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Una voce libera per tutti. Sono Antonio Gabriele Fucilone e ho deciso di creare questo blog per essere fuori dal coro.

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Il mio libro, in collaborazione con Morris Sonnino

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mercoledì 23 maggio 2012

Terremoti artificiali? Non scherziamo!

Cari amici ed amiche.

L'amico Riccardo Di Giuseppe mi ha fatto avere questa notizia intitolata "Italia, terremoti artificiali".
Secondo questa notizia, dietro al terremoto che ha colpito l'Emilia-Romagna e la Lombardia meridionale, compresa la mia Provincia di Mantova, vi sarebbero gli esperimenti della NATO  e del "Progetto HAARP" .
Io penso che fare del complottismo su tragedie come queste sia deleterio.
La vogliamo smettere di continuare a cercare un capro espiatorio per ogni tragedia?
La vogliamo smettere di cavalcare le paure della gente (che certamente sono motivate)  per fare della speculazione politica?
Da quando c'è stato quel terremoto, io non riesco più a dormire e ho sempre paura.
Tuttavia, non mi sognerei mai di pensare che ci sia stato un complotto giudaico-massonico o di altra natura.
Purtroppo, bisogna accettare il fatto che dietro a questa tragedia ci possa essere semplicemente la natura.
Purtroppo, nei momenti di crisi, si cerca sempre un capro espiatorio e spesso e volentieri ci sono le tragedie.
La Shoah fu un esempio di ciò.
Quindi, evitiamo di dire delle baggianate!
Termino con un buona notizia, forse la chiesa di Roncoferraro sarà riaperta.
Stando a quanto mi ha detto il parroco,  don Alberto, domenica la chiesa era stata chiusa per ordine del Prefetto (per fare degli accertamenti) oggi, forse, sarà riaperta.
Cordiali saluti.



Jacques Maritain - Riflessioni sull'intelligenza e la sua vita propria (1924) (PRIMA PARTE)

Cari amici ed amiche.

Leggete questo testo di Jacques Maritain:

"Capitolo primo

Della Verità

[...]

ESSERE E PENSIERO NEL RAPPORTO DI CONOSCENZA

3. L'anima conosce. Dobbiamo dire che essa coincide assolutamente e sotto tutti i rapporti con tutto ciò che conosce? Quando io vedo un albero o una pietra, forse io divento pietra o albero? La mia anima è forse un amalgama — come pensavano i primi « fisiologi » della Grecia — di tutti gli elementi del mondo e di tutte le qualità che essa può conoscere?

Ma in me esiste, per conoscere, qualcosa di diverso dai sensi. Nel percepire le apparenze sensibili, l'intelligenza scopre nelle cose delle determinazioni intemporali e necessarie leggibili per lei sola, e di cui essa s'impadronisce per mezzo delle sue idee. Essa lavora su ciò che le cose sono, e questo in lei è un mondo di essenze universali, come il mondo dei numeri nell'intelligenza del matematico. Dobbiamo dunque (se il rapporto tra l'essere e il pensiero è un rapporto di identità pura e semplice) pitagorizzare e platonizzare, e dire che solo queste essenze universali, necessarie e intemporali, esistono veramente? che il mondo intelligibile che esse costituiscono è il mondo reale, il mondo dell'esistenza, e che il mondo sensibile non è che un'ombra che mente, il flusso frangi-ragione di Eraclito?

Ma ovunque l'intelligenza si volga, è sempre l'essere che essa vede. Dovunque è in sua presenza; ogni qualvolta conosce, ciò che coglie è essere. L'idea dell'essere è la stoffa comune del pensiero. Dobbiamo allora credere che esiste una stoffa comune delle cose: l'essere uno e il medesimo, dobbiamo ascoltare Parmenide, che afferma non esistere alcuna molteplicità, che non vi è che l'essere, e dire col vecchio Senofane, con Lessing e con Goethe: hèn kaì pân, uno e tutto?

