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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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martedì 24 luglio 2012

DAL SITO DI PLINIO CORREA DE OLIVEIRA, PERCHÉ IL NOSTRO POVERO MONDO UGUALITARIO SI È ENTUSIASMATO PER IL FASTO E LA MAESTOSITÀ DELL’INCORONAZIONE?



Cari amici ed amiche.

Sul sito di Plinio Correa de Oliveira  ho trovato questo articolo interessante:

"In occasione dell'insediamento del generale Eisenhower alla carica di presidente della repubblica degli Stati Uniti, abbiamo scritto alcune considerazioni, che hanno suscitato interesse tra i lettori di Catolicismo. In quell’occasione abbiamo promesso di analizzare anche le cerimonie della incoronazione della regina d'Inghilterra, Elisabetta II. E di questo impegno ci veniamo a sdebitare.

Monografia sociale di palpitante interesse
La splendida cerimonia ha offerto una visione di insieme - soltanto su un piano simbolico, ma che, precisamente per il fatto di essere simbolico, traduce meglio di qualsiasi altro alcuni aspetti della realtà - dell'Inghilterra con tutto quanto essa è, possiede e può al giorno d'oggi. Le istituzioni inglesi, il loro significato profondo, il loro passato, le loro presenti condizioni di esistenza, le tendenze con cui avanzano verso il futuro, la situazione attuale della Gran Bretagna nel Commonwealth e nel mondo, le prospettive favorevoli e anche le spesse nebbie che si delineano per essa sugli orizzonti diplomatici, tutto, insomma, si è riflesso in qualche modo nell’incoronazione, e nelle cerimonie che l'hanno preceduta e che a essa hanno fatto seguito. Inoltre, in tutte queste cerimonie vi è una tale ricchezza di aspetti, che rende ciascuna di esse capace di suscitare tante considerazioni, che non sarebbe troppo se una équipe di specialisti, in quest’epoca di indagini sociologiche, dedicasse alle cerimonie, alle manifestazioni e alle solennità di cui l’incoronazione è stata il punto centrale, una ricerca accurata, che andrebbe a formare certamente alcuni grossi volumi.
Le nostre aspirazioni, evidentemente, devono essere più limitate. Non vogliamo trattare di tutti gli aspetti delle feste dell’incoronazione, e non tentiamo neppure di elencarli. Vogliamo prendere in considerazione solamente un lato di questo vasto argomento.

L’uguaglianza, idolo del nostro secolo
In tutti i campi della vita odierna si manifesta l’influenza schiacciante dello spirito di uguaglianza. In altri tempi, la virtù, la culla, il sesso, l’educazione, la cultura, l'età, il genere di professione, i poteri, altre circostanze ancora, modellavano e sfumavano la società umana con la varietà e la ricchezza di mille distinzioni e colori, influivano in tutti i modi nei rapporti tra gli uomini, segnavano a fondo le leggi, le istituzioni, le attività intellettuali, i costumi, la economia, e comunicavano a tutta l'atmosfera della vita pubblica e privata una nota di gerarchia, di rispetto, di gravità. In questo consisteva uno dei tratti spirituali più profondi e tipici della società cristiana. Si esagererebbe se si affermasse che oggi tutte queste distinzioni e sfumature sono state abolite. Sarebbe tuttavia impossibile non riconoscere che molte sono scomparse completamente, e che le poche che restano vanno riducendosi e scolorendo giorno dopo giorno.
Indubbiamente, la vita è una costante trasformazione di tutto quanto non è perenne. Sarebbe normale che molte delle sfumature di altri tempi scomparissero, e che se ne formassero altre. Ma attualmente non si dà, per così dire, una sola trasformazione che non abbia come effetto un livellamento, che non favorisca direttamente o indirettamente la marcia della società umana verso uno stato di cose assolutamente ugualitario. E quando quelli di sotto rallentano lapoussée [spinta] ugualitaria, sono quelli di sopra che si incaricano di portarla avanti. Questo fenomeno non è circoscritto a una nazione, e neppure a un continente, e sembra spinto da un vento che soffia sul mondo intero. Il tifone livellatore rettifica qui e là — in Asia, per esempio, e in certe zone ipercapitalistiche dell'Occidente — abusi intollerabili, imponendo in altri luoghi mutamenti ammissibili, distruggendo in altri, infine, diritti incontestabili, e colpendo a fondo lo stesso ordine naturale delle cose. In tutti questi casi, però, importa notare che questo tifone ugualitario, di ampiezza cosmica, non cessa di soffiare. Fatta una riforma giusta, esso tende a continuare la sua opera livellatrice e a passare a quanto è dubbiosamente giusto, e una volta raggiunto questo punto, entra con impeto crescente nel terreno di quanto è chiaramente ingiusto. Questa sete di uguaglianza si sazia solamente con il livellamento completo, totale, assoluto. L’uguaglianza è la meta verso la quale tendono le aspirazioni delle masse, la mistica che governa l'azione di quasi tutti gli uomini, l'idolo sotto la cui egida l'umanità spera di trovare l'età dell'oro.

Un fatto sconcertante: la popolarità dell’incoronazione
Ora, mentre questo tifone soffia con una forza senza precedenti, nel pieno svolgimento di questo enorme processo mondiale, una regina è incoronata secondo riti ispirati da una mentalità assolutamente anti-ugualitaria. Questo fatto non irrita, non provoca proteste, e, al contrario, è accolto da una enorme ondata di simpatia popolare. Il mondo intero ha festeggiato l’incoronazione della giovane sovrana inglese, quasi come se le tradizioni che ella rappresenta fossero un valore comune a tutti i popoli. Da ogni parte sono affluite a Londra persone desiderose di estasiarsi di fronte a uno spettacolo tanto anti-moderno. Davanti a tutti gli apparecchi televisivi si sono raccolti avidi, assetati di vedere la cerimonia, uomini, donne, bambini di tutte le nazioni, di tutte le lingue, delle più diverse professioni, e, il che è assolutamente straordinario, delle più diverse opinioni. In questo immenso movimento spirituale dell’umanità contemporanea vi è qualcosa di sorprendente, di contraddittorio, di sconcertante forse, che esige una analisi accurata. Ed è questo l'oggetto del nostro studio.

