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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino

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giovedì 26 luglio 2012

Un caso di cattiva informazione

Cari amici ed amiche.

Su Facebook vi è un gruppo che si chiama "Questo punto esclamativo avrà più fan di Michele Santoro".
Il gruppo in questione ha messo questa foto con questa didascalia:

"Roberto Formigoni, "indagato" per corruzione, notizia che va su tutti i giornali e le televisioni. Nichi Vendola, "rinviato a giudizio", cosa ben più grave, per abuso d'ufficio, nessuno ne parla. Ma non era Berlusconi che controllava l'informazione in Italia. ".

Questo dimostra due cose.
La prima è il fatto che chi dice che il presidente Berlusconi controlli i mass media venga smentito.
La seconda è il fatto che molti di coloro che fanno parte di questa sinistra ed i loro amici giornalisti siano degli "spalatori di letame", ossia persone che altro non fanno che gettare fango sugli altri.
Oltretutto, l'accusa contro il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, non ha nemmeno un fondamento.
Infatti, non c'è nemmeno l'atto corruttorio.
Senza atto corruttorio non ci può essere la corruzione e quindi l'accusa stessa.
Però, molti mass media non danno risalto a ciò.
Questa non è buona informazione.
Cordiali saluti. 



PA: i terroristi di Monaco? Stelle fulgide-dal blog "Le bugie hanno le gambe lunghe".

Cari amici ed amiche.

Leggete l'articolo del blog "Le bugie dalle gambe lunghe" che è intitolato "PA: i terroristi di Monaco? Stelle fulgide:

"Ancora in merito al minuto di silenzio, chiesto al Comitato Olimpico, da più di quarant’anni, dalle famiglie degli atleti uccisi da un commando terrorista palestinese, durante le Olimpiadi di Monaco del ’72, richiesta finora rifiutata.L’Autorità Palestinese è contraria al minuto di silenzio. Secondo il titolo del quotidiano ufficiale PA, “Gli Sports sono pensati per la pace, non per il razzismo”. Secondo Jibril Rajoub, Presidente del Comitato Olimpico Palestinese:

“Lo sport è pensato per la pace, non per il razzismo … Lo sport è un ponte d’amore, d’interconnessione, e per la diffusione della pace fra le nazioni. Non deve essere causa di divisione e di diffusione del razzismo tra le nazioni” [Al-Hayat Al-Jadida, 25 luglio 2012]

Queste parole sono apparse in una lettera inviata da Rajoub al presidente del Comitato olimpico internazionale, Jacques Rogge. La lettera “ha espresso apprezzamento per la posizione di Rogge, che si oppone alla posizione israeliana per il minuto di silenzio alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Londra.”







Il quotidiano PA non chiama l’omicidio degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, terrorismo. Nell’articolo che riporta la lettera di Rajoub, l’uccisione degli atleti è definita ”l’operazione di Monaco, che ha avuto luogo durante le Olimpiadi di Monaco nel 1972.”

La PA è contraria al momento di silenzio perché considera l’uccisione di israeliani da parte dei palestinesi non come terrorismo, ma come eroismo. Palestinian Media Watch ha documentato la politica attuale della PA che glorifica il terrorismo e i terroristi. L’assassinio degli 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco è presentato come il punto culminante delle ”operazioni” palestinesi e uno dei loro grandi successi. Nel 2010, l’organo di stampa ufficiale PA parlava del massacro olimpico come una “stella splendente” e il suo ideatore una “stella che brillava … allo stadio sportivo di Monaco di Baviera”.

Nella sua lettera, PA Comitato Olimpico Capo Rajoub Rogge ha elogiato il rifiuto di avere un momento di silenzio in memoria degli atleti israeliani:

“Ha detto che non la posizione del suo [di Rogge] di politicizzare lo sport, e la sua determinazione ad attuare Olimpico Internazionale Charter rappresenta una vittoria per la libertà nello sport.” (Vedi l’articolo completo della lettera di Rajoub al di sotto.) [Al-Hayat Al-Jadida, 25 luglio 2012]







I seguenti esempi illustrano come i leader PA e la PA ufficiale del quotidiano Al-Hayat Al-Jadida glorificano la strage olimpica ei terroristi che la misero in atto:

Onori a Amin Al-Hindi, pianificatore dell’attacco Olimpico:

“Una delle stelle che brillavano … una delle tante tappe brillanti.”

Quotidiano ufficiale PA su Al-Hindi:

“Tutti sanno che Amin Al-Hindi era una delle stelle che brillavano in uno dei luoghi più tempestosi, a livello internazionale – l’operazione che è stata effettuata presso lo stadio sportivo a Monaco di Baviera, in Germania, nel 1972, è stata solo una delle tante tappe brillanti. ” [Al-Hayat Al-Jadida, agosto 20,2010]







Segretario Generale della Presidenza di Abbas ‘, Al-Tayeb Abd Al-Rahim su Al-Hindi:

“Il Segretario generale del gabinetto del presidente, Al-Tayeb Abd Al-Rahim, ha pronunciato un discorso in cui ha elogiato le qualità del defunto. Egli ha sottolineato che la perdita di Al-Hindi è una grande perdita per il popolo palestinese, il lutto di un importante leader nazionale …

Il segretario generale della sede presidenziale ha dichiarato: ‘Continueremo nel percorso del (martire) Shahid Yasser Arafat e dei suoi compagni shahid, come Amin Al-Hindi …’ ” [Al-Hayat Al-Jadida, 19 agosto 2010]

Abbas e Fayyad in onore di Al-Hindi:

“La leadership palestinese, insieme al presidente Mahmoud Abbas, ha partecipato ieri al funerale del leader di Fatah e combattente patriota Amin Al-Hindi. Imponente funerale militare ufficiale che si è tenuto presso la sede [PA] … Presenti presso la sede per la cerimonia di addio e per il funerale militare ufficiale, insieme al presidente [Abbas], erano il primo ministro Dr. Salam Fayyad, il segretario generale , Al-Tayeb Abd Al-Rahim, i membri del Consiglio Direttivo e del Comitato Centrale di Fatah, diversi ministri, comandanti delle forze di sicurezza, alti personale civili e militari, nonché parenti del defunto … Il Presidente Abbas e alcuni partecipanti al funerale hanno dato un ultimo sguardo d’addio al corpo, e deposte corone di fiori. Successivamente, il Presidente ed i presenti hanno letto la Fatiha [del Corano] per l’elevazione della sua anima pura. ” [Al-Hayat Al-Jadida, 19 agosto 2010]



Onori a Muhammad Daoud Oudeh, ‘Abu Daoud,’ secondo pianificatore dell’attacco Olimpico:

“Il suo nome ha brillato vivacemente nella città tedesca di Monaco di Baviera”

PA TV News, su Oudeh:

“I palestinesi sono stati sorpresi questa mattina dall’annuncio della morte di uno dei più importanti leader della rivoluzione palestinese, Muhammad Daoud Oudeh (Abu Daoud), che ha progettato l’operazione di Monaco di Baviera ed è stato uno dei più importanti ricercati da Israele nel 1970 “. [PA TV (Fatah), 4 luglio 2010]

PA daily news, su Oudeh:

“Nei ranghi dell’ala dell’OLP, Settembre Nero, ci sono stati molti illustri uomini e donne, guidati dalla Pantera della Palestina, Salah Khalaf ‘Abu Iyad.’ Abu Daoud era uno dei suoi assistenti di spicco. Il suo nome ha brillato vivacemente nella città tedesca di Monaco di Baviera nel 1972, dove ebbero luogo le Olimpiadi. Oh, come questi eventi evolsero in un dramma violento del tipo più tragico … Che Allah abbia misericordia di questo grande combattente e patriota Fatah, Abu Daoud. ” [Al-Hayat Al-Jadida, 6 luglio 2010]



Mahmoud Abbas Oudeh: “Che fratello meraviglioso, compagno, duro e ostinato, implacabile combattente.”

“Il presidente Mahmoud Abbas ha inviato un telegramma di cordoglio per la morte del grande combattente Muhammad Daoud Oudeh, ‘Abu Daoud,’ che è morto poco prima di raggiungere i 70 anni. Nel telegramma di condoglianze si legge:. ‘Il defunto fu uno dei leader di spicco di Fatah e visse una vita piena di lotta, sforzo ed enorme sacrificio per il bene del problema legittimo del suo popolo, in molti ambiti. Era in prima linea su ogni campo di battaglia, con l’obiettivo di difendere la rivoluzione. Un fratello meraviglioso, compagno, duro e ostinato, implacabile combattente. ” [Al-Hayat Al-Jadida, 4 luglio 2010]

Abbas Zaki, membro del Comitato Centrale di Fatah, su Oudeh:

“Ha iniziato la sua vita come un individuo normale e l’ha conclusa con la statura gigante … Abbiamo perso un uomo di primo livello nella regione araba e sul piano del movimento rivoluzionario mondiale, in virtù delle sue azioni nobili e della sua storia gloriosa . Conferiamo onore in ogni luogo, all’interno della patria e fuori di essa, rendiamo giustizia a questo uomo potente. 
".

Io trovo che l'atteggiamento dell'Autorità Palestinese sia vergognoso!
Nel 1972, delle persone innocenti furono uccise da un vile atto terroristico.
Tutto ciò avviene alla faccia dello spirito olimpico. 
Un popolo, quello israeliano, e tutte le persone di buon senso continuano a chiedere che si faccia il minuto di silenzio ma "chi di dovere" non concede ciò.
Questo atteggiamento è inverecondo!
I veri razzisti sono coloro che non vogliono che si faccia il minuto di silenzio e che non vogliono che si ricordi quanto accadde nel 1972. 
E' uno schifo.
Cordiali saluti. 


 

Da "L'Occidentale", Occidente, vale a dire Magna Europa, articolo di Filippo Giorgianni

Cari amici ed amiche.

Su l'Occidentale, ho trovato questo articolo intitolato "Occidente, vale a dire Magna Europa".
Ringrazio, l'autore, l'amico Filippo Giorgianni, che me l'ha segnalato su Facebook.
Esso recita:

"Come rilevato brevemente da Roberto Santoro su queste pagine, la parolaOccidente è uno dei termini più bistrattati della nostra epoca. Le ragioni sono molteplici e legate alla cattiva comprensione del vocabolo. L’Occidente è vessato dalla sinistra per le ragioni che si diranno – per lo più legate al fatto che in esso la sinistra vede rappresentato tutto ciò che essa, per sua intima natura (una natura corrosiva, irrequieta e debolista), ha tentato di rivoluzionare, abbattere, cambiare: identità (cristiana e tradizionale), pensiero forte –; ma è anche avversato da certe forze ascrivibili, in qualche modo, al centrodestra, le quali vedono in esso l’esatto opposto, pensandolo inficiato in modo irreparabile dal nichilismo progressista, dal pensiero debole, dal mero consumo materialistico di merci, per di più esportato fuori di sé, quasi ad infettare altre realtà culturali.

Il problema di fondo è che il termine stesso è ambiguo perché formatosi in chiave oppositiva e parzialmente vaga: qual è il significato di Occidente? Esso ha un senso solo se posto in relazione con il termine opposto: Oriente. C’è un Occidente perché c’è un Oriente e viceversa. Tuttavia, se ci si fermasse alla mera geografia, si sbaglierebbe. L’opposizione, infatti, non avrebbe senso se fosse meramente fondata sulla collocazione, in quanto l’Occidente rappresenta grossomodo l’insieme di Europa e Americhe e la distinzione tra i due “blocchi” presuppone, dunque, uno spostamento immaginario sul globo terracqueo che parta dal blocco Euro-Americano per giungere a quello “orientale”, cioè muovendosi verso l’Est dell’Europa. Ma, se, anziché muoversi dall’“Occidente” verso l’“Oriente”, partendo dal blocco Euro-Americano, ci si muovesse nel medesimo senso, ma partendo dall’Oriente – ad esempio, dalla Cina –, immediatamente l’“Occidente”, e nello specifico e in prima battuta le Americhe, diverrebbero l’Est – dunque l’“Oriente” – della Cina.

La geografia quindi non basta. Tanto più che la distinzione – al cui interno rientra anche il termine Europa – è del tutto innaturale da un punto di vista geografico: in geografia si parla di macroaree, quali i continenti, quando si ha a che fare con un continuum di terra vasto, ininterrotto e circondato dai mari. Ma, in tale definizione, non può certo rientrare l’area “occidentale” che è l’insieme di un continente geografico (l’America) e di un continente improprio, culturale (l’Europa), né vi rientra l’area “orientale”, la quale è unita in modo determinante a una parte dell’Occidente, l’Europa stessa, formando con essa un unico vero continente geografico (quello Euro-Asiatico). Perché dunque si oppongono le due aree geografiche nella storia della nostra civiltà sin da epoche risalenti? La ragione è culturale: al di là di una iniziale lontananza dovuta alla difficoltà legata ai mezzi di trasporto, v’era la consapevolezza che i fondamenti di principio della civiltà a “Ovest” erano – e sono – diversi da quelli presenti ad “Est”. Ciò che, prima ancora della scoperta delle Americhe, distingueva l’Europa – rectius, la Cristianità europea – dall’Oriente non era l’essere un continente.