Lascio ora la semplice apprensione delle cose. Sarò più fortunato sul versante dell'atto di giudicare, che è la perfezione stessa dell'intelligenza? Le nozioni con le quali si costruisce il giudizio differiscono tra loro, se no, giudicando, non direi niente del tutto: la nozione di poeta è diversa dalla nozione diEdmond Rostand. Tuttavia io dico, o potrei dire: « Edmond Rostand è poeta ». Ma pronunciare questo giudizio equivale a dire: « È una stessa cosa quella che chiamo Edmond Rostand e che chiamo poeta », in altri termini equivale a identificare « poeta » e « Edmond Rostand ». Come è possibile ciò, se l'essere e il pensiero coincidono assolutamente e sotto tutti i rapporti? Dal momento che il pensiero « poeta » e il pensiero « Edmond Rostand » sono due differenti pensieri, come posso io identificare la cosa poeta e la cosa Edmond Rostand? Eccomi gettato fra le spine di Megara. Assumendo come principio, dice Simplicio, che « diverso è ciò i cui concetti sono diversi » (3), i megarici insegnavano l'incomunicbilità delle idee e l'impossibilità del giudizio. Poiché il logos di « Socrate » è diverso dal logos di « bianco », se io dico « Socrate è bianco » introduco in Socrate una cosa altra da Socrate, divido Socrate da sé stesso; se dico: « Edmond Rostand è poeta », separo Edmond Rostand da sé stesso. « Koriskos è uomo », voi dite? Ma « uomo » è altra cosa da « Koriskos » e dunque Koriskos è altra cosa da Koriskos. Non si può dire se non Koriskos è Koriskos, Edmond Rostand è Edmond Rostand, come il Corano dice Dio è Dio. Decisamente la sapienza è amara.

E il ragionamento? Che cosa ci porta la terza operazione dello spirito? Il ragionamento è essenzialmente un movimento logico immanente allo spirito e che partendo da un principio progredisce con necessità; in esso il conoscere si presenta come uno sviluppo del pensiero secondo le leggi inflessibili della connessione di concetti. Dovrò dunque, se l'essere e il pensiero sono assolutamente identici, dire la stessa cosa per quanto riguarda l'essere? Eccomi preso questa volta nelle reti di Spinoza e di Hegel. Il mondo sarà per me l'autosviluppo di un principio immanente, Sostanza o Idea, il puro dispiegarsi della Logica nella necessità assoluta di una concatenazione universale nel modo di una deduzione analitica, o di una evoluzione eterna nel modo di opposizioni e di sintesi. Una maniera moderna — e in fondo molto inferiore, quanto il ragionamento è inferiore all'intuizione, il movimento all'atto immobile — di ripristinare il monismo del vecchio Parmenide.



L'IDENTITÀ PARMENIDEA TRA ESSERE E PENSIERO

4. Queste difficoltà non sono piccole. La pressione che esse esercitano sullo spirito ha costretto gli antichi a un lungo sforzo filosofico, inducendoli a poco a poco, da un canto a separare dal tutto confuso della conoscenza, quale la concepivano i primi dotti, la scienza logica nella sua propria originalità, dall'altro a formulare nel medesimo tempo delle concezioni critiche, certo più profonde di molte delle teorie moderne, ma mescolate alla loro stessa logica, alla loro metafisica, alla loro psicologia, e che essi non raggruppavano in un « trattato » speciale. (È per questo che tante anime buone s'immaginano che la Critica della conoscenza cominci con Kant, come la Libertà con la Rivoluzione francese).

A quale termine ha dunque teso essenzialmente quello sforzo filosofico? In qual modo le difficoltà segnalate possono essere tolte?

Dobbiamo levare su Parmenide una mano parricida, come dice Platone, e negare puramente e semplicemente ogni identità tra l'essere e il pensiero?

Ma allora che ne è della verità, in quanto conformità tra lo spi rito e ciò che è? Se da una parte c'èl'essere indipendente dal mio spirito, e dall'altra parte il mio spirito, così che tra i due non si verifica una identità propriamente detta, allora il mio spirito non attinge mai se non una somiglianza dell'essere, non l'essere stesso. E il filosofo si chiederà sempre: chi garantisce che questa somiglianza è realmente somigliante? che la conformità del mio spirito con l'essere è reale, e non soltanto apparente? Che la verità di cui io sono certo è veramente verità?