Alcune spiegazioni
Questo fatto ha attirato l'attenzione di diversi commentatori, che hanno proposto alcune spiegazioni. Gli uni hanno ricordato che, nella misura in cui la ugualitarizzazione si diffonde e i re si vanno facendo rari, anche una incoronazione diventa più eccezionale, più straordinaria, più interessante. Altri, insoddisfatti da queste ragioni, hanno cercato un motivo diverso. La bellezza delle cerimonie, considerate nel loro aspetto puramente estetico, avrebbe attirato l'attenzione degli amanti del genere. La debolezza di queste spiegazioni è ovvia. Tutto, nelle informazioni relative alla incoronazione, ha dimostrato che le masse si sono commosse per essa, non per un semplice impulso di curiosità, per vedere la ricostruzione di una cerimonia storica o lo svolgimento di uno spettacolo artistico, ma per un immenso movimento di ammirazione quasi religiosa, di simpatia, anche di tenerezza, che ha circondato non solo la giovane regina, ma tutto ciò che ella e l’istituzione monarchica dell'Inghilterra simboleggiano. Se la incoronazione fosse stata, per quanti l'hanno vista, un semplice spettacolo storico, una pura curiosità artistica, che avrebbe potuto essere rappresentata ugualmente bene o meglio da attori professionisti, come spiegare il fremito di gioia, il rinnovarsi di speranze in un futuro migliore, le manifestazioni di apoteosi, le acclamazioni senza fine, dei giorni dell’incoronazione?
Qualcuno ha azzardato un'altra spiegazione. L'uomo ha mostrato in tutti i tempi, in tutti i luoghi, una debolezza: il gusto per i titoli onorifici, per le distinzioni, per la pompa. Ora, l'ugualitarismo razionale e austero dei nostri giorni non alimenta assolutamente questa debolezza. E, così, quando una occasione come l’incoronazione dà a ciò pretesto, l'uomo sente tutto il diletto che suole dargli il soddisfacimento delle sue debolezze.
A nostro modo di vedere, vi è molto da scartare in questa opinione, ma vi è anche un filone d'oro. Il filone consiste nel riconoscere che nella natura umana vi è una tendenza profonda, permanente, forte, verso ciò che è pompa, titolo onorifico, distinzione, e che l'ugualitarismo odierno comprime questa tendenza, generando una nostalgia profonda, che esplode tutte le volte che ne trova una occasione. Lo scarto consiste nel considerare questa tendenza una debolezza. Che il gusto per le onorificenze, e per le distinzioni dia origine a molte manifestazioni della piccineria umana, non vi è chi lo neghi. L'errore sta nel dedurne che questo gusto sia in sé stesso una debolezza! Come se la fame, la sete, il desiderio di riposo, e tante altre tendenze naturali nell'uomo, e in sé assolutamente legittime, dovessero essere considerate cattive, erronee, ridicole, per il semplice fatto che sono occasioni di eccessi e anche di crimini senza numero! Perfino i sentimenti più nobili dell'uomo possono portarlo a debolezze. Non vi è sentimento più rispettabile dell'amore materno. Tuttavia, a quanti errori può portare, a quanti ha già portato, a quanti ancora porterà in futuro...

Una virtù essenziale: la dignità
Il gusto dell’uomo per le onorificenze, per le distinzioni, per la solennità, non è altro che la manifestazione del saggio istinto di socievolezza, tanto inerente alla nostra natura, tanto giusto in sé stesso, tanto saggio quanto qualsiasi altro istinto di cui Dio ci ha dotati.
La nostra natura ci porta a vivere in società con altri uomini. Ma non si accontenta di una qualsiasi convivenza. Per le persone con una struttura spirituale retta, e perciò fatta eccezione degli eccentrici, degli atrabiliari, dei nevropatici, la convivenza umana realizza perfettamente i loro obiettivi naturali soltanto quando è fondata sulla conoscenza e sulla comprensione reciproche, e quando da questa conoscenza e da questa comprensione nasce la stima, l'amicizia. In altri termini, l'istinto di socievolezza richiede non una convivenza umana fondata su equivoci, irta di incomprensioni e di attriti, ma un contesto di rapporti pacifici, armoniosi e piacevoli.
Anzitutto, vogliamo essere conosciuti per ciò che effettivamente siamo. Un uomo che abbia qualità tende naturalmente a manifestarle, e desidera che queste qualità gli acquistino la stima e la considerazione dell'ambiente in cui vive. Un cantante, per esempio, tende a farsi ascoltare, e a suscitare nell'uditorio il gusto che le qualità della sua voce meritano. Per la stessa ragione, un pittore tende a esporre le sue tele, uno scrittore a pubblicare i suoi lavori, un uomo colto a comunicare quanto sa, ecc. E per una ragione analoga, infine, l'uomo virtuoso si onora di essere tenuto come tale. L’indifferenza totale rispetto al concetto che ha di noi il prossimo, non è virtù ma mancanza di dignità.
È chiaro che il retto e discreto desiderio di una buona reputazione può facilmente corrompersi come tutto quanto è inerente all'uomo. È una conseguenza del peccato originale. Così, anche l'istinto di conservazione può facilmente degenerare in paura, il ragionevole desiderio di alimentarsi in gola, ecc. Nel caso concreto della socievolezza, è molto facile che giungiamo all'eccesso di considerare il plauso dei nostri simili un autentico idolo, l'obiettivo di tutti i nostri atti, la ragione del nostro comportamento virtuoso; che per ottenere questo plauso fingiamo qualità che non abbiamo, oppure rinneghiamo i nostri princìpi più sacri (chi saprà mai quante anime il rispetto umano trascina all'inferno!); che portati da questa sete commettiamo crimini per salire a posti e a condizioni elevate; che affascinati da questo obiettivo diamo un’importanza risibile ai più piccoli fattori capaci di metterci in mostra; che proviamo odi violenti, esercitiamo vendette atroci contro chi non ha riconosciuti in tutta la loro pretesa ampiezza i meriti che immaginiamo di avere. La Storia pullula letteralmente di tristi esempi di tutto questo. Ma, insistiamo, se con questo argomento dovessimo concludere che è intrinsecamente cattivo il desiderio dell'uomo di essere conosciuto e stimato dai suoi simili per quello che veramente è, dovremmo condannare tutti gli istinti, la nostra stessa natura.
È certo, anche, che Dio esige che a riguardo del nostro buon concetto presso il prossimo, siamo distaccati interiormente, come riguardo a tutti gli altri beni della terra, l'intelligenza, la cultura, la carriera, la bellezza, la ricchezza, la salute, la vita stessa. Ad alcuni Dio chiede un distacco non soltanto interiore, ma esteriore, dalla considerazione sociale, come ad altri chiede non soltanto la povertà in spirito ma la povertà materiale effettiva. È allora necessario ubbidire. E da ciò il fatto che le agiografie rigurgitano di esempi di santi che fuggono dalle più lecite manifestazioni di apprezzamento da parte dei loro simili.
Nonostante tutto questo, è lecito in sé stesso che l'uomo desideri essere stimato da quelli con cui convive.

