistra e destra, dove il polo forte è la sinistra: «Coloro che instaurano o rilanciano il gioco “destra-sinistra” fanno parte essi stessi della sinistra […]. Questa forma di lotta politica era sconosciuta prima del 1789.[…] Non esiste una distinzione oggettiva fra destra e sinistra […]. Vi è all’origine un atto di pura volontà, che instaura il gioco “destra-sinistra” o, più esattamente, il gioco “sinistra contro destra”» (pp. 23-24). Su questa scia, il testo prende velocemente ma brillantemente a considerare le caratteristiche della sinistra. Essa, pur nelle sue varie manifestazioni, è corrosiva della realtà, sovversiva, demolitrice dell’ordine (cristiano e naturale): in una sola parola, è rivoluzionaria (p. 42): «La sinistra opprime ciò che è, nel nome di ciò che sarà e che non è mai qui; è il segreto del movimento perpetuo in politica» (p. 70). Svolgendo questa analisi della sinistra – per quanto abbozzata e ondivaga –, Madiran ha l’indubbio merito di esporre due sue caratteristiche effettive: l’esser intimamente anticristiana e l’aver carattere processuale. Con riguardo al primo elemento, Madiran sottolinea come, essendo nata la sinistra in contrapposizione con l’ordine cristiano medievale, e partendo da basi diverse (e opposte) a quelle del cristianesimo, qualunque incontro tra sinistra e cristianesimo è impossibile: «Poiché la sinistra lotta contro l’ingiustizia e anche il Cristianesimo lotta contro l’ingiustizia, si è arrivati nel ventesimo secolo a confonderli. E non è la sinistra a creare, per lo più, questa confusione, sono i cristiani e ciò è già un indizio; se il Cristianesimo fosse sostanzialmente di sinistra, la sinistra finirebbe per accettare i cristiani[…]. Sinistra e Cristianesimo lottano entrambi contro l’ingiustizia e talvolta anche contro la stessa ingiustizia, ma mai nella stessa maniera; mai salvo contaminazione del metodo cristiano con quello della sinistra. I due sistemi non possono, d’altronde, associarsi in quanto essi non sono né paralleli né convergenti; essi sono in verità contrari. La sinistra combatte l’ingiustizia mediante la ribellione delle vittime, il Cristianesimo combatte l’ingiustizia mediante la conversione dei peccatori. Questi due metodi si escludono» (pp. 33-34). Per questa ragione, come spiega bene il capitolo II (pp. 31-40), il vero e unico nemico della sinistra è il cristianesimo, un nemico che è anche politico, come dice il capitolo V (pp. 69-80), stigmatizzando l’atteggiamento di certi cristiani che in ambito socio-politico accantonano la propria fede, dimenticando come, sebbene il Vangelo non sia un messaggio politico, esso abbia anche una sua rilevanza politica. Inoltre, la sinistra ha carattere processuale: è un aspetto osservato anche da molti altri autori – tra cui Francisco Elías de Tejada (1917-1978), Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Thomas Molnar (1921-2010), Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) e Vittorio Mathieu – e che, come nota Madiran, è dovuto al carattere utopico della sinistra: essendo rivoluzionaria, volendo eliminare l’esistente in nome dell’illusione irrealizzabile (l’utopia), una volta che la sua utopia fallisca – com’è necessario che succeda, in quanto irrealizzabile –, la mentalità della sinistra la spingerà a cercarenuove mete illusorie, in un continuo gioco di fallimenti e nuovi slanci: « La sinistra opprime ciò che è, nel nome di una speranza che è sempre una falsa speranza. Dal 1789 le promesse della sinistra, sempre e comunque vittoriosa di rivoluzione in rivoluzione, non sono mai state mantenute e ciò era chiaramente impossibile: ma il suo insaziabile messianismo temporale è ogni volta rimbalzato in una nuova utopia» (p. 70). In tal modo, la sinistra, pur essendo unitaria nella sua mentalità rivoluzionaria, non è una, ma molte, e ogni nuova sinistra tende a rigettare “a destra” le vecchie sinistre fallite. In tutto questo gioco, secondo l’autore, proprio a causa del fatto che la sinistra ha creato la distinzione e a causa di questo suo carattere processuale che colloca “a destra” ciò che rigetta, la destra si troverebbe in condizione di minorità perpetua: essa non si caratterizzerebbe da sé, ma sarebbe solo la proiezione di ciò che la sinistra vuole che sia la destra. La sinistra sarebbe colei che, dopo essersi collocata ed essersi data un contenuto sullo scenario politico, decide cosa sia la destra, costringendo coloro che sono a destra a subire la collocazione operata dalla sinistra. Del resto – spiega il capitolo III (pp. 41-53) –, la sinistra, pretendendo di risolvere le ingiustizie e i mali del mondo col metodo di sobillare le vittime ed eliminare quindi i “cattivi” (p. 41), si trova sempre con la necessità di dover additare qualcuno come “nemico” – in ciò contrapponendosi al cattolicesimo (p. 49) –, bollando questo nemico come “destra” anche quando questi sia, in realtà, una produzione della sinistra (pp. 41-42): «Una sinistra si costituisce per abbattere uomini, istituzioni, leggi: essa chiama “destra” uomini e cose da abbattere; uomini e cose spesso scaturiti essi stessi, nel mondo moderno, da una rivoluzione di sinistra. È l’eterno gioco della rivoluzione» (p. 42). Così, ad es., Jozif Stalin (1878-1953) metteva a morte gli avversari con l’accusa di essere “reazionari”, nonostante fossero membri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) (p. 41), e, mentre l’U.R.S.S. invadeva l’Ungheria nel 1956, gli insorgenti ungheresi e il loro stesso leader, Primo ministro marxista, Imre Nagy (1896-1958) (pp. 52-53), venivano apostrofati come “controrivoluzionari” dai partiti comunisti internazionali. E, ancora, quando le conviene, la sinistra considera “di destra” uomini e movimenti filosofico-politici provenienti da (e culturalmente di) sinistra: la sinistra «Ributta a destra il vecchio socialista Pierre Laval [1883-1945] e il vecchio socialista [Benito] Mussolini [1883-1945], rappresenta [Adolf] Hitler [1889-1945], demagogo socialista e rivoluzionario, come uomo di destra. Come uomo di destra, Charles de Gaulle [1890-1970], salito al potere nel 1944 con i comunisti con i quali ha governato. La sinistra dispone a sinistra a suo beneplacito la nomenclatura» (pp. 25-26). Per questa ragione, Madiran, pur vedendo nel cristianesimo il vero avversario della sinistra, non riesce ad ammettere che la destra si possa del tutto immedesimare con esso (p. 39), in quanto il cristianesimo autentico – «tradizionale» (p. 40) – sarebbe sì rigettato “a destra” dalla sinistra, ma insieme ad altre forze. La “destra” quindi non si connoterebbe per un contenuto ben definito e oggettivo, nonostante Madiran ne abbozzi, qua e là nel testo, dei caratteri tipici, e nonostante la rimproveri – specie al capitolo IV (pp. 54-68) – di voler spesso imitare la sinistra (p. 31), facendo così il gioco di quest’ultima. Tuttavia, egli non può fare a meno di rilevare come, per forza di cose, la destra finisca col difendere i principi religiosi: se la sinistra, nel suo relativismo processuale e nel suo anticristianesimo, è materialista e riduce tutto all’ambito temporale, abusandone – «La sinistra è l’eccesso di fiducia nel temporale, è l’uso sistematico, è l’abuso dei mezzi temporali» (p. 58) –, la destra «rappresenta lo spirituale, ma comodamente distesa nel più confortevole letto da campo del temporale, come diceva [Charles] Péguy [1873-1914]» (p. 58). Inoltre, Madiran vede opportunamente come la destra si connoti moralmente – la morale che la sinistra demolisce – e scrive: «La destra è, inoltre, sensibile ai sentimenti morali: la virtù del patriottismo, l’onestà (l’onestà di bilancio dell’ortodossia economica, non già quella dei deficit, della svalutazione), la vita familiare, l’ordine, la sicurezza; la legge morale naturale» (pp. 55-56). Il libro poi conclude (pp. 81-92) con una sorta di programma della destra, che parte dalla presa d’atto che la sinistra vince inculcando una contro-educazione nelle masse, specie giovanili, attraverso i media, e quindi esso, accanto a proposte non del tutto realizzabili – come limitare l’impatto dei media –, propone di operare, contro questa diseducazione di sinistra, una lotta culturale che restauri la legge naturale nell’uomo, divelta dal rivoluzionarismo: è «il ripristino, come legge fondamentale dello Stato, delle regole della morale naturale che sono quelle di tutti i popoli e di tutti i tempi e che sono riassunte nel Decalogo […]. Il bene comune temporale, sola finalità reale di ogni azione politica, consiste in null’altro, essenzialmente, che nella trasmissione, spiegazione, illustrazione e osservanza del Decalogo» (p. 88). Sicuramente il testo evidenzia elementi reali e importanti, ma si appunta solo su una parte della realtà con riguardo al termine destra. La sensazione che Madiran lascia al suo lettore è che esser di destra sia qualcosa che vada rivendicatocon riluttanza, nonostante tale riluttanza sia conveniente alla sinistra. Madiran, per quanto sia di formazione tomistica e si renda conto della necessità di rafforzare la posizione della destra (p. 69), di fronte agli attacchi della sinistra, non riconosce un’autonomia ontologica alla destra e fa propria la lettura relativista dei termini destra e sinistra fatta dai progressisti – Norberto Bobbio (1909-2004), Marco Revelli, etc. –, cedendo parzialmente ed inspiegabilmente alla loro ottica dialettica (hegeliana). Così, non definendo precisamente cosa essa sia, facendone un contenitore vuoto, la lettura del testo può tendere a giustificare il rifiuto della categoria destra, abbandonando l’azione politica e divenendo irrilevanti, oppure rischia di porre le basi per far collocare malamente il lettore sullo scacchiere politico, confondendo di più un ambito di studi ingiustificatamente già intricato e disperdendo i consensi in forze non alternative alla sinistra – tra cui i centri, categorie ibride che lo stesso Madiran rifiuta (p. 30) e che finiscono sempre storicamente col derubare le destre di consensi per poi cedere alle sinistre –, facendo così proliferare (presunte) “destre” di tutti i tipi – anche molto simili alle sinistre, e quindi non alternative ad esse –, legittimandone l’esistenza e lasciando che la distinzione politica sia in balìa dell’istintualità, della soggettività, e non del rigoroso studio storico e filosofico-politico. In tal senso, Madiran non vede del tutto come la “destra” subisca la distinzione politica proprio a causa del fatto che non