Non respingerò dunque il principio di Parmenide, che pur dovrò precisare e affinare. Senza dimetterel'identità (non più però sotto tutti i rapporti) tra l'essere e il pensiero, dovrò arrivare a una certadisgiunzione tra essere e pensiero, così da discernere certe condizioni che sono proprie dell'uno e certe condizioni che sono proprie dell'altro, e da distinguere nel mio pensiero ciò che è delle cose stesse da ciò che appartiene al mio modo di conoscere. Lavoro sottile, che fu incominciato da Platone, compiuto quanto all'essenziale da Aristotele, ripreso e completato dagli scolastici.



MONDO DELL'ESISTENZA E MONDO DELLA CONOSCENZA

5. Ciò che qui importa innanzitutto, è distinguere tra la cosa e la sua esistenza, tra la cosa stessa e il modo di esistere della cosa. Nel momento in cui intravvedo che per una stessa cosa al danno diversi modi di esistere, diverse maniere di essere posta fuori dal nulla, un modo per cui la cosa esiste in sé stessa, e un modo per cui essa esiste in un'anima, allora comincio a entrare nel problema della conoscenza.

L'anima non coincide materialmente con tutte le cose; quando vede una pietra o un albero, non diventa pietra o albero secondo l'esistenza che queste cose hanno in sé stesse, ma le attrae invece nell'esistenza sua propria. Così la pietra esiste in un dato modo in sé stessa pietra: allora essa è puramente e semplicemente; e quella stessa pietra esiste in un altro modo nella mia anima, e allora essa è vista. Dirò che l'anima conoscendo diventa in una certa maniera tutte le cose, una maniera che mi resterà da precisare, e che posso già chiamare immateriale, se rifletto che l'esistenza propria della pietra è un'esistenza materiale, e che nell'anima quella pietra è staccata dall'esistenza sua propria.L'oggetto è nel soggetto secondo il modo di esistere del soggetto.

6. Attraverso i sensi la cosa è conosciuta così com'è, con tutte le sue condizioni di esistenza attuale e con tutti i caratteri che essa riceve hic et nunc dalla sua materialità. Attraverso l'intelligenza, è conosciuta in ciò che essa comporta di intemporale e di necessario, segreto nascosto ai sensi. In quella cosa tonda che gira, e che essa chiama ruota, l'intelligenza vede il cerchio. Nell'intelligenza, la cosa non è più cosa, ma essenza o quiddità; in essa è e vive separata non solo dalla sua esistenza nella materia che le è propria, ma anche dalle condizioni e dai caratteri che sono legati a quella esistenza materiale (note individuanti). A questo prezzo solamente, l'essere che si trova in lei ci appare come tale. È, questo, il risultato dell'operazione astrattiva con la quale la nostra intelligenza trae il suo oggetto dal dato sensibile e, facendo di esso un concetto che essa dice a sé stessa, lo vede in questo concetto.

Distinguerò quindi a questo punto l'essenza o natura astratta dallo spirito, e l'esistenza di questa natura secondo che è nello spirito o nella cosa; ed è in tal modo che sfuggirò al platonismo.

Le essenze universali verso cui si rivolge il lavoro dell'intelligenza non esistono in tale stato di universalità che nello spirito;

fuori dallo spirito esse esistono solo nella cosa individuale e concreta quale è percepita dai sensi, e in uno stato di singolarità; così che il mondo che esse costituiscono è sì per noi il mondo dell'intelligibilità, ma non quello dell'esistenza; è nel mondo sensibile che quel mondo intelligibile esiste fuori dallo spirito, è in questa ruota che esiste il cerchio; parlo degli intelligibili che formano l'oggetto proprio dell'intelligenza umana, e che ci sono immediatamente forniti dall'astrazione, giacché nulla vieta che altri intelligibile concepiti per analogia con questi — un'anima spirituale uno spirito puro, Dio — esistano fuori dal nostro spirito In sé stessi e non in un soggetto materiale (ma sempre in uno stato di singolarità). Così l'universale oggetto dell'intelligenza è più, quanto al conoscere, e meno, quantoall'esistere, dell'individuale oggetto del senso (4). Di qui la dignità propria dell'uno e dell'altro. Diciamo che l'universale esiste nel reale quanto all'essenza o natura chiamata universale, ma non esiste che nello spirito quanto all'universalità stessa.