Una condizione di esistenza della società: la giustizia
Questa tendenza naturale è per altro consonante con uno dei princìpi più essenziali della vita sociale, che è la giustizia, secondo la quale si deve dare a ciascuno quello a cui ha diritto non soltanto in beni materiali, ma anche in onore, distinzione, stima, affetto. Una società basata sul disconoscimento totale di questo principio sarebbe assolutamente ingiusta. «Date a tutti ciò che è dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi il dazio il dazio, a chi il timore il timore, a chi l'onore l'onore», ci dice san Paolo.
Aggiungiamo che queste manifestazioni sono dovute di rigore non solamente ai meriti personali, ma anche alla funzione, alla carica o alla posizione che una persona detiene. Così, il figlio deve rispettare suo padre anche se cattivo, il fedele deve riverire il sacerdote anche se indegno, il suddito deve rispettare il suo sovrano anche se corrotto. San Pietro comanda agli schiavi che onorino i loro signori anche se di carattere intrattabile.
E d'altro canto è necessario anche saper onorare in un uomo la stirpe illustre dalla quale discende. Questo punto è particolarmente doloroso per l'uomo ugualitario di oggi. Tuttavia è così che pensa la Chiesa. Leggiamo l'insegnamento profondo e splendido di Pio XII: «Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran Capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un'inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e metter capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata esse non possono considerarsi se non quale disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del cielo, gli uni aiutando gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre e i figli».

La dignità e la giustizia impongono la formazione del protocollo
Abbiamo visto, fino a questo punto, che la stessa natura esige che nella convivenza sociale siano tenuti nella dovuta considerazione tutti i valori umani, che differiscono gli uni dagli altri quasi all'infinito.
Come applicare, in pratica, questo principio? Come ottenere che un valore sia visto e riconosciuto da tutti gli uomini, e che ciascuno senta esattamente in che misura questo valore deve essere riverito? Più concretamente, come insegnare a tutti che la virtù, l'età, il talento, la stirpe illustre, la carica, la funzione, devono essere onorate? Come indicare la misura esatta di rispetto e di amore che si deve a ciascuno? In tutti i tempi, in tutti i luoghi, lo stesso ordine naturale delle cose è venuto risolvendo il problema con l'aiuto dell'unico mezzo pienamente efficace: il costume.

Saggezza profonda del protocollo dell’incoronazione
Così, usando gli stessi modi di trattare con le persone di identica condizione, il buon senso, l'equilibrio, il tatto delle società umane è venuto creando punto per punto, in ogni paese o in ogni area culturale, le regole di cortesia, le formule, i gesti, diremmo quasi i riti adeguati a definire, insegnare, simboleggiare ed esprimere quanto si deve a ogni persona, secondo la sua condizione, in materia di venerazione e di stima.
Sotto l'influsso della Chiesa, la civiltà cristiana ha portato all'apogeo questa bella arte dei costumi e dei simboli sociali. Ne è derivata la meravigliosa cortesia e affabilità di modi dell'europeo, e, per estensione, dei popoli americani nati dall'Europa; i princìpi della Rivoluzione francese del 1789 si sono incaricati di colpirla profondamente.
I titoli di nobiltà, i simboli dell'araldica, le decorazioni, le regole del protocollo, non sono stati altro che mezzi mirabili, pieni di tatto, di precisione e di significato, per definire, graduare e modellare i rapporti umani all'interno dei quadri politici e sociali allora esistenti. A nessuno potrebbe accadere di vedervi una pura vanità. La stessa Chiesa, che è maestra di tutte le virtù e combatte tutti i vizi, ha istituito titoli di nobiltà, ha distribuito e distribuisce decorazioni, ha elaborato per sé tutto un cerimoniale di una mirabile precisione nel definire tutte le differenze gerarchiche che la legge divina e la saggezza dei Papi sono venute creando nel suo seno nel corso dei secoli. Sulle decorazioni il beato Pio X ha detto: «Le ricompense concesse al valore contribuiscono potentemente a suscitare nei cuori il desiderio di azioni rilevanti, perché se glorificano uomini distinti che hanno ben meritato dalla Chiesa oppure dalla società, trascinano gli altri con l'esempio a percorrere la stessa carriera di gloria e di onore. Con questa saggia intenzione, i Pontefici Romani, Nostri Predecessori, hanno circondato di un amore speciale gli Ordini Cavallereschi, quasi come stimoli di gloria […]».
Che vi sia poi un’insegna per la carica suprema dello Stato, insegne proprie per le persone di stirpi più illustri, vesti di gala per i dignitari incaricati delle funzioni di maggiore importanza politica, che tutto l'apparato di questi simboli sia utilizzato nella cerimonia di insediamento del capo dello Stato, in tutto questo non vi è una mascherata, né concessioni a debolezze. Vi è soltanto la osservanza di regole di comportamento assolutamente conformi con l'ordine naturale delle cose.