Essa, non essendo un continente in senso geografico, può essere considerato continente solo in senso culturale: in altri termini, pur nelle diverse specificità da paese a paese, essa è continente a sé perché ha avuto al proprio interno un’omogeneità di principi, di comportamenti, etc. Per cui, ciò che la distingueva dall’Oriente era il modello di civiltà: la religione, i principi, la struttura sociale – fondata, in Europa, su di una varietà molto forte di comunità locali parecchio autonome, per quanto unite da un collante religioso-culturale e politico. Il passaggio dall’opposizione “Europa-Oriente” a quello “Occidente-Oriente” sorge più tardi sulla medesima scia: una volta scoperta l’America e colonizzata dagli europei, si creò un vincolo culturale tra le due sponde dell’oceano. È ciò che lo storico olandese Hendrik Brugmans ha chiamato «Magna Europa», vale a dire l’“Europa che si perpetra fuori dall’Europa”, concetto ripreso in Italia principalmente da Giovanni Cantoni (in Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa): come un tempo la Grecia aveva esportato la propria cultura fuori dal proprio territorio attraverso le colonie della Magna Grecia, così anche l’Europa aveva fatto similmente con le Americhe – e, successivamente ma in misura diversa, con l’Oceania e altre parti del globo –, venendo a creare delle “colonie” – ben presto resesi autonome – con le quali aveva un’affinità e continuità/contiguità culturali. Ciò che, nello specifico, caratterizza l’Occidente, vale a dire il ceppo culturale europeo e le sue “colonie”, è stato l’incontro tra alcuni principi cardinali: l’Europa fonda se stessa – e, di riflesso, le sue “colonie” – sull’armonizzazione di pilastri tra di essi complementari, quali la ragione greca, la speranza cristiana – in modo incompleto prefigurata già nel messianismo ebraico – e, in misura minore, l’universalismo romano e le consuetudini germaniche: il prodotto più importante dell’Occidente è lo sviluppo razionale e progressivo della conoscenza delle cose, la quale sorge proprio dall’incontro tra ragione greca e speranza cristiana e la cui espressione più evidente, ma non unica (e non assolutizzabile), è il metodo scientifico, vale a dire l’indagine razionale della realtà fisica, un metodo che, nonostante le singole innovazioni tecniche scoperte da altre civiltà, nessuno, tranne l’Occidente cristiano, ha potuto produrre, come rilevato tra gli altri da padre Stanley Jaki O.S.B. nei suoi scritti: infatti, solo se Dio è Ragione (il greco Lógos) – come avviene nel cristianesimo, nell’incontro tra speranza cristiana e ragione greca –, e solo se l’uomo è simile a Dio (a sua immagine) e quindi solo se è anch’egli razionale, la realtà creata da Dio sarà ordinata, razionale, e quindi indagabile dall’uomo con la ragione.

E, solo se v’è una fiducia, una speranza (ragionevole) di giungere a qualche risultato tramite questa indagine, ha senso l’indagine stessa. Questo incontro, che Benedetto XVI nel suo discorso all’Università di Regensburg del 2006 ha definito «ellenizzazione della fede», ha permesso lo sviluppo armonico del concetto di ragione, evitando che esso fosse rifiutato in un fideismo cieco – come avvenuto nell’Islam da un certo momento storico in poi e come, in un certo senso e in qualche misura, avvenuto nella Modernità in Occidente – ed evitando che, al contempo, esso si rinchiudesse in un altrettanto fideistico e cieco razionalismo – come avvenuto nelle linee egemoniche del moderno. A sua volta, questo fecondo incontro, fu generalizzato attraverso il ricupero dell’ottica universalista romana e difeso dalla civilizzazione e depurazione dei rozzi costumi germanici operati nella cavalleria. È questa l’impalcatura che, pur tra luci e ombre – ombre che però non intaccano la bontà del principio cardinale occidentale –, viene a formarsi nella civiltà cristiana europea.

Ed è questa civilizzazione europea che si è perpetuata nelle colonie della Magna Europa e, dunque, in quel blocco culturale che viene definito Occidente. Esso formerà un bagaglio di principi trascendenti continuamente implementati – tra cui quelli legati al concetto teologico di persona –, ripudierà – con la distinzione agostiniana tra Civitas Dei e civitas homini – le pretese di creare in terra irrealizzabili “età auree”, e quindi definitivi “paradisi terrestri”, e conseguentemente svilupperà il concetto di Tradizione, inteso come continua interpretazione razionale della realtà, e la relativa ottica tradizionale, vale a dire l’ottica secondo cui è possibile avanzare mediante l’indagine razionale della realtà (in modo mai definitivo) rispetto alle conoscenze passate, ma sempre fondandosi su queste ultime, in un costante, precario, ma necessario equilibrio tra vecchio e nuovo. Come scriverà Giovanni di Salisbury, attribuendo la frase a Bernardo di Chartres: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, sicché possiamo vedere più cose di loro e cose più lontane, non per l’acutezza della nostra vista o per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti» (Metalogicon, I, 24).

Questa specificità occidentale – che ha prodotto evidenti progressi per il mondo intero che con essa si è rapportato – ha subito peraltro un percorso degenerativo già sul finire dell’Evo Cristiano – impropriamente e spregiativamente (in quanto si dimentica il percorso di civilizzazione qui delineato) detto «Medio Evo» dalla propaganda progressista post-illuminista. Con l’avvento della Modernità, l’irrazionalismo protestante – Lutero utilizzerà persino parole volgari contro la ragione – e il razionalismo rinascimentale neopagano destabilizzeranno l’edificio dell’ellenizzazione, producendo il fenomeno o processo di «de-ellenizzazione» – anche definibile come Rivoluzione (o secolarizzazione). Da tale momento la Modernità, pur sopravvivendo nel suo seno una linea minoritaria non de-ellenizzante – che muove da Pascal, passando per Vico, fino ad autori cronologicamente più vicini –, produrrà una linea egemonica di pensiero dai molti volti – illuminismo, romanticismo, idealismo (e specialmente hegelismo), marxismo, etc. –, ma dotato sempre del medesimospirito di destabilizzazione dell’equilibrio interno alla ragione: tale linea sposerà in modi diversi una visuale relativista che assolutizzerà alcuni elementi della realtà e ne eliminerà degli altri attraverso le ideologie, ma mai presupponendo la capacità della ragione di esplorare il reale a 360°, riducendo la ragione stessa alla mera ragione dell’utile (la ragione scientifica cosiddetta «strumentale») – come avvenuto nell’illuminismo, nel marxismo e ai nostri giorni nella tecnocrazia –, o rivalutando l’irrazionalità del sentimento – come nella reazione romantica all’illuminismo o nell’emozionalismo contemporaneo.