prende mai troppa coscienza di sé: se le “destre” sono sempre in posizione minoritaria, non avendo pensatori di riferimento e cinghie di trasmissione – giornalisti, intellettuali, propagandisti – influenti come la sinistra, ciò avviene soprattutto perché le “destre” non si fanno convintamente destra, perché spesso le persone quasi si vergognano di appartenervi. Ma soprattutto, Madiran lascia passare la pericolosa impressione che il cristianesimo non si posizioni in modo naturale a destra, fornendo a quest’ultima i propri contenuti e quindi fondandone l’identità, ma lascia credere invece che il cristianesimo subisca la collocazione artificialmente insieme ad altre forze, solo in ragione del gioco degli slittamenti rivoluzionari della sinistra che posiziona il cristianesimo e tali forze formalmente “a destra”. Con tale libro la confusione e la frammentazione degli avversari della sinistra non diminuisce ma cresce e, dunque, esso necessita di correzioni nascenti dalla lettura di testi purtroppo non tradotti in Italia: Jean Laponce, Left and Right: The Topography of Political Perceptions, Toronto 1981; Erik von Kühnelt-Leddihn (1909-1999), Leftism Revisited: From Sade and Marx to Hitler and Pol Pot, Washington D.C. 1990; Francisco Canals Vidal (1922-2009), Derechismo, in Idem, Politica española: pasado y futuro, Barcellona 1977. In particolare, Madiran, pur intuendo – come Kühnelt-Leddihn e Laponce – il fondamento trascendente della destra, lasciando nel lettore la sensazione che il termine destra sia soltanto “subìto” e relativo, dimentica che, seppur la Rivoluzione del 1789 abbia introdotto destra e sinistra in politica, uno studio storico attento rivelerebbe però anche come i due termini fossero già in uso prima della Rivoluzione con un significato più profondo di tipo teologico e antropologico – non relativo e non dipendente da manovre politiche della sinistra moderna, in quanto presente da millenni in tutte le culture e religioni, ed eminentemente nel cristianesimo; dimentica poi come i rivoluzionari (e i loro avversari) avessero semplicemente ripreso e si fossero fondati su tale significato, traslandolo in politica, e come, sin dasubito in seno agli Stati Generali e all’Assemblea Nazionale del 1789, a destra si collocassero anche soggetti ben consapevoli della propria posizione e identificatisi concettualmente come difensori dell’ordine cristiano tradizionale. In più, Madiran sostiene che la destra è lo spirituale coricato nel «letto da campo» del temporale, quasi ad intendere che tale sistemazione sia poco congeniale allo spirituale. Per quanto in parte vero – in quanto lo spirituale dovrebbe fisiologicamente esprimersi nelle sedi e nei modi suoi propri –, ciò non tiene conto della realtà: se ci si situa in un contesto secolarizzato, non può pensarsi una politica complessiva rispettosa di principi religiosi, ma si sarà costretti a confrontarsi con settori non religiosamente orientati della società, i quali, per forza di cose, esprimeranno in politica principi non religiosi, attraverso proprie fazioni. Ma, in un contesto secolarizzato, il millenario significato antropologico e teologico di destra e sinistra non si perde e, se storicamente le fazioni ed etichette politiche moderne, sin dal primo istante, sono nate e si sono fondate sulla scorta di tale significato, sarà dunque pur sempre necessario, per una persona religiosamente orientata, collocarsi politicamentea destra, una destra che avrà una sua autonomia contenutistica. A causa del sorgere storico di “destre” ibridate con la sinistra, sarà certamente necessario distinguere tra destra e “destre” ibridate, ma non si tratterà di mal tollerare o rifiutare la categoria politica destra, bensì di mostrare come l’unicadestra autentica sia quella religiosamente fondata, in quanto «ultradestra» – come scrive Canals –, la più “estrema”, perché la prima storicamente esistente e la sola pienamente alternativa alle sinistre. Non si tratterà di sottrarsi al gioco “sinistra contro destra”, sopportando controvoglia il termine destra, ma si tratterà di ribaltarlo, instillando nelle persone di destra la consapevolezza che è possibile il gioco inverso – “destra contro sinistra” –, se solo lo si vuole e ci si impegni in tal senso per una battaglia culturale diffusa, in quanto, se la sinistra attacca e distrugge le cose, obbligando la destra a una posizione di difesa delle cose, le cose attaccate non sono prive di identità solo perché attaccate, e, poiché la sinistra distrugge, la destra dovrà allora anche ricostruire, e quindi anche “attaccare”, pur senza imitare lo spirito della sinistra. Alla fine, il libro di Madiran può essere utile nella misura in cui mostri difetti atavici che regnano “a destra”, ma anch’esso risente di tali difetti, non mostrando alle “destre” come maturare e liberarsi dal loro infantilismo, ma anzi mostrando quest’ultimo come elemento ineluttabile e strutturale della destra. Il giudizio sul testo non può esser negativo, nel complesso, ma si tratta pur sempre di un’occasione mancata, e perfino di una lettura fuorviante, ove non venga integrata da analisi e dimostrazioni storiche, antropologiche e filosofiche che l’autore non svolge o che dà per sottese.
".