Modernizzazione sconsiderata
Ma, dirà qualcuno, non sarebbe conveniente modernizzare tutti questi simboli, aggiornare tutte queste cerimonie? Perché conservare riti, formule, abiti del più remoto passato?
La domanda è di un semplicismo rozzo. I riti, le formule, gli abiti, per il fatto di esprimere situazioni, stati d'animo, circostanze realmente esistenti, non possono essere creati oppure riformati bruscamente e per decreto, bensì gradualmente, lentamente, in generale impercettibilmente, attraverso l'azione del costume. Ora, questo processo di trasformazione è stato reso impossibile dalla Rivoluzione francese con tutta la sua sequela di avvenimenti. Infatti, l'umanità si è lasciata trascinare dal miraggio di un egualitarismo assoluto, ha votato al disprezzo e all'odio tutto quanto, nel campo dei costumi, esprime disuguaglianze, e ha istituito un ordine di cose nuovo, basato sulla tendenza al livellamento completo, all'abolizione di tutte le etichette e di tutte le regole di comportamento. Imbevuta di questo spirito, ha perso la capacità di mettere mano nelle cose del passato per un fine diverso da quello di distruggerle. Se l'uomo contemporaneo dovesse riformare riti e istituire simboli, siccome la Rivoluzione francese ha creato in lui l'adorazione della legge e il disprezzo del costume, cercherebbe, per di più, di farlo per decreto. E, ancora una volta, niente è più irreale, più artificiale, in molti casi più pericoloso, delle realtà sociali che si immagina di poter creare per legge. La corte da operetta, rutilante, fanfarona, e profondamente volgare, di Napoleone lo ha mostrato bene.

Distruggere per distruggere
Per altro, è necessario aggiungere che il semplice fatto che un rito, oppure un simbolo, sia molto antico, non è ragione sufficiente per abolirlo, ma piuttosto per conservarlo. L'autentico spirito tradizionale non distrugge per distruggere. Al contrario, conserva tutto, e distrugge solamente quanto ha motivi reali e seri per essere distrutto. Infatti, l'autentica tradizione, se non è una sclerotizzazione, una rigida fissazione nel passato, è ancor meno una negazione costante di esso.
A questo proposito, ci si permetta di citare un'altra pagina magistrale di Pio XII. Rivolgendosi alla nobiltà e al patriziato romano, e facendo riferimento alla tradizione che l'aristocrazia della Città Eterna vi rappresentava, il Pontefice ha detto : «Molti animi, anche sinceri, s'immaginano e credono che la tradizione non sia altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non è più, che non può più tornare, che tutt'al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi piace, relegato e conservato in un museo che pochi amatori o amici visitano. Se in ciò consistesse e a ciò si riducesse la tradizione, e se importasse il rifiuto o il disprezzo del cammino verso l'avvenire, si avrebbe ragione di negarle rispetto e onore, e sarebbero da riguardare con compassione i sognatori del passato, ritardatari in faccia al presente e al futuro, e con maggior severità coloro, che, mossi da intenzione meno rispettabile e pura, altro non sono che i disertori dei doveri dell'ora che volge così luttuosa.
«Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti, passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo, che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo alla angosciosa alternativa: "Si jeunesse savait, si vieillesse pouvait!" [Se la gioventù sapesse, se la vecchiaia potesse!]; simile a quel Signore di Turenne, di cui fu detto: "Il a eu dans sa jeunesse toute la prudence d'un âge avancé, et dans un âge avancé toute la vigueur de la jeunesse" (Fléchier, Oraison funèbre, 1676) [Egli ebbe nella sua gioventù tutta la prudenza di un’età avanzata, e in un’età avanzata tutto il vigore della gioventù]. In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome la tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore, senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s'integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sé stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe un’impresa temeraria, un salto nel buio.
«No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di vita e di azioni di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del passato, di avanzare incontro all'avvenire con vigore di immutata giovinezza».

Nostalgia di un sano ordine naturale
Ora, il mondo contemporaneo ha rotto proprio con questa tradizione, per adottare un progresso nato non dallo sviluppo armonioso del passato, ma dai tumulti e dagli abissi della Rivoluzione francese. In un mondo livellato, poverissimo di simboli, regole, modi, compostezza, di tutto quanto significa ordine e distinzione nella convivenza umana, e che in ogni momento continua a distruggere il pochissimo di ciò che a esso resta, mentre la sete di uguaglianza si va saziando, la natura umana, nelle sue fibre profonde, va sentendo sempre di più la mancanza di ciò con cui così follemente ha rotto. Qualcosa di molto intimo e forte in essa le fa sentire uno squilibrio, un’incertezza, un’insipidità, una spaventosa volgarità di vita, che tanto più si accentua quanto più l'uomo si riempie dei tossici dell’uguaglianza.
La natura ha reazioni improvvise. L'uomo contemporaneo, ferito e trattato male nella sua natura da tutto un tenore di vita costruito su astrazioni, chimere, teorie vane, nei giorni dell’incoronazione si è rivolto estasiato, istantaneamente ringiovanito e riposato, verso il miraggio di questo passato così diverso dal terribile giorno d'oggi. Non tanto per nostalgia del passato, quanto di certi princìpi dell'ordine naturale che il passato rispettava, e che il presente viola in ogni momento.
Ecco, a nostro modo di vedere, la spiegazione più profonda e più reale dell'entusiasmo che ha avvinto il mondo durante le feste dell’incoronazione.
(Plinio Corrêa de Oliveira - Catolicismo, giugno 1953)

60 anni dopo…
Londra, 3 giugno 2012 – Giubileo di Diamante della Regina Elisabetta II:
percorrendo il Tamigi accompagnata da 1.000 imbarcazioni"

Ringrazio l'amico Angelo Fazio che ha messo l'articolo su Facebook.
Effettivamente, queste cerimonie reali affascinano molto le persone.
Forse, ciò potrebbe essere dovuto ad un fascino del passato e degli antichi riti di incoronazione dei monarchi.
Il discorso vale per la regina del Regno Unito Elisabetta II come per il Santo Padre Benedetto XVI.
Una volta, le cerimonie di incoronazione erano cose per pochi.
Oggi, con la televisione ed internet, le cose sono cambiate.
Tutti possono vedere l'incoronazione di un re o l'intronizzazione di un Papa.
Però, va detta anche un'altra cosa.
La cultura di oggi è impregnata dei germi dell'egualitarismo.
L'egualitarismo è fonte dell'invidia sociale e dello scontro tra poveri e ricchi.
Molto spesso, il limite tra l'invidia e l'ammirazione è molto labile.
Cordiali saluti.