In questo modo è messo in luce il ruolo formativo della nostra intelligenza, che pone lei stessa il proprio oggetto davanti a sé in un concetto, e che lo lavora, lo divide, lo impasta in tutti i modi per meglio penetrarlo. Fin dall'origine è da lei e dalla sua attività che questo oggetto riceve quel modo universale di esistere che esso ha nell'intelligenza stessa. Ma se io introduco così una certa disgiunzione tra l'essere e il pensiero, devo mantenere d'altra parte una certa identità tra l'uno e l'altro, pena il rendere impossibile la verità. Io vedo il punto esatto in cui sussiste tale identità, in cui il conoscere non differisce minimamente da ciò che è: purché l'essenza, che ha un modo universale di esistere nello spirito, e un modo individuale di esistere nella cosa, non riceva dalla mia intelligenza nessuna delle sue determinazioni intrinseche, assolutamente nulla di ciò che essa è come essenza; purché a tale titolo

la mia intelligenza si limiti a riceverla senza toccarla affatto, allora ecco che l'intellezione è salva. Noli tangere.

Il cerchio è identicamente ciò che è come cerchio, sia nella ruota, dove esiste con tutte le sue proprietà geometriche, sia nel mio spirito, dove tali proprietà vengono conosciute a poco a poco.

È una sola e medesima natura umana che esiste fuori dal mio spirito, in Pietro (dove non fa che tutt'uno con la natura individuale di Pietro), e che esiste nel mio spirito, come oggetto conosciuto (conosciuto dapprima secondo quel dato aspetto assai indeterminato, al quale si aggiungeranno senza fine quel tale e quel talaltro aspetto). In altre parole, quello che gli scolastici chiamavano il terminequod dell'apprensione intellettuale, il termine immediatamente raggiunto dall'intelligenza per mezzo del concetto, non è un'immagine o un ritratto della cosa, né una forma vuota, ma è la cosa stessa, è la natura stessa che è ad un tempo nella cosa per esistere e nel concetto per essere percepita.

Questa tesi assolutamente fondamentale è misconosciuta da qua-si tutti i filosofi moderni: da Cartesio, il quale ritiene che il termine immediatamente raggiunto dal pensiero sia il pensiero stesso, l'idea, considerata come un'immagine o un ritratto della cosa; da Kant, il quale pensa che attraverso il concetto come tale l'intelligenza non percepisca nulla, ma applichi alle rappresentazioni sensibili una forma vuota; da taluni pensatori contemporanei, come Blondel, i quali, influenzati loro malgrado dall'eredità di Cartesio e di Kant, considerano ancora il concetto o la « nozione » come un « ritratto », e come un ritratto radicalmente eterogeneo rispetto all'originale. Non dimentichiamo tuttavia che mentre il senso percepisce la cosa, questa ruota, questo bastone, in quanto essa esiste attualmente, la nostra apprensione intellettuale, presa per suo conto e in sé stessa (indipendentemente dall'atto di giudicare), si dirige sulle nature o essenze: il cerchio, la retta, facendo astrazione dalla loro esistenza attuale in questo o in quel soggetto. Essa riguarda dei possibili, non delle esistenze attuali. L'esistenza attualmente esercitata ci è consegnata solo dai sensi, e dai ragionamenti costruiti sui dati dei sensi. Ruolo capitale, da questo punto di vista, dell'esperienza sensibile, del contatto materiale con le cose. Io posso sapere mediante la ragione che Dio esiste, ma a condizione di partire dall'essere che tocco e che vedo.

7. Quanto al concetto di essere, è bensì vero che costituisce la stoffa comune del pensiero. Ma questo concetto che imbeve tutti gli oggetti di intelligenza si dice a dei titoli diversi delle cose di cui si dice, e noi non possiamo pensare l'essere senza pensare l'essere di questo o di quello, di Dio o della creatura, della sostanza o dell'accidente. Perciò, lungi dall'accedere al monismo di Parmenide, e dal fare dell'essere uno e identico la stoffa di tutte le cose, dobbiamo dire che solo la parola essere è puramente e semplicemente uno. Non soltanto l'essere esiste nello spirito, come ogni oggetto concettuale, con una universalità che non ha nel reale, ma dobbiamo aggiungere che la sua unità non è nello Spirito stesso che una unità sotto un certo rapporto (unità di proporzionalità): il concetto di essere è un concetto analogo e im plicitamente molteplice.