Mi piace commentare note come queste e per questo motivo stimo molto Filippo Giorgianni, un ragazzo veramente talentuoso.
Come uomo di destra, vorrei dire due parole.
Essere di destra significa essere conservatori.
Essere conservatori, però, non significa essere attaccati grettamente a certi rituali piuttosto che a certi usi.
Vi faccio degli esempi pratici.
Le monarchie protestanti, di cui ha parlato il professor Plinio Correa de Oliveira nel suo libro "Rivoluzione e Controrivoluzione".
Le monarchie protestanti sono attaccate alla ritualità?
La risposta è sì.
Addirittura, esse usano dei cerimoniali antichi.
Tuttavia, nelle monarchie protestanti si annidò la rivoluzione e quando il re tese a mettersi contro di essa furono guai per lui.
Il caso di re Carlo I Stuart fu il paradigma di ciò.
Anche certi cattolici tradizionalisti che non riconoscono l'autorità del Papa (come i sedevacantisti) non possono essere definiti "di destra".
La Chiesa si fonda sull'obbedienza e come scrisse lo stesso monsignor Bernard Fellay, superiore della Fraternità di San Pio X, ai vescovi che rifiutano di riconciliarsi con Roma scrisse:

"La Chiesa attuale ha ancora Gesù Cristo come capo. Si ha l’impressione che voi siate talmente scandalizzati da non accettare più che questo possa essere ancora vero".*