Per queste ragioni, esportando se stessa, l’Europa ha prodotto sì una Magna Europa, ma la ha anche infettata con i suoi germi. Tali germi si sono espressi politicamente a sinistra – e anche in certe pseudo“destre” – ed è qui la ragione del rifiuto dell’Occidente che proviene da sinistra e da quelle pseudo“destre”, provenienti dall’alveo della sinistra come il nazionalsocialismo: per la loro essenza che tende alla “definitività” utopica, tutte le loro ideologie – anche e soprattutto laddove si presentino come “tradizionaliste” o “passatiste” – sirivoltano contro la Tradizione occidentale, contro il lógos e la ricerca razionale – e, in ultima istanza, contro il Dio-Lógos . Ciò che la sinistra e le forze con essa ibridate odiano nell’Occidente sono appunto le sue radici greco-ebraico-cristiane che i disegni ideologici progressisti hanno cercato di soppiantare per ricercare mete (dissimulate o esplicite) di perfezione definitiva.

D’altro lato, invece, altri, provenendo da un brodo culturale che non comprende del tutto il senso della Tradizione, ma percependo, in qualche modo, questo processo di degenerazione dell’Occidente, lo rifiutano perché, chiudendo gli occhi di fronte alla continua presenza in seno ad esso di quelle linee di pensiero minoritarie che coltivano le radici occidentali, vedono in essounicamente la distruzione di principi permanenti in nome delle mete ideologiche – o del consumo materiale – propugnate dalle sinistre. Ma tale visuale è del tutto unilaterale, rifugiandosi spesso, per di più, in cedimenti o fughe esotiche, irrazionalistiche e illogiche verso altre culture (che non sono dotate del patrimonio del lógos e che, per ciò stesso, sono altrettanto corrosive quanto lo sono i germi occidentali): ciò che costoro credono di difendere è il risultato di quelle radici che lo stesso Occidente – ed esso soltanto – ha prodotto, ma ciò che non comprendono è che, nonostante esso sia afflitto da un male plurisecolare, la cura non può provenire che dal suo interno, dalle proprie stesse radici, che sonounicamente sue.

Ancor di più, sebbene sia possibile un «viaggio di ritorno di Colombo» – così come viene definito dal filosofo tradizionalista argentino Alberto Caturelli (e ripreso dal succitato Giovanni Cantoni in Per una civiltà cristiana nel terzo millennio) a intendere la possibilità che le periferie, le “colonie” della Magna Europa preservino le radici europee e “riconvertano” il centro ormai declinante –, come ben notava lo storico Christopher Dawson (ne Il dilemma moderno), questa cura deve provenire anche, in certa misura, dal luogo in cui tali radici sono partite inizialmente: l’Europa stessa. O essa – e con essa tutto l’Occidente – riconoscerà (e “praticherà”) le proprie radici (soprattutto greche e cristiane), o si ritroverà fagocitata da quelle civiltà che, pur usufruendo dei suoi prodotti storici – specialmente la tecnica prodotta dal metodo scientifico –, non sono però capaci di abbracciarne le radici. In nessun caso si tratterà però di lasciare l’Occidente a morire nel nichilismo che lo corrode – rifiutando persino il termine stesso Occidente –, bensì si tratterà di rinnovarlo dall’interno, conservando ciò che di buono c’è, preservando il suo patrimonio sempre più rinnegato, ed emendandolo da ciò che lo va erodendo.
".

Come sempre, Filippo si è mostrato brillante. Lo ringrazio. 
Ora commento questo articolo, che merita di essere commentato.
Una civiltà si vede dai propri usi e dalla propria cultura.
Il migliore modo per uccidere un popolo o una civiltà non è eliminarlo fisicamente con le armi.
Anzi, se lo si attacca con le armi, il popolo reagisce.
Invece, il miglior modo per distruggere una civiltà è la distruzione della sua cultura e della sua identità.
Esso non è necessariamente un processo violento.
Basta, ad esempio, togliere i simboli dalle scuole e dai pubblici uffici (per "non offendere chi la pensa diversamente")  creare menù unici e senza le carni proibite da alcune religioni nelle mense scolastiche (per "fare integrazione") o espungere certe frasi da certe opere letterarie (per non creare imbarazzi con chi la pensa diversamente) e fare in modo che la gente accetti ciò e già si inizia a distruggere una civiltà.
In Europa sta succedendo questo.
Se non cambia rotta, l'Europa sarà destinata morire.
Cordiali saluti. 


DAL BLOG DI ANTONIO SOCCI, CARO GALIMBERTI, S’INFORMI (prima di scrivere): PLATONE VA D’ACCORDO COL PAPA E SCOLA, NON CON BERSANI E VENDOLA

Cari amici ed amiche.

Leggete questo articolo del blog di Antonio Socci che è intitolato "Caro Galimberti, s'informi (prima di scrivere): Platone va d'accordo con il Papa e Scola, non con Bersani e Vendola":



"L’Italia – si dice – è sull’orlo della bancarotta economica e il Pd in che modo si candida a governarla? Azzuffandosi sulle “nozze gay”. Se questa torrida estate non fosse tragica, sarebbe comica.



Perché perfino l’incolpevole Platone viene trascinato a sproposito nell’infuocata querelle che in queste ore ha visto polemizzare la Bindi, Bersani, la Concia e Casini.


E’ capitato ieri sulle pagine di “D”, il magazine di “Repubblica”. Nella sua consueta rubrica, Umberto Galimberti critica il fatto che scienza, psicoanalisi, religione e diritto – a suo avviso – discriminano l’omosessualità considerandola “esclusivamente sul piano sessuale” (a differenza dell’eterosessualità).


A questo punto Galimberti sostiene che Platone combatté proprio questo “pregiudizio negativo nei confronti degli omosessuali” e per dimostrarlo si lancia in un’azzardata escursione nel “Simposio”.


Da cui cita un passo dove - a suo avviso – “Platone lega opportunamente la condanna dell’omosessualità a un problema di democrazia, a cui forse noi, a causa del perdurare dei pregiudizi, non siamo ancora giunti”.


Ora, fare di Platone un teorico e paladino della “democrazia” (oltretutto una democrazia moderna e libertaria) è – a dir poco – surreale. Per sorriderne non occorre neanche aver letto Karl Popper (o il libro di Franco Ferrari, “Platone. Contro la democrazia”, Rizzoli).


Ma ancora più sconcertante è vedere attribuito a Platone un pensiero che nel “Simposio” è espresso da Pausania.


Si deve infatti sapere che in questo dialogo vari personaggi intervengono esprimendo il loro diverso punto di vista su Eros.