IL GIUDIZIO, COMPOSIZIONE NOZIONALE CONFORME A UN'IDENTITÀ REALE

8. Che dirò dell'atto di giudicare? Il problema della predicazione (attribuzione di un predicato a un soggetto) si risolve agevolmente non appena si sia compreso che a uno stesso esistente reale possono corrispondere nello spirito due concetti diversi o due diverse vedute. « Uomo » significa « che ha la natura umana », e se non posso dire « Koriskos è l'umanità », posso invece dire « Koriskos è uomo », perché una medesima cosa esistente fuori dallo spirito può avere la natura umana e avere il nome di Koriskos. Il concetto « uomo » è diverso dal concetto « Koriskos », ma quella data cosa chiamata « uomo » non è altro che quella data cosa chiamata Koriskos. Il soggetto e il predicato sono lo stessoquanto al reale, e sono diversi quanto al concetto o alla nozione: idem re, diversum ratione (5).

Ecco dunque una certa disgiunzione tra l'essere (una stessa cosa) e il pensiero (due concetti). Ma la coincidenza richiesta tra l'uno e l'altro non per questo è distrutta, poiché da un canto l'atto di semplice percezione intellettuale, facendomi vedere a parte in Koriskos questi o quegli oggetti di pensiero, « uomo », « bianco », ecc., non mi dice affatto che tali oggetti di pensiero esistano a parte; e d'altro canto l'atto di giudicare riunisce precisamente ciò che l'atto di semplice percezione intellettuale aveva diviso: giacché esso consiste nell'identificare il soggetto e il predicato per mezzo del verbo essere. Il giudizio consiste essenzialmente nel dichiarare che due concetti diversi in quanto concetti si identificano nella cosa. Dispongo con ciò di un nuovo principio assolutamente fondamentale, che i filosofi moderni partendo da Leibniz sembrano misconoscere; poiché tutto ciò che essi dicono del pensiero logico, asservito all'« identità », sembra presupporre che questo pensiero ha per funzione di constatare delle identità già date, già bell'e fatte, tra nozioni prese come tali, il che riduce tutto il pensiero logico ad affermare A = A, e a non pensare affatto. Se Kant avesse scorto questo principio e spinto fin qui la sua critica, le successive generazioni sarebbero state private della Critica della ragion pura, costruita tutta quanta su quello straordinario postulato per cui giudicare è applicare a un soggetto mediante il verbo essere un predicato che quel soggetto non è.

Aggiungo che se la semplice percezione intellettuale con la quale io concepisco « Koriskos », « uomo », « il cerchio », ecc., concerne le essenze o nature, il giudizio, invece, col quale, considerando una proposizione come « Koriskos è uomo », « il cerchio è la superficie generata da una retta ruotante intorno a una delle sue estremità », io affermo: ita est, è così, il giudizio, dico, ha rapporto all'esistenza(attuale o possibile). È nell'esistenza extramentale che esso dichiara che il soggetto e il predicato della proposizione si identificano. Quando io dico: « Koriskos è uomo », dico: nell'esistenza attuale è una stessa cosa quella che è concepita come « Koriskos » e che è concepita come « uomo ». Quando dico: « Il cerchio è la superficie generata, ecc. », dico: nell'esistenza possibile è una stessa cosa quella che viene concepita come « cerchio » e che viene concepita come « superficie generata, ecc. ». Il giudizio è l'affermazione dell'esistenza (attuale o possibile) di una stessa cosa nella quale si realizzano ad un tempo due concetti diversi.

9. Conviene infine separare come si deve la Logica dalla Scienza: questa ha come oggetto l'essere reale, le cose raggiunte dai nostri concetti, e le loro connessioni nell'esistenza extramentale; quella ha come oggetto un essere di ragione, le relazioni e connessioni che le cose sottendono tra loro in quanto conosciute, in quanto esistono nello spirito. Il logico non è il reale, sebbene sia fondato nel reale. Le necessità intelligibili che noi consideriamo a parte nelle nature astratte e universali esistono bensì nelle cose e certamente le regolano, almeno per quanto attiene alla loro essenza, poiché per le determinazioni individuali, esse dipendono dal contingente. Ma il movimento logico e le necessità proprie del discorso non toccano le cose se non in quanto esistono nello spirito, separate dalla loro esistenza propria.

La logica ipostatizzata di Spinoza e di Hegel, la natura naturata dell'uno, il divenire dell'altro, da questo punto di vista appaiono come un'enorme puerilità.