Chi è cattolico deve riconoscere l'obbedienza al Papa. Non basta mantenere i vecchi rituali.
Lo stesso discorso si può applicare per la politica.
Basti pensare ai comunisti che non vogliono modifiche della nostra Costituzione.
Anche i comunisti possono essere conservatori.
L'uomo di destra, invece, è conservatore per quanto riguarda i valori più intrinseci di una società.
Essere di destra significa difendere valori antichi come la famiglia, la vita o la sussidiarietà.
L'uomo di destra difende valori simili pur non disdegnando di volgere lo sguardo in avanti.
Anzi, l'uomo di destra difende il passato per pensare al futuro.
Riflettiamo.
Cordiali saluti.


*Lefebvriani, la battaglia interna, ringrazio Angelo Fazio.

Movimento 5 Stelle, ma quanta ipocrisia!

Cari amici ed amiche.

Se questo è il vero volto di Beppe Grillo, ringrazio Dio di non fare parte del Movimento 5 Stelle.
Infatti, il noto comico genovese  ha imposto ai membri del movimento da lui fondato di non partecipare alle trasmissioni televisive.
Ha definito "prezzolata" la categoria dei giornalisti.
Io penso che, prima di tutto, Grillo sia stato irrispettoso verso la categoria dei giornalisti.
Ci sono tanti giornalisti seri che fanno il proprio lavoro.
Inoltre, mi fa ridere il fatto che Grillo si dica favorevole alla democrazia e poi non permette ai membri del suo movimento di partecipare ai talk show politici.
A casa mia, questa cosa si chiama ipocrisia.
Tra l'altro, i "grillini" dicono di essere tutti eguali e che Grillo sia solo un "garante".
In realtà, mi risulta che egli detenga il simbolo del movimento e che, quindi, abbia di fatto il controllo della cassa del medesimo.
Se questa non è ipocrisia non so cos'altro sia!
Torniamo a parlare seriamente di politica.
Cordiali saluti.


Giovani ed imprenditoria, un rapporto complesso

Cari amici ed amiche.