Petizione al Ministro Riccardi contro la depenalizzazione di oppio, coca e cannabis

Cari amici ed amiche.

Il Centro Culturale Lepanto ha fatto una petizione al Ministro della Cooperazione Internazionale Andrea Riccardi.
Questa petizione è stata fatta contro una Proposta di legge (n2641) che è stata firmata dall'onorevole Rita Bernardini (Partito Radicale) e che propone la depenalizzazione delle coltivazioni delle sostanze stupefacenti, come oppio e coca.
Firmate le petizione, seguendo il link http://www.lepanto.org/wsite/2012/07/16/petizione-al-ministro-riccardi-contro-la-depenalizzazione-delle-coltivazioni-di-oppio-coca-e-cannabis/#.
Non risolve il problema delle droghe con le depenalizzazioni.
Cordiali saluti.

lunedì 23 luglio 2012

Lo spread alto? E' colpa del sistema!

Cari amici ed amiche.

Mi viene da ridere ogni volta che risento certi personaggi della politica dire che le dimissioni del presidente Berlusconi avrebbero portato ad una riduzione dello spread tra Bund tedeschi e Btp italiani.
I fatti li smentiscono.
Da quando c'è Mario Monti alla guida del governo, la situazione è peggiorata.
Purtroppo, ci sono anche i suicidi, oltre alle aziende che chiudono e alla disoccupazione.
Qui c'è da capire che c'è una guerra a livello monetario tra Stati molto potenti.
Questa guerra è tra i Paesi anglosassoni (Regno Unito in primis) e l'area franco-tedesca dell'Europa.
L'area franco-tedesca (o meglio la Germania) ha in mano l'Euro e tutela i suoi interessi, anche a scapito degli altri.
Quindi, il presidente Berlusconi non c'entra nulla.
Anzi, egli aveva cercato di migliorare il sistema italiano e l'hanno fatto cadere.
Vorrei terminare facendo una riflessione.
L'Italia non deve stare attenta solo ai guai interni ma anche a ciò che viene da fuori.
In particolare, bisogna stare attenti alla Spagna.
Nell'articolo che ho scritto su "Italia chiama Italia" e che è intitolato "Milan, la rabbia dei tifosi è comprensibile. Tuttavia…" ho fatto riferimento alla situazione spagnola.
La Spagna, oggi, è in grave crisi.
C'è una forte disoccupazione (un giovane su quattro è senza lavoro) e le banche sono indebitate.
Il Paese, inoltre, è sull'orlo di una guerra civile.
Ora, le situazioni spagnole potrebbero avere ripercussioni anche su di noi.
Vi invito a leggere la locandina qui sotto che ho trovato su Facebook.
Cordiali saluti.


Dal "MINZOLINI FAN CLUB" DI FACEBOOK, ABBANDONARE SUBITO L’EURO

Cari amici ed amiche.

Sul "Minzolini Fan Club" di Facebook, ho trovato questo testo interessante scritto dall'amica Maria Venera:

"La creazione dell’euro è stato uno sbaglio enorme dettato dai banchieri che, convinti che fosse ormai possibile per loro diventare i padroni dell’Europa sottomettendo qualsiasi altro potere, hanno trasformato la moneta nell’unica arma di governo e di dominio. L’euro è un aborto di moneta: senza uno Stato, senza un Popolo, senza una Storia, senza un Politica, senza un Futuro senza una Banca prestatore di ultima istanza.Ma soprattutto l’euro è privo di sovranità: l’euro non è una moneta “sovrana” perché è fabbricata e messa in circolazione da una banca (la Bce) che non appartiene a nessuno Stato.
I debiti degli Stati, a loro volta, non sono debiti “sovrani” perché gli Stati, non battendo più moneta, non sono più “sovrani” e il potere fondamentale di uno Stato è la capacità di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana cosa che adesso non può più fare.
Si è creato così un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire e che fa aumentare il debito all’infinito quali che siano le misure di austerità, di risparmio, di privazioni che i banchieri d’Europa incitano a prendere e che i governi mettono in atto perché lo Stato deve chiedere in prestito denaro pagando gli interessi ad una banca privata.
L’Europa sta pensando di toglierci altri pezzi di sovranità ma queste decisioni sono illegittime e degne della peggiore dittatura che inoltre non incidono minimamente sulla crisi dell’euro ma aumentano invece la debolezza democratica degli Stati, esponendoli ancora di più all’aggressività dei mercati, come sta succedendo all’Italia.
Siamo sull’orlo dell’abisso, non c’è tempo da perdere. L’Italia si può salvare solo uscendo dall’euro ma questo si può fare solo se si torna ad un governo politico.".

In questo testo sono state scritte cose che io ho già scritto.
Effettivamente, i "cari europeisti" stanno giocando sulla nostra pelle senza interpellarci.
Aggiungo una cosa molto importante.
Che l'Euro sia un aborto è cosa nota.
Oramai, l'Eurozona si sta spaccando.
Gli interessi dell'area tedesca stanno divergendo sempre di più da quelli dell'area mediterranea.
L'area tedesca punta ad avere il controllo, anche mettendo in ginocchio i Paesi mediterranei e punta anche a mettere in crisi quei Paesi del Commonwealth britannico che sono nell'Eurozona, come l'Irlanda, Malta e Cipro.
Guarda caso, l'Irlanda è in crisi, com'è in crisi Cipro.
Presto o tardi, la crisi colpirà anche Malta.
Come di disse un noto politico, a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca.
Qui c'è una guerra tra Germania e Paesi anglosassoni.
Guarda caso, gli "europeisti" attaccano i Paesi come gli USA ed il Regno Unito e le agenzie di rating, che sono nei Paesi anglosassoni.
Intendiamoci, io non difendo queste ultime ma faccio notare che certi attacchi rivolti ai Paesi anglosassoni provengono da coloro che sostengono questa Unione Europea che ha al centro la Germania.
Allora, riflettiamo!
Cordiali saluti. 