DISGIUNZIONE E IDENTITÀ TRA L'ESSERE E IL PENSIERO

10. Così tutte le difficoltà si risolvono a condizione di riconoscere una certa disgiunzione tra l'essere e il pensiero, senza per questo abbandonare la loro essenziale identità nell'atto stesso del conoscere. Noi non abbiamo respinto il principio di Parmenide: « Il pensiero, e ciò di cui è pensiero, è tutt'uno », solo l'abbiamo precisato e rettificato. L'essere e il pensiero non sono in modo puro e semplice la stessa cosa, come voleva Parmenide. Il loro accordo non deve neppure essere immaginato secondo il modello sin troppo grossolano di un calco materiale: tra l'essere e il pensiero vi è ad un tempo, come ora intravvedo al termine di questo studio, identità molto più profonda e diversità molto più pronunciata. La cosa presa in quanto esiste nello spirito subisce delle condizioni che essa non ha in quanto esiste in sé stessa. Ma nel punto preciso su cui cade puramente il conoscere — voglio dire, per quanto riguarda precisamente ciò che della cosa vien eonosciuto — non vi è nessuna diversità tra la conoscenza e la cosa, tra il pensiero e l'essere; talché il conoscente e il conosciuto, senza che l'essere proprio dell'uno debba per nulla mescolarsi con l'essere proprio dell'altro, sono uno e il medesimo sotto il preciso rapporto dell'atto di conoscere: « L'atto del sentito e quello della sensazione », diceva Aristotele, « è un solo e medesimo atto; ma il loro proprio essere differisce nell'uno e nell'altro » (6). Espressione che sviluppa appieno e rettifica ciò che Parmenide non aveva saputo dire se non saldando in una stessa formula ili vero e il falso.

Invece che attenersi a queste sapienti precisazioni aristoteliche, in cui l'intelligenza degli Antichi aveva messo tutta la sua delicatezza di tocco, Kant, da dottor brutale, disgiungerà assolutamente l'essere e il pensiero, distruggendo così, comunque faccia, la conoscenza e la verità.

La verità, ora noi possiamo cercare di penetrare meglio che cosa sia, dando il suo senso più determinato alla grande formula resa classica da san Tommaso: adeguazione tra l'intelligenza e la cosa C). È un'opinione comune tra i filosofi che la verità è più perfettamente nell'intelletto che non nel senso, poiché quando giudica delle cose con verità, l'intelletto, essendo capace di riflessione, sa di essere vero, ma il senso non lo sa; e che essa è più propriamente nel giudizio, non nella semplice apprensione, poiché fin quando non c'è né affermazione né negazione, fintanto che io dico semplicemente « il cerchio » o « l'uomo », non vi è ancora nulla nello spirito che sia conforme o non conforme a ciò che è. Ma il giudizio, lo abbiamo appena visto, ha essenzialmente rapporto all'esistenza,attuale o possibile; e allo stesso modo è essenzialmente in rapporto all'esistenza fuori dallo spirito che si prenderà la verità: « verità di esistenza » in rapporto all'esistenza attuale, come quando dico: Koriskos è uomo; « verità ideale » in rapporto all'esistenza possibile, come quando dico: la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due angoli retti. Verum sequitur esse rerum (8). Diciamo dunque che nel senso più preciso del termine, la verità è la conformità tra l'atto dello spirito che unifica due concetti in un giudizio, e l'esistenza (attuale o possibile) di una stessa cosa in cui si realizzano quei due concetti.

Definizione pedantesca, e che ha l'inconveniente di applicarsi solo all'intelligenza umana e alla veritàumana, alla povera verità umana, ma che ha il vantaggio di essere quanto più esplicita possubile. Se ne vogliamo una che convenga a ogni intelligenza, anche alle intelligenze pure (il cui giudizio non è asservito alla composizione e alla divisione dei concetti), diremo: la verità è la conformità dello spirito con l'essere, in quanto dice essere ciò che è, e non essere ciò che non è (9).

11. Ho parlato della verità dell'intelligenza. L'intelligenza è vera, secondo che giudica la cosa come essa è. Ma anche le cose dono vere, in quanto sono conformi all'intelligenza da cui dipendono: all'intelligenza umana, per le opere della nostra arte; all'intelligenza divina, per le cose della natura. Verità dell'intelligenza come verità della cosa, è sempre adaequatio rei et intellectus.