La voce con cui si identifica Platone ovviamente non è affatto quella di Pausania o quelle di Aristofane e di Agatone, ma – come di consueto – quella di Socrate che interviene dopo tutti gli altri e che demolisce tutti i discorsi che lo hanno preceduto.


In sostanza Socrate guida gli ascoltatori a scoprire che l’amore non è ciò che loro credevano, ma piuttosto l’attrazione che l’anima umana ha per la perfezione e per l’Assoluto (qui si capisce perché il cristianesimo dialogò subito, non con le religioni, ma con la filosofia greca, che vedeva pervasa dell’attesa del Logos divino).


Se poi consideriamo l’intervento di Pausania – quello che Galimberti erroneamente presenta come pensiero platonico – è assai dubbio che si occupi di omosessualità, ma di certo si può dire che è il discorso più misogino che lì risuoni perché attribuisce l’amore per le donne all’Eros dell’ “Afrodite volgare” (e lo depreca), mentre l’ Eros dell’ “Afrodite celeste” è esclusiva dei maschi.


E’ davvero esilarante che su un magazine femminile quale è “D” venga citato come esemplare, edificante e “democratico” un discorso di quel tenore dove Pausania esalta il genere maschile perché “per natura più forte e più dotato di cervello”.


Se poi volessimo sapere cosa veramente Platone pensava e cosa ha scritto sulla pratica omosessuale, scopriremmo pagine che oggi, sulle colonne del giornale di Scalfari e Galimberti, verrebbero subito condannate come terribilmente “omofobe”.


Infatti nelle “Leggi”, Platone critica quanti hanno “corrotto la norma antica e secondo natura relativa ai piaceri sessuali non solo degli esseri umani, ma anche degli animali”.


E spiega:


“bisogna considerare che, a quanto pare, il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi affinché si accoppiassero al fine di procreare, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere”.


Come si vede qui Platone è perfino più “rigorista” della Chiesa per quanto riguarda l’unione dell’uomo e della donna al cui congiungimento fisico la teologia cattolica riconosce anche il fondamentale valore unitivo, cioè dell’amore fra i coniugi.


In altri passi delle “Leggi”, Platone condanna di nuovo i rapporti sessuali diversi da quelli fra uomo e donna adulti, invitando ad attenersi alle leggi di natura e a cercare sempre e solo l’acquisizione delle virtù.


Il filosofo greco sembra considerare perfino come un “pericolo”, per l’ordine sociale, gli “amori di donne al posto di uomini e uomini al posto di donne” perché “innumerevoli conseguenze sono derivate agli uomini privatamente e a intere città”.


Del resto Platone – decisamente lontano e opposto alla mentalità epicurea – indicando l’esempio di un famoso atleta, Icco tarantino, che per vincere alle Olimpiadi si astenne da tutti i piaceri durante il lungo allenamento, invita a incitare i giovani a fare altrettanto e a “tener duro in vista di una vittoria molto più bella” ovvero: “la vittoria sui piaceri”.


Platone – con buona pace di coloro che fantasticano di un’antica Grecia libertaria e accusano la Chiesa Cattolica di aver portato illiberalità e sessuofobia – arriva addirittura a chiedere alle leggi di prescrivere la virtù:


“la nostra legge deve assolutamente procedere dicendo che i nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molte altre bestie che, nati in grandi gruppi, vivono fino alla procreazione non accoppiati, integri e puri da unioni sessuali, ma quando giungono a questa età, congiuntisi per proprio piacere il maschio alla femmina e la femmina al maschio, vivono il resto del tempo in modo santo e corretto, attenendosi e saldamente ai primi patti d’amore; dunque essi (i cittadini) devono essere migliori delle bestie”.


Questa la prima legge (dove, come si vede, si condannano anche i rapporti prematrimoniali e l’adulterio). E “qualora (i cittadini) vengano corrotti”, aggiunge Platone, bisogna escogitare “una seconda legge per loro”. Ovvero, se proprio alcuni non resistono all’attrazione dei piaceri senza legge “sia presso di loro cosa bella compiere di nascosto questi atti (…), mentre sia turpe il non farli di nascosto”.


Questo è il Platone vero, quello che racchiude le leggi nell’ “ossequio agli dèi, l’amore pe gli onori e il fatto che non ci sia desiderio dei corpi, ma dei bei costumi dell’anima”.


Dell’altro Platone, quello di Galimberti, non si trova notizia sui suoi testi.


Voglio aggiungere che siccome a quel tempo sotto la categoria di amore – che non aveva un’accezione romantica moderna – andava anche il rapporto fra maestro e discepolo, e siccome questo rapporto poteva scadere (e scadeva) nella pederastia, c’è un passo di Platone (nella Repubblica, il dialogo filosofico, non il giornale) in cui si legge la condanna di questa degenerazione possibile:


“tu stabilirai una legge nella città che stiamo fondando, in base alla quale chi prova affetto (erastés) per il suo ragazzo affezionato (ta paidikà), lo ami e lo accompagni e lo tocchi come farebbe un padre con il figlio; con il suo consenso e avendo come fine la contemplazione e la conoscenza del bello. Mai dunque dovrà accadere o sembrare che si vada oltre questi limiti”.


Qualcuno potrà sorprendersi di scoprire questo Platone, perché da tempo si è diffuso il luogo comune che la famiglia eterosessuale (come fondamento della civiltà) e la legge naturale siano un’invenzione del cristianesimo.


In realtà la famiglia fra uomo e donna è stata il fondamento istituzionale esclusivo di tutte le civiltà precedenti il cristianesimo e di tutti i popoli. Da sempre.


E la legge naturale ben prima del cristianesimo è stata il fondamento della riflessione morale, in modo speciale nell’antica Grecia.


Un formidabile saggio di Francesco Colafemmina, “Il matrimonio nella Grecia classica” vuole dimostrare tutto questo con ricchezza di citazioni (sorprendenti) e brillante scrittura.