Ieri, presso la Sala Polivalente di Barbassolo di Roncoferraro, c'è stata la conferenza dedicata ai giovani e al mondo del lavoro che è stata organizzata dal Circolo "Roncoferraro Giovani e Futuro" , la cui pagina di Facebook ha superato come numero di fans quella del Comune di Roncoferraro.
Questo è un  grande riconoscimento alla bontà del nostro lavoro.
In effetti, la conferenza di ieri è stata molto seguita.
Dopo una breve introduzione fatta dal presidente del circolo Alessandro Lavanna, ha preso la parola il dottor Michele Ballasini, il presidente dei Giovani Commercialisti di Mantova.
Il dottor Ballasini ha parlato della questione di un giovane che vuole aprire la propria azienda.
Per farlo, il giovane deve valutare i propri requisiti e le proprie esperienze e deve informare i vari organi come, Comune, Provincia, Regione, INPS, INAIL ed altri.
Per esempio, una persona che non sa nulla di ristorazione non è certamente il più adatto ad aprire un ristorante.
Il dottor Ballasini ha parlato anche dei vari tipi di aziende, che sono le aziende di proprietà di una singola persona, da una società di persone e a responsabilità limitata.
Egli, tra le varie forme di aziende ha consigliato quelle con un singolo titolare o le società.
Ha sconsigliato, invece, le società a responsabilità limitata.
Infatti, le prime due forme di azienda hanno il vantaggio di dare una buona flessibilità.
Lo svantaggio è quello delle responsabilità personale dei titolari o della società.
Al contrario, la società a responsabilità limitata, dovrebbe limitare la responsabilità al solo capitale sociale.
In realtà, questa cosa è fittizia, poiché spesso e volentieri la banca dà una fidejussione sul capitale dei soci.
Quindi, con la SRL, le responsabilità personali "escono dalla porta ed entrano dalla finestra".
Inoltre, Ballasini ha dato un consiglio molto importante.
Egli ha consigliato di affidare certe pratiche a chi se ne intende e di non fare tutto da sé.
E' stato lasciato spazio agli interventi dal pubblico e sono intervenuto io.
Io ho sollevato la questione della burocrazia che ferma la nascita di nuove imprese e degli start up emanati dalla Regione Lombardia, per favorire l'imprenditoria.
Ballasini ha detto che la burocrazia è un freno per la nascita di nuove imprese. Pensate ad un giovane che vuole aprire un'impresa e che si trova a doversi destreggiare tra carte ed enti vari.
Sugli start up ha preso la parola l'altro relatore, il presidente della FIDITER, il dottor Enos Righi.
Il dottor Righi ha detto che effettivamente gli start up sono usati poco perché spesso e volentieri non li si sa usare o perché vi è un difficile accesso ad essi.
Egli ha consigliato di consultare internet e di cercare, come ha fatto Ballasini.
Società come la FIDITER sono impegnate nella mediazione tra le banche, colui che vuole aprire un'impresa e gli altri enti.
Esse servono a rimuovere quegli ostacoli che impediscono ad un'azienda di nascere, dalle difficoltà causate dalle banche (che spesso e volentieri non concedono i finanziamenti) alla burocrazia.
Il dottor Righi ha consigliato di fare attenzione nella scelta delle banche, consiglio che è stato ribadito da Ballasini.
Inoltre, Righi ha parlato anche di un errore fatto dai "vecchi".
Infatti, negli anni passati, i genitori facevano studiare i figli, "per fare fare a loro una vita migliore".
Questo fece sì che tanti lavori andassero perduti o che finissero in mano agli immigrati.
I giovani, oggi, farebbero bene ad applicare la loro conoscenza in quei lavori.
Il dottor Righi ha fatto l'esempio di una giovane fioraia che è riuscita a farsi finanziare un sito internet del suo negozio, per vendere i fiori attraverso la rete.
C'è stato un dibattito tra il professor Righi ed un signore del pubblico che ha un po' criticato la cosa.
Inoltre, il dottor Righi ha parlato della situazione italiana, con la piccola impresa familiare che è il fulcro dell'economia e che oggi funge da ammortizzatore in questa fase di crisi, crisi che, per esempio, sta costringendo molti imprenditori a scegliere tra il pagamento delle tasse e quello dei propri dipendenti.
La scelta cade su quest'ultimo.
Il convegno è terminato con  un discorso del presidente Lavanna che ha detto che un giovane che vuole aprire un'impresa deve credere in essa e lavorare tanto, anche più del necessario.
In fondo, l'imprenditore è un lavoratore come l'operaio.
Solo così, egli può avere soddisfazioni.
Inoltre, Lavanna ha ringraziato il quotidiano "La Voce di Mantova"  e tutti i presenti.
E' stata una serata istruttiva.
Io penso che l'Italia debba cambiare ed incominciare a pensare alla crescita, se non vorrà affondare.
Qui sotto c'è una fotocopia della lista dei documenti richiesti per aprire un'azienda.