Ora, in Dio, non soltanto vi è conformità tra il suo essere e la sua intelligenza, ma « il suo essere è il suo stesso atto dell'intelletto. E la sua intellezione è la misura e la causa di ogni altro essere e di ogni altra intelligenza. E lui stesso è il suo essere e la lua intellezione. Donde segue che non solo la verità è in lui, ma che egli è la Verità stessa, sovrana e prima » (10). È così che san Tommaso risponde a Pilato.



Link alla seconda parte: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150851714064891



Note al capitolo primo



(3) Labóntes hos enargê prótasin, hóti hôn hoi lógoi héteroi taûta hétera esti, kaì hóti tà hétera kechóristai allêlon (Simplicius, Phys., 120, 12D).



(4) Quantum ai id quod rationis est, universalia magis sunt entia quam particularia, quantum vero ad naturalem subsistentiam, particularia magis sunt entia (San Tommaso, in Post. Anal.,

1. I, lect. 37).



(5) Cfr. san Tommaso, Sum. theol., I, 13, 12. Giovanni di San Tommaso, Logic.

II P., q. 5, a. 2, pp. 286 ss.



(6) Aristotele, De Anima, III, 2, 425 b 26: he dè toù aisthetoû enérgeia kaì aisthéseos he autè mén esti kaì mía, tò d'eînai ou tò auto autaîs. Ibidem 426 a 15: mìa mén estin he enérgeia he toû aisthetoû kaì he toû aisthetikoû, tò d'eînai héteron.



(7) Cfr. san Tommaso, Sum. theol, I, 16, 2. San Tommaso attribuisce questa formula a Isaac Israeli, medico e filosofo ebreo vissuto in Egitto tra T845 e il 940, nella cui opera De Definitionibus essa per altro non compare. Trasmessa da un qualche compilatore, deve certamente risalire più indietro nel tempo. Averroè, nella sua Destructio destructionis, dà una definizione analoga; Aristotele, pur non impiegando nel suo tenore letterale la formula: adaequatio rei et intellectus, si esprime in maniera equivalente in numerosi passaggi. Cfr. Sentroul, Kant et Aristote, 28 ed., p. 56, nota. Si veda altresì il nostro volume Les degrés du savoir, pp. 169 ss. (ed. it., Distinguere per unire. I gradi del sapere,Morcelliana, Brescia 19812, pp. 115



(8) San Tommaso, de Verit., q. I, a. 1, 3° sed contra. Cfr. in Boet. de Trinit.: «prima quidem operatio [intellectus] respicit ipsam naturam rei, Hccunda operatio respicit ipsum esse rei ».



(9) Cfr. san Tommaso, in Metaph. Aristot., lib. IV, lect. 8, n. 65.



(10) San Tommaso, Sum. theol., I, q. 16, a. 5. Sulla teoria tomista della verità, vedi Giovanni di San Tommaso, Curs. theol, t. IV, disp. II.".



Ringrazio Francesco Santoni che ha messo il testo su Facebook.
Voglio fare una breve riflessione, anche alla luce della disputa che sto avendo con i deterministi, coloro che, sostengono che tutto sia deciso che l'uomo sia solo un pezzo di un meccanismo e non  il primo attore della propria vita.
Il determinismo, tipo il pensiero di Lev Tolstoj, nega il valore dell'intelligenza umana, l'intelletto e la capacità dell'uomo di influenzare (nel bene e nel male) il proprio destino.
Stando al pensiero determinista, l'uomo è un pezzo di un meccanismo più grande, un meccanismo che nulla ha che fare con il Dio cristiano.
Quindi, sempre secondo i deterministi, l'uomo non ha un pensiero (né un intelletto)  e quello che pensa è imposto dall'esterno e deve solo espletare la funzione che gli è stata attribuita.
Per questo, il determinismo svilisce l'uomo.
Ora, nella visione cristiana (che era anche quella di Maritain) l'uomo ha un proprio intelletto poiché egli è un riflesso di Dio in piccolo.
Se l'uomo è un riflesso di Dio, vuole dire che il determinismo svilisce anche Dio, poiché non attribuisce l'intelletto all'uomo.
Non attribuendo l'intelletto all'uomo, il determinista non lo attribuisce nemmeno a Dio, che è intelletto.
L'uomo è ben più di un semplice pezzo di un meccanismo più grande.
Ogni uomo, infatti, è parte di Dio, pur nella sua diversità da ogni suo fratello.
Questo deve essere motivo di riflessione.
Cordiali saluti.