Il libro di Colafemmina (a cui devo tante preziose indicazioni) intende ribaltare “le mistificazioni contemporanee” e ricostruisce “un’etica matrimoniale condivisa fra ellenismo e cristianesimo”. Una lettura preziosa in questi tempi di confusione e di ideologia. Una lettura da consigliare a tutti i nostri spensierati politici.".Ringrazio l'amica Irene Bertoglio che ha messo l'articolo su Facebook e della quale spero di potere leggere un giorno il suo libro intitolato "La penna e il coraggio".
Ora, le teorie Platone ed il Cristianesimo andarono d'accordo e tuttora vanno d'accordo.
Nel IV secolo AD ci furono i Padri Cappadoci, dei filosofi cristiani che provenivano dalla Cappadocia (una regione dell'attuale Turchia) che espressero anche dei santi come Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno
Essi affrontarono il tema della conoscenza di Dio nell'intimo dell'anima, dimostrando che il rischio presente nella gnoseologia platonica sia stato colto e superato.
Per San Gregorio Nazianzeno, Dio è l'essere e cercare di conoscere.
In fondo, Dio è anche questo.
Del resto, già il filosofo platonico Plotino (205-270 AD) aveva già espresso concetti vicini al Cristianesimo, come quello dell'Anima.
Quest'ultima può essere paragonata allo Spirito Santo, la "Ruah", l'alito di vita di Dio che venne insufflato nelle narici di Adamo.
E' la filosofia moderna a volere mettere contro Platone ed il Cristianesimo.
Inoltre, riguardo al sesso, va detta una cosa.
La morale cristiana non è sessuofobica.
Il sesso garantisce la prosecuzione della vita ed il concetto di vita nel Cristianesimo è tenuto molto in considerazione.
Tuttavia, una certa morale attuale, vede il sesso come un puro piacere, senza limiti e senza inibizioni.
Ciò viene fatto aggrappandosi a certe idee pseudoscientifiche, dicendo ad esempio che l'uomo sia uguale agli altri animali. 
Ciò è abominevole poiché riduce l'uomo allo stato di animalità e si viola il VI comandamento della Legge che recita:
 "Non commettere atti impuri".
Forse, certo politici dovrebbero rendersi conto che certe loro decisioni possono essere dannose per tutti.
Cordiali saluti. 

Da "La critica", l'economia italiana nel contesto europeo

Cari amici ed amiche.

Leggete questo articolo scritto da Andrea Verde su "La critica"  ed intitolato "L'economia italiana nel contesto europeo":

"Nel 2011 il prestigioso premio letterario Strega è stato assegnato al libro Storia della mia gente di Edoardo Nesi, uno scrittore toscano ex industriale tessile, che con stile essenziale ripercorre la storia del declino dei distretti tessili di Prato, di Biella e Como, di Lecco e Carpi, della Val Seriana e di Chieri in Piemonte e Bronte in Sicilia. Tutto ciò in conseguenza del precedente collasso economico dei distretti dell’abbigliamento, che del tessile rappresentano il downstream.

Le cause di questo dissesto vengono attribuite in larga misura alla resistibile ascesa di masse schiavizzate di lavoratori cinesi che, in un clima ideologico di illimitata apertura dei mercati globali, propiziata da elite intellettuali di economisti di scuola e di accademici infastiditi da critiche definite “luddiste”, hanno messo fuori mercato aziende medio-piccole, impreparate a sostenere lo scontro competitivo emergente, in quanto sorte e prosperate nell’immediato dopoguerra “in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe.”

Quando un fenomeno economico, di grande portata sociale, si fa letteratura, riscuotendo peraltro un grande successo editoriale di massa, vuol dire che siamo in presenza di qualcosa che esce dall’ambito della saggistica dotta o della discettazione salottiera per entrare nel vivo della quotidianità dei problemi che la gente comune sente sulla propria pelle.

A questo proposito, nel suo saggio La Paura e la Speranza (2008) Giulio Tremonti si chiedeva: “Perché non è più l’Europa a cambiare il mondo ma è il mondo a cambiare l’Europa? Per una ragione molto semplice. Perché non è stata l’Europa a entrare nella globalizzazione ma è stata la globalizzazione a entrare in Europa, trovandola insieme incantata e impreparata.”

Di fatto una globalizzazione politicamente mal gestita a seguito di una attuazione degli accordi, negoziati nel 1994 insede WTO, di progressiva liberalizzazione dei mercati globali di beni, servizi e proprietà intellettuale, senza una ragionevole transizione modulata nel tempo, sta determinando, in un clima di costernazione impotente, una drammatica ridistribuzione di ricchezza e di lavoro tra i diversi Paesi del mondo, in larga misura a somma zero.

D’altronde non può sorprendere il fatto che una Europa, concepita come mera unione monetaria, priva di identità politica, si sia fatta sorprendere impreparata non solo dal prorompere degli effetti distorcenti della globalizzazione ma forse ancor più, come ulteriore fattore aggravante, dalla crisi finanziaria che ha investito l’occidente (e in particolare l’Europa), a seguito della espansione a livelli patologici della finanza derivata rispetto a quella al servizio dell’economia reale.

In tale contesto, quali sono le prospettive economiche di un Paese come l’Italia, per di più gravato da un debito pubblico a livelli patologici?

Considerate le limitazioni di sovranità nazionale che comunque l’adesione alla moneta unica comporta, occorrerebbe innanzi tutto rimuovere i tre principali vizi capitali che hanno gravato sull’Europa sin dalle sue origini:
Il primo in ordine di importanza, ma forse il più complesso da rimuovere, riguarda la mancata attuazione di una unione politica, con la conseguente delega, non sostenibile nel lungo periodo, alle burocrazie comunitarie dei compiti di governo dell’unione monetaria;
La rigidità dei parametri Eurostat di controllo (rapporto deficit/PIL) delle politiche di bilancio degli Stati membri, senza alcuna distinzione di trattamento tra flussi di spesa corrente improduttiva e quelli di spesa per investimenti; entrambi questi flussi concorrono indubbiamente a costituire lo stock del debito, ma con diversa prospettiva reddituale, che ne giustificherebbe un trattamento differenziato;
La mancata definizione di una exit strategy dall’area dell’Euro, come drammaticamente messo in evidenza dalla pasticciata gestione della crisi greca.

Non vi è dubbio che l’allineamento delle economie degli Stati membri ed in particolare del rapporto tra lo stock del debito e il prodotto interno lordo rappresenti l’obiettivo primario da perseguire, pregiudiziale tra l’altro all’emissione di eurobond.

L’obiettivo tuttavia dovrebbe essere raggiunto con strategie differenziate tra i diversi Stati in relazione all’esigenza di coniugare il rigore dei tagli di spesa con il mantenimento di un adeguato livello di sviluppo del PIL, presupposto indispensabile per evitare l’innesco di situazioni di avvitamento recessivo, che ne comprometterebbero il conseguimento.

Non si tratta evidentemente di attuare pratiche dilatorie elusive o di riservare trattamenti privilegiati a beneficio di qualche Stato, bensì della ricerca, in regime di massima trasparenza, della terapia più appropriata per il paziente, posto che l’uso indiscriminato di olio di ricino di manifattura teutonica potrebbe rivelarsi letale per pazienti che necessitano di una preventiva somministrazione transitoria di vitamine.