Cordiali saluti.


giovedì 10 maggio 2012

Le crociate, un falso storico!




Cari amici ed amiche.

Riprendendo un discorso di ieri, quello che ho sollevato nell'articolo intitolato "Povera Italia!", vorrei fare una considerazione.
Spesso e volentieri, la storiografia mette in giro delle cose false.
E' il caso, ad esempio, delle Crociate.
Spesso e volentieri, le Crociate vengono presentate come un fatto negativo ed una guerra di conquista da parte dell'Occidente cristiano ai danni dell'Oriente islamico.
Ora, che nelle Crociate ci fossero state cose non belle, come il massacro degli ebrei in Renania o il Sacco di Costantinopoli nel 1204 (IV Crociata), fu vero.
Tra l'altro, cosa che la storiografia ufficiale omette di dire, questi massacri furono fatti fuori dal controllo della Chiesa.
Però, le Crociate furono fatte perché furono i Turchi Selgiuchidi a minacciare il mondo cristiano.
Nel 673 AD, gli Arabi conquistarono Gerusalemme, togliendola all'Impero Bizantino.

Dopo un periodo di iniziale conflitto, gli Arabi concessero tolleranza ai pellegrini cristiani, anche in vista dei guadagni che essi portavano.
Ora, ad un certo punto venne fuori un altro popolo musulmano, i Turchi Selgiuchidi.
Nel 1071 AD, questi sconfissero i Bizantini dell'imperatore Romano IV Diogene, che fu incarcerato (a Manzikert) e conquistarono l'Anatolia.
Qui fondarono il Sultanato di Rum.
L'imperatore bizantino Alessio I Comneno (1056-1118) chiese aiuto all'Occidente.
I Turchi arrivarono anche a Gerusalemme e bloccarono i pellegrinaggi.
Tra il 1008 ed il 1009, il califfo egiziano aveva fatto distruggere la Basilica del Santo Sepolcro.
Questo è un brano dell'Historia Hieroslymitana di Roberto il Monaco:

"I Turchi hanno distrutto completamente alcune chiese di Dio e ne hanno trasformate altre a uso del loro culto. Insozzano gli altari con le loro porcherie; circoncidono i cristiani macchiando gli altari col sangue della circoncisione, oppure lo gettano nel fonte battesimale. Si compiacciono di uccidere il prossimo squarciandogli il ventre, estraendone gli intestini, che legano a un palo. Poi, frustandole, fanno ruotare le vittime attorno al palo finché, fuoriuscendo tutte le viscere, non cadono morte a terra. Altre le legano al palo e le colpiscono scoccando frecce; ad altri ancora gli tirano il collo per vedere se riescono a decapitarli con un solo colpo di spada. E che dire degli orripilanti stupri ai danni delle donne? "

Da ci fu la decisione di Papa Urbano II di indire una Crociata che iniziò nel 1098 e finì nel 1099, con la riconquista cristiana  di parte dell'Anatolia, che tornò in mano ai Bizantini e di Gerusalemme, che fu capitale di uno Stato Crociato, il Regno di Gerusalemme.

Le Crociate sarebbero servite anche a riunire i cristiani, che dal 1054 erano divisi in cattolici ed ortodossi.
Purtroppo, questa divisione non fu sanata ma, al contrario, si aggravò, specialmente dopo la IV Crociata.
Eppure,  ci sono certi storiografi che dicono le Crociate siano state un errore e che i cristiani si siano resi responsabili di massacri di poveri musulmani.
In realtà, i massacri ci furono in ambo le parti.
Quindi, piantiamola con certa retorica.
Cordiali saluti.

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Ringrazio un caro amico di questa foto.