Dal blog "Campari & de Maistre", Napolitano, Borsellino e l'antifascismo

Cari amici ed amiche.

Leggete questo articolo del blog "Campari & de Maistre"  questo articolo intitolato "Napolitano, Borsellino e l'antifascismo":

"Scusate, scusate tanto, ma io ogniqualvolta sento parlare di antifascismo mi ritraggo inorridito. Questa parola evoca in me troppo orrore e troppa tristezza. Mi fa venire in mente lo sguardo dolce e malinconico di Sergio Ramelli che mi scruta dalla foto posta sulla sua tomba al Cimitero Maggiore di Lodi, ogni volta che, nei giorni in cui ricorre la data della sua morte, mi reco a rendergli omaggio. Trucidato barbaramente a 17 anni, sotto casa sua, mentre tornava da scuola, in nome dell’antifascismo.


Mi viene in mente la storia di quel mio avo in camicia nera e della fossa che i partigiani gli avevano scavato prima ancora di accopparlo, e che per fortuna alla fine rimase vuota. Mi vengono in mente le storie drammatiche di alcune persone ultraottantenni che ho il privilegio di conoscere e i loro visi ammantarsi di rabbia ad ogni 25 aprile, giorno in cui, anche per rispetto nei loro confronti, è mia premura astenermi da qualunque forma di festeggiamento. Da tempo mi sono rassegnato a convivere con questo mio senso di disgusto. Ci sono momenti, però, in cui la coscienza mi impone di gridare la mia indignazione. Si sono appena spente le luci sulle celebrazioni per i 20 anni della strage di via D’Amelio, e ovviamente le varie istituzioni ne hanno tratto occasione per fare la loro solita passerella ed i soliti discorsetti ipocriti di circostanza. Napolitano solo tre giorni fa ha firmato il decreto con cui incaricava l’avvocatura dello Stato di sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo per impedire l’utilizzo di intercettazioni di conversazioni fra se stesso e Nicola Mancino, coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato - mafia. Oggi invocava a gran voce che si lavorasse senza sosta per stabilire la verità sulla strage (maturata molto probabilmente nel contesto di quella stessa trattativa). Addirittura iperboliche, però sono state le successive dichiarazioni. Il Presidente della Repubblica ha ben pensato di concionare sulle propria generazione, a sua detta approdata alla politica sull’onda della Resistenza (lui fu militante dei G.U.F., i Giovani Universitari Fascisti e si iscrisse al Partito Comunista a guerra finita…) e per la quale, sempre a sua detta “la lotta conseguente contro la mafia, senza cedimenti a rassegnazioni o a filosofie di vile convivenza con essa, è divenuta parte integrante della nostra scelta civile”. CHE ROBA?!?! Eh, no caro Napolitano, adesso basta prenderci tutti per i fondelli! Forse è il caso di rammentare ai più sprovveduti come andò veramente quella storia: il 20 ottobre 1925 Cesare Mori viene nominato prefetto di Palermo. Nella lettera di nomina il Duce gli scrive: «vostra Eccellenza ha carta bianca, l'autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi». I successivi quattro anni vedono la Sicilia diventare il teatro di una guerra senza quartiere al fenomeno mafioso. I metodi utilizzati sono discutibili ma indubbiamente efficaci. La mafia non viene completamente debellata, come vorrebbe la propaganda di Regime, ma sicuramente piega la testa. Molti mafiosi emigrano negli Stati Uniti e nasce Cosa Nostra americana. La mafia non si riprenderà nemmeno dopo la messa a riposo di Mori, nel 1929. Almeno non fino allo sbarco degli Alleati.




Nell’imminenza dello sbarco il Governo americano contatta in carcere Lucky Luciano, il quale passa all’Amministrazione Roosvelt 850 nominativi di persone “fidate”. Ed è così che i mafiosi Max Corvo, Victor Anfuso e Vincent Scamporino diventano agenti dell’OSS (l’antenato della Cia) con l’incarico di gestire sul campo l’ “operazione sbarco”. All’arrivo delle navi americane, i siciliani vedranno sbarcare in divisa kaki nientepopodimeno che Albert Anastasia e Vito Genovese, che avrà l’onore di essere reso celeberrimo da Francis Ford Coppola che a lui si ispirerà per don Vito Corleone ne “Il Padrino”. La prima azione dell’OSS sarà liberare i mafiosi dalle carceri, la seconda sarà metterli a capo delle amministrazioni locali.


La morale della storia è: caro Presidente Napolitano, una volta tanto, si vergogni.".
Io penso che bisogna riflettere sul concetto.
Bisogna riflettere sul concetto di "antifascismo".
Cosa si intende per "antifascismo"?
Se per "antifascismo" si intende il rifiuto del totalitarismo (e quindi anche del fascismo, in quanto regime totalitario) e dell'antisemitismo, io posso ritenermi un "antifascista".
Se per "antifascismo" si intende definire il comunismo, allora, non posso ritenermi "antifascista", in quanto persona di destra e profondamente anticomunista.
Purtroppo, qui in Italia, la politica è "armata".
Qui in Italia l'odio politico va oltre gli eventi degli anni '30 e '40 del secolo scorso.
L'Italia, si sa, è il Paese delle divisioni forti.
Prendiamo, ad esempio, le divisioni tra la fazione di Mario e quella di Silla nell'Antica Roma, quella tra Ghibellini e Guelfi nel Medio Evo, quella tra fascisti ed antifascisti nel secolo scorso a quella tra berlusconiani ed antiberlusconiani nei tempi odierni.
Anzi, nel secolo scorso questo scontro si acuì.
Molto spesso lo scontro ideologico diventa quasi uno scontro etnico.
Da qui nasce la cultura della delegittimazione dell'avversario.
Ora, essere antifascisti non significa essere contro il fascismo tout court.
Si deve rifiutare l'antisemitismo e si può rifiutare il totalitarismo ma si possono riconoscere come giusti i singoli provvedimenti che il fascismo prese , come la realizzazione di bonifiche, il Concordato o, nel caso del'articolo del blog,  la lotta alla mafia.
Quando sento degli uomini di Stato che mitizzano i partigiani, senza tenere conto dei crimini che fecero,  mi viene da dire: "Noi italiani non abbiamo capito niente!".
Le parole possono ferire più delle armi. 
Cordiali saluti. 