La doppia morale della sinistra

Cari amici ed amiche.

L'amico Morris Sonnino mi ha fatto avere questa foto su Facebook ed io voglio fare una riflessione.
Io penso che a sinistra ci sia troppo moralismo.
Esso, però, è un moralismo ipocrita poiché tende ad attaccare i difetti degli altri ma non guarda i propri.
Sul presidente Berlusconi, ad esempio, la sinistra ha detto di tutto e di più, facendolo passare per l'uomo più amorale che c'è sulla faccia della Terra.
Ora, però, a quelli di sinistra vorrei dire che farebbero bene a guardare in casa propria.
Se ciò di cui è accusato il presidente Berlusconi (ammesso che l'abbia fatto) è riprovevole sul piano morale, cosa si dovrebbe dire, ad esempio, sul "Gay Pride", manifestazione a cui esponenti di sinistra partecipano?
Non mi si dica che il "Gay Pride" sia una manifestazione bella da vedere, visti i riferimenti espliciti.
Per la sinistra, i "Gay Pride" sono "manifestazioni dei diritti di una minoranza" mentre un uomo che va con una donna (consenziente) è uno "sfruttatore del corpo della donna" , un "puttaniere" (mi si passi il termine), una "persona amorale" e quant'altro.
A casa mia, questa si chiama ipocrisia, farisaismo allo stato puro!
Tra l'altro, nel caso del presidente Berlusconi, non si sa nemmeno se le cose di cui è accusato ci siano state o meno.
Se il presidente Berlusconi sfrutta il corpo della donna, cosa dovremmo dire chi, ad esempio,  va transessuali?
Chi va con i transessuali non fa la stessa cosa di chi va con le prostitute?
Non voglio offendere nessuno ma voglio solo fare una constatazione.
Ricordo, infine, che la sinistra è figlia del '68, di coloro che parlavano di "amore libero"  e quant'altro.
Quindi, smettiamola con l'ipocrisia!
Cordiali saluti.

Giovanni Falcone, cosa resta di lui?

Cari amici ed amiche.

Il 23 maggio del 1992, il giudice Giovanni Falcone fu ucciso in un attentato voluto dalla mafia.
Fu una vera e propria azione di guerra contro lo Stato ed i cittadini perbene.
Da anni impegnato nella lotta contro la mafia, Falcone fu ucciso perché sapeva troppo e sapeva che la mafia aveva preso molti gangli vitali delle istituzioni.
Ora, cosa resta della memoria di questo eroe?
Per la verità, di questo eroe resta molto ma si rischia di banalizzare quello che fece.
Il problema, infatti, sta nel volere adattare alle proprie convinzioni politiche un simbolo, qual è Falcone, o la stessa lotta alla mafia.
Troppo spesso, infatti, ci sono forze politiche che si attribuiscono virtù di onestà e che strumentalizzano la figura di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per attaccare il proprio avversario.
In pratica, quelle forze politiche che attaccano il proprio avversario, attribuendogli delle connivenze con la mafia, altro non fanno che aiutare la mafia stessa.
La mafia va a nozze di fronte ad una società divisa da quelle forze politiche che, spesso in modo arbitrario, si attribuiscono il merito della lotta contro la stessa.
Se i cittadini dovessero cadere nel gioco di queste forze politiche, la morte di Falcone, Borsellino e tutti coloro che si impegnarono (e si impegnano) contro la mafia sarebbe inutile.
Oltretutto, va detta anche un'altra cosa.
Anche le istituzioni devono fare la loro parte.
Oggi, c'è una crisi economica profonda e le istituzioni tendono a vessare il cittadino, con una pressione fiscale elevata,  creando così del malcontento.
Questo clima di sfiducia verso le istituzioni rischia di favorire la mafia.
Quando ci sono tante tasse, non vengono erogati i servizi e la burocrazia è mastodontica (mentre le aziende chiudono e manca il lavoro) , il cittadino inizia a