A titolo esemplificativo abbiamo effettuato alcune simulazioni delle manovre finanziarie correttive che l’Italia dovrà attuare per rientrare, in un arco temporale di venti anni, dall’attuale rapporto debito/PIL del 120% al valore obiettivo del 60%. Non si è tenuto cautelativamente conto del contributo all’abbattimento del debito, conseguibile attraverso la dismissione di beni pubblici, stimato, nella migliore delle ipotesi, in circa 80-100 miliardi di Euro, né del gettito proveniente dall’introduzione di una eventuale imposta patrimoniale straordinaria.

Sono stati ipotizzati diversi scenari che assumono una crescita media del PIL del 1,5% massimo, un avanzo primario variabile dal 1,5% al 3%, un tasso d’interesse di nuove emissioni variabile dal 5,0% al 7%, un deflattore medio del 2 % e una vita media del debito di 7,2 anni.

I risultati mostrano la necessità di attuare una manovra media annua che oscilla tra i 25 e i 50 miliardi di Euro; ad esempio, assumendo un avanzo primario del 3%, con una crescita del PIL del 1,5% ed un tasso di nuove emissioni del 5%, la manovra sarebbe di circa 25 miliardi di Euro, laddove, con una crescita del PIL del 1% ed un tasso di nuove emissioni del 6%, salirebbe a livelli dell’ordine dei 45 miliardi di Euro, certamente non sostenibili su basi ricorrenti.

Negli anni iniziali (orientativamente un triennio) sarebbe opportuno ridurre l’entità della manovra per contenere la pressione fiscale allo scopo di consentire un livello di crescita del PIL di almeno 1,5%, in grado di sostenere politiche estremamente selettive di investimenti pubblici infrastrutturali e di incremento, attraverso la leva fiscale, dei consumi delle fasce più basse di reddito; successivamente, su basi economiche consolidate, è possibile rendere più severa la manovra per conseguire comunque l’obiettivo nei tempi programmati.

Quanto detto è rafforzato dal fatto che il conseguimento dell’obiettivo è sostanzialmente dovuto all’incremento del PIL, restando il livello nominale del debito pressoché inalterato.

Questa modulazione nel tempo della manovra di rientro, specifica per ogni Stato, dovrebbe essere negoziata con le Autorità monetarie europee, purché dotate di autorevolezza e di poteri, che possono essere conferiti solo ad una istituzione investita di responsabilità politica, oggi inesistente.

La medesima istituzione dovrebbe inoltre farsi carico della tutela dei confini dell’Europa da flussi incontrollati di immigrazione e dalla importazione di merci, prodotte in aperta violazione di vincoli sociali e ambientali, attivando, se del caso, politiche di promozione dell’acquisto di prodotti europei, in linea con l‘idea espressa da Nicolas Sarkozy, che ha proposto che i mercati delle commesse pubbliche europee siano riservati alle imprese che producono sul territorio, adottando in Europa un Buy European Act sul modello americano.

Questo concetto deriva da un ragionamento più ampio che, nella visione del Presidente francese, mette in discussione la centralità del consumatore quale fattore trainante dello sviluppo, considerato il fatto che in una società in cui i produttori siano travolti da effetti di dumping, sostenuto dalla violazione sistematica delle regole fondanti di una corretta competizione, è improbabile la sopravvivenza del consumatore stesso.

Affinché si possa attuare questo salto di qualità nel governo dell’Europa occorre ridefinire una visione strategica, svincolata da schematismi ideologici di scuola, che, condivisa da leadership nazionali forti, legittimate dal voto popolare, sia in grado di recuperare un equilibrato spirito di appartenenza al Paese e all’Europa e soprattutto di infondere nei cittadini fiducia in una prospettiva futura credibile di stabilità, su basi durevoli.

Senza di ciò temo sia inevitabile che il vecchio continente sia destinato a fare la fine degli opifici di Prato, drammaticamente evocata nel libro di Edoardo Nesi.
".

L'Italia è un Paese bloccato.
L'Italia è un Paese figlio delle proprie opere.
In Italia è un Paese in cui ci sono troppi lacci burocratici e in cui non è stata fatta una riforma perché molte categorie erano (e tuttora sono) legate ad apparati e partiti politici.
Prendiamo, ad esempio, le cooperative.
Esse erano state legate al Partito Comunista Italiano (prima) ed oggi sono legate Partito Democratico.
Toccare le cooperative significa mettersi contro un partito politico.
Ora, le cooperative hanno un regime fiscale agevolato, nonostante siano a tutti gli effetti aziende.
Anche la burocrazia pesa.
Spesso,  per ragioni di potere, si è fatto sì che molte persone venissero assunte nei ceti burocratici.
Questi ultimi si sono ingigantiti a tal punto da creare parecchi problemi.
Un ceto burocratico pesante, infatti, causa i seguenti problemi:
  • Un aumento della spesa pubblica e quindi delle tasse.
  • Una riduzione della forza lavoro che produce ricchezza, quella delle aziende.
  • Lo scoraggiamento di chi vuole fare impresa che si deve trovare di fronte una burocrazia elefantiaca che lo costringe a dovere spendere tempo e denaro in vari uffici.
Inoltre, anche il sistema politico determina i problemi del nostro Paese.
Nella I Repubblica non ci fu mai una democrazia vera e propria poiché vi era il Partito Comunista Italiano, il più forte partito comunista d'Occidente.
Per timore che esso portasse l'Italia al comunismo, si diede consenso alla Democrazia che fu sempre al governo.
Quindi, il sistema fu bloccato ma non ci fu solo ciò.
Anzi, ci fu un vero e proprio compromesso con i comunisti.
Tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano ci fu una vera e propria "spartizione del potere".
Questo determinò i problemi che vennero dopo.
Un altro problema è l'Euro.
Prima dell'avvento dell'Euro, l'Italia poteva svalutare la propria moneta e fare concorrenza a Paesi come la Germania.
Oggi non può più farlo.
La pregressa situazione della I Repubblica fu anche la fonte di parecchia corruzione, corruzione che oggi è presente in Italia.
Anche quest'ultima pesa.
L'Italia è un Paese che ha grandi potenzialità ma se non fa le riforme (sia a livello istituzionale che a quello economico) il suo fallimento sarà inevitabile.
Cordiali saluti. 







mercoledì 25 luglio 2012

Il Matzo Kugel, un dolce di un'antica tradizione




Cari amici ed amiche.

Sul blog "Honey Never Spoils" ho trovato la ricetta del Matzo Kugel, un budino tipico di Israele che si fa nei periodi della Pasqua ebraica.
La ricetta è la seguente:

INGREDIENTS
6 broken matzo
2 cups orange juice
1/2 cup cold water
4 tablespoons butter
2 large apple
4 beaten eggs
1 cup sour cream
1/2 cup raisins
1 TSP cinnamon
1 TBSP sugar

Heat oven to 350.