Da "Il Sussidiario.net", FINANZA/ Borghi Aquilini: no a un altro ’92, dobbiamo uscire dall’euro

Cari amici ed amiche.

L'amico Angelo Fazio ha messo un interessante articolo su Facebook.
Esso è del sito "Il Sussidiario.net", è intitolato "FINANZA/ Borghi Aquilini: no a un altro ’92, dobbiamo uscire dall’euro" e recita:

"L’Eurogruppo ha approvato in via definitiva il programma di aiuti per ricapitalizzare le banche spagnole, che prevede una disponibilità fino a 100 miliardi di euro, di cui 30 miliardi disponibili già entro fine luglio. Una decisione che non è pero servita a placare lo spread tra i rendimenti dei Bonos decennali e i Bund tedeschi (schizzato oltre i 600 punti base) e che ha portato lo spread dell'Italia a quota 500. Ilsussidiario.net ha chiesto a Claudio Borghi, docente di Economia degli intermediari finanziari, di aiutarci a capire quel che è successo ieri e se questo "venerdì nero" resterà un caso isolato o sarà l'inizio di una nuova fase critica.



All’annuncio dell’approvazione da parte dell’Eurogruppo del piano per la ricapitalizzazione delle banche spagnole, lo spread spagnolo è schizzato oltre i 600 punti base e le borse hanno cominciato a precipitare. Non proprio quello che ci si aspettava. C’è qualcosa che non va nei mercati?



No, assolutamente. Anzi, di per sé è una non notizia. L’unica cosa che sorprende sono le modalità con cui l’Eurogruppo ha approvato il piano, vale a dire: il fatto di scoprire che, con largo anticipo, il governo spagnolo aveva già trattato le condizioni per avere l’aiuto estero, salvo poi esplicitarle solo nel giorno in cui Mariano Rajoy ha annunciato la manovra da 60 miliardi di tagli in due anni. Personalmente trovo poco trasparente e oltraggioso il modo con cui vengono condotte queste trattative.



Ma almeno è stato raggiunto un buon accordo?



No, perché in realtà il sistema nasconde una grossa debolezza: ci stanno dicendo che per salvare le banche spagnole ci vogliono 100 miliardi di euro e che, con il residuo di questi 100 miliardi, si potranno anche comprare dei titoli di stato spagnoli. Certificando una situazione di fatto: la Spagna è “alla canna del gas”, incapace di finanziarsi.



Ci spieghi meglio.



C’è il buco da debito privato (quello delle banche), che è dovuto alla bolla immobiliare. Ma questo debito non può essere collocato in un fondo da rilevare interamente con soldi del bilancio statale perché la Spagna non può emettere altro debito pubblico per via degli impegni presi sul deficit. E con livelli così elevati dello spread nessuno compra i titoli di stato che la Spagna prova a emettere.



Così si è giunti alla decisione di ricapitalizzare le banche con 100 miliardi di euro.


Ma questi 100 miliardi si aggiungono al debito pubblico spagnolo! Il prestito è al governo che a sua volta ricapitalizzerà le banche.



E dove sta il problema?


Vuol dire che il debito pubblico spagnolo aumenterà. Sempre di prestiti si parla. Non è che la Spagna riceve dei soldi a fondo perduto. Mentre se si volesse ripianare il debito pubblico spagnolo occorrerebbe un assegno. Cioè dei soldi da dare a fondo perduto alla Spagna. Facendo così aumenterà solo l’indebitamento.



Questa soluzione dunque non le è piaciuta…




Sono soluzioni che non arrivano minimamente vicine a toccare la radice del problema: gli investitori vogliono essere garantiti. Vogliono essere certi che se prestano soldi a uno Stato gli verranno restituiti. Prenda l’Inghilterra, per esempio, che non ha certo problemi economici secondari rispetto alla Spagna perché il suo primo settore (quello finanziario) è in crisi. Se uno compra titoli del debito inglesi non ha dubbi che gli vengano restituiti. Magari ci sarà un po’ di inflazione certo, ma i titoli sono restituiti. Quello che un investitore non vuole è che la restituzione dei suoi risparmi dipenda da questi incontri “carbonari” dove si pongono delle condizioni che non si sa se poi verranno votate e rispettate.



Cosa ne pensa di queste continue riunioni: prima l’Ecofin, poi il Consiglio, poi l’Eurogruppo…



La verità è che di riunione in riunione si continua a non decidere niente. È come l’anno scorso con il salvataggio della Grecia: se uno guardava i media, usciti dall’eurovertice sembrava un trionfo, ma poi non si è risolto nulla. Io credo che l’emorragia sui titoli di stato nell’area euro si può fermare solo ed esclusivamente con un intervento della Bce. Tutto il resto sono cose destinate per loro stessa natura a fallire.



Addirittura?




Tutti i soldi stanziati per salvare prima la Grecia, poi Irlanda e Portogallo, e ora la Spagna sono soldi che servono al massimo per salvare qualche creditore privilegiato prima di alzare bandiera bianca.



Cosa intende?