Pour orange juice and water over matzo and let soak.






Peel and chop apples.




Melt butter and saute apples until soft.



Combine all ingredients except for sugar and cinnamon.





Pour into a greased 1 1/2 qt. casserole.



Sprinkle with cinnamon and sugar.



Bake 45 minutes or until brown.

Let stand for 10 minutes.

Serve with extra sour cream.





Questo budino viene fatto con il pane azzimo e con altri ingredienti molto antichi.
Addirittura, pare che la ricetta sia molto antica e che addirittura risalga.
A casa, ho un ricettario scritto da Lisa Biondi e distribuito dalla casa editrice "De Agostini".
Anche qui c'è una ricetta di questo dolce e gli ingredienti sono:

3 pani azzimi  (200 g),
165 g. di grasso d'oca o di rognone di bue tritato,
165 g. di zucchero biondo,
un pizzico di sale,
3 cucchiaini di cannella in polvere,
2 uova intere,
scorza di 1/2 limone grattugiata.

Per la crema:

2 tuorli d'uovo,
70 g di zucchero,
1 cucchiaino di fecola di patate,
165 g. di vino Malaga.

Procedimento:

Spezzettate i pani azzimi, bagnateli in acqua tiepida, strizzateli e metteteli in una terrina.
Dopo averli ben spappolati, mescolatevi il grasso, le uova, la cannella e metà della scorza di limone grattugiata.
Versate il composto a 3/4 di uno stampo da budino uno di grasso ed infarinato e fatelo cuocere coperto a bagnomaria per circa due ore.
Quando sarà quasi pronto, preparate la salsa nel seguente modo: in una casseruola mescolate i tuorli d'uovo, la rimanente scorza di limone, lo zucchero, la fecola e il vino.
Sempre rimestando, fate cuocere la crema su fuoco moderato finché sarà addensata, poi versatela sul budino che avrete sformato sul piatto da portata.

Questa ricetta è frutto di una tradizione molto antica.
Forse, anche Gesù Cristo potrebbe avere mangiato il Matzo Kugel.
Mi piacerebbe saperne di più.
Per dare un tocco di "italianità" suggerisco di sostituire il vino Malaga con lo Zibibbo, un tipico vino siciliano, il vino di una terra che amo.
Tra l'altro, anche in Sicilia si usa molto la cannella.
Cordiali saluti.


Partecipi alla passione di Cristo. Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

Cari amici ed amiche.

L'amico Giovanni Covino (SEFT) mi ha inoltrato questo brano su Facebook:

"I figli di Zebedeo chiedono al Cristo: «Dì che uno di noi segga alla tua destra e l'altro alla tua sinistra» (Mc 10, 37). Cosa risponde il Signore? Per far loro comprendere che nella domanda avanzata non vi è nulla di spirituale e che, se sapessero ciò che chiedono, non lo domanderebbero, risponde: «Non sapete ciò che domandate», cioè non ne conoscete il valore, la grandezza e la dignità, superiori alle stesse potenze celesti. E aggiunge: «Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?» (Mc 10, 38). Voi, sembra dir loro, mi parlate di onori e di dignità; io vi parlo, invece di lotte e di sudori. Non è questo il tempo dei premi, né la mia gloria si manifesta ora. Il presente è tempo di morte violenta, di guerre e di pericoli.
Osservate quindi come, rispondendo loro con un'altra domanda, li esorti e li attragga. Non chiede se sono capaci di morire, di versare il loro sangue, ma domanda: «Potete voi bere il calice» e per animarli aggiunge «che io devo bere?», in modo da renderli, con la partecipazione alle sue sofferenze, più coraggiosi. Chiama la sua passione «battesimo» per far capire che tutto il mondo ne avrebbe ricevuto una grande purificazione. I due discepoli rispondono: «Possiamo!». Promettono immediatamente, senza sapere ciò che chiedono, con la speranza che la loro richiesta sia soddisfatta. E Gesù risponde: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete» (Mc 10, 39). Preannunzia loro grandi beni: Voi, cioè, sarete degni di subire il martirio e soffrirete con me; finirete la vita con una morte eroica e parteciperete a questi miei dolori. «Ma sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato» (Mc 10, 40).
Dopo aver preparato l'animo dei due discepoli e dopo averli fortificati contro il dolore, allora corregge la loro richiesta.
«Gli altri dieci si sdegnarono con i due fratelli» (Mt 20, 24). Notate come tutti gli apostoli siano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro. Ma, come ho già detto, osservateli più tardi, e li vedrete esenti da tutte queste miserie. Giovanni stesso, che ora si fa avanti anche lui per ambizione, cederà in ogni circostanza il primato a Pietro, sia nella predicazione, sia nel compiere miracoli, come appare dagli Atti degli Apostoli. Giacomo, invece, non visse molto tempo dopo questi avvenimenti. Dopo la Pentecoste infatti sarà tale il suo fervore che, lasciato da parte ogni interesse terreno, perverrà ad una virtù così elevata da essere ritenuto maturo di ricevere subito il martirio.".

Ringrazio Giovanni per l'ottimo saggio.
Prima di incominciare a trattare l'argomento, faccio gli auguri a tutti coloro che si chiamano Giacomo.
Tra l'altro, il Santo Patrono del paese di mia madre, Galati Mamertino (in Provincia di Messina) è proprio San Giacomo Maggiore Apostolo, uno dei due figli di Zebedeo.
Anche mia madre si chiama Giacomina. Quindi è anche il suo onomastico. 
L'altro figlio di Zebedeo è Giovanni.
Ora, il Vangelo parla di questi due personaggi che chiesero a Gesù che, una volta divenuto re, egli li facesse sedere uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra.
Essi furono ingenui e credettero che Gesù sarebbe salito su un trono e divenuto re.
La realtà fu ben diversa.
Gesù venne tradito, percosso, insultato e crocifisso.
Poi, una volta morto, egli risorse e trionfò sulla morte.
Quindi, il "diventare re" di Gesù non fu secondo un canone umano.
Ovviamente, gli altri apostoli si sdegnarono e Gesù spiegò in che modo sarebbero andate realmente le cose.
Anche Giacomo, in seguito, dovette subire una sorte terribile.
Egli divenne vescovo della Chiesa di Gerusalemme e venne fatto uccidere (per decapitazione) da Erode Agrippa nel 42 AD.
Egli fu il primo a ricevere la corona del martirio.
Allora, vista l'esperienza dei due apostoli, noi non dobbiamo essere ingenui.
Cordiali saluti. 

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Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.