È logico che se si dà tempo alla Grecia, o alla Spagna, di rimborsare qualche titolo, si dà tempo a qualche creditore di incassare ciò che ha speso. Nel caso della Grecia erano segnatamente banche francesi e tedesche. In questo caso siamo in una situazione simile. Solo le banche italiane hanno avuto esposizioni largamente domestiche. Gli “investimentoni” nei paesi cosidetti “Piigs” non sono mai stati fatti dal nostro settore finanziario. Gli investimenti spericolati o il credito concesso in maniera larga per finanziare le bolle immobliari spagnole o irlandesi o greche sono sempre state prerogativa di banche non italiane. E ora si ripeterà quanto successo con la Grecia.



Solo che lo spread questa volta è schizzato immediatamente…



Perché la gente, quando si ripete la stessa storia, ci mette meno tempo a capire.



Che scenario vede da qui a un anno?



C’è spazio per un’altra mossa disperata di salvataggio in extremis della Bce che si inventerà un “Ltro bis” o qualcosa di simile. Tutti hanno paura a vedere la fine del mondo con i propri occhi. Ma poi si alzerà bandiera bianca e ognuno tornerà alla propria valuta.



Secondo lei, qual è la vera via d'uscita a questa situazione?



Al momento attuale l’unica soluzione percorribile, dal mio punto di vista, è quella di una garanzia assoluta e totale sui titoli del debito da parte della Bce. Come avviene in tutti gli altri paesi del mondo. Si chiama quantitative easing. Vale a dire che la Bce dovrebbe decidere di ricomprarsi tutti i titoli che la Spagna vuole vendere. Solo così gli spread si possono annullare perché la Bce ha “potenza di fuoco” infinita: essendo lei stessa la base dell’Unione monetaria può ricomprarsi tutti i titoli che vuole.



Ma rischierebbe di creare inflazione…


Beh, tra un po’ più di inflazione e il fallimento globale dell’eurozona, io non avrei dubbi su cosa scegliere.


E così si sistemerebbe tutto?


Non si risolverebbero certo tutti gli squilibri all’interno dell’eurozona. Per questo l’unica soluzione sarebbe la seconda ipotesi che io caldeggio da sempre.



Che sarebbe?



Prendere atto che si è sbagliato clamorosamente. Si è costruito un bellissimo progetto, ma su basi sbagliate. Perché un’economia troppo eterogenea non diventa omogenea solamente adottando una moneta uguale per tutti, senza la possibilità degli aggiustamenti che i cambi flessibili consentono. Ogni Paese deve tornare ad avere la sua valuta.



Una “fuga” dall’euro generalizzata?



Sì. A quel punto la Spagna svaluterà la propria moneta del 40% rispetto all’euro, noi del 20% e il marco tedesco si rivaluterebbe notevolmente. Ci sarebbe un riaggiustamento di tutte le competitività perdute e si potrebbe ricostruire l’economia su basi normali. Stiamo ripercorrendo la stessa strada del 1992 quando ci dissero che era impossibile uscire dallo Sme e invece dovevamo farlo. Finimmo per uscire poi più tardi massimizzando i costi e perdendo tutte le nostre riserve di valuta quando invece avremmo potuto farlo con largo anticipo.

(Matteo Rigamonti)".

Questo Euro è come la casa costruita sulla sabbia di cui parla Gesù Cristo nel Vangelo.
Ci sono stati uomini politici che in modo irresponsabile hanno deciso di fare una moneta unica dell'Unione Europea e senza valutare le situazioni dei singoli Stati membri.
Tra questi ultimi c'è stato anche chi ha fatto carte false per entrare nell'Euro.
C'è stato anche chi ha fatto pagare dei soldi ai cittadini.
Cito, ad esempio, l'"Eurotassa" fatta dal governo Prodi I il 30 dicembre del 1996.
Tra l'altro, questa "Eurotassa", non è stata nemmeno restituita ai cittadini, cosa che era stata promessa.
Inoltre, si sarebbero dovute valutare anche le conseguenze.
Era noto che l'avvento dell'Euro (in questa modalità)  avrebbe comportato uno strapotere tedesco.
Infatti, l'Euro avrebbe favorito la Germania.
Il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord lo sapeva e non ha aderito all'Euro.
Con la Lira, l'Italia poteva fare una degna concorrenza alla Germania.
Essa, infatti, poteva svalutare la sua moneta.
Con l'Euro ciò non è più possibile.
Da qui nascono i nostri problemi.
Cordiali saluti. 

Cooperanti? Dovrebbero assumersi la responsabilità!

Cari amici ed amiche.

Su Facebook abbondano le foto satiriche su Rossella Urru.
Intendiamoci, nessuno ha nulla contro la cooperante che era stata nella notte tra il 23 ed il 24 ottobe 2011 e che qualche giorno fa era stata liberata.
Confermo quanto scritto nell'articolo intitolato "Caso Rossella Urru, un'opinione controcorrente".
Questo articolo era stato commentato da un commentatore talmente "coraggioso" che non ha messo il nome:

"Io al tuo posto mi VERGOGNEREI di quello che hai scritto ... e meno male che ti predichi CATTOLICO! vergognati...".

Io rispondo dicendo che non ho nulla di cui dovermi vergognare!
Non mi pento di quello che ho scritto.
Prima di tutto, chi va in zone pericolose sa quali sono i rischi che corre.
In secondo luogo, per liberare Rossella Urru sono stati dati ben 15.000.000 di Euro ai rapitori.
Ora, coloro che hanno rapito Rossella Urru non erano disperati che hanno commesso un reato per sfamarsi ma erano terroristi!
In pratica, sono stati dati 15.000.000 di Euro ad un gruppo terroristico.
Tanto vale che diamo a questi gruppi pure le armi.
Intendiamoci, è solo una battuta.
Inoltre, il nostro Paese sta vivendo una crisi.
Il popolo italiano deve stringere la cinghia per pagare le tasse e le aziende chiudono e lo Stato dà 15.000.000 di Euro.
Io penso che lo Stato debba sconsigliare ai cooperanti di andare in certi posti e se questi ultimi vogliono proprio andarci, lo facciano a loro rischio e pericolo.
Cordiali saluti.


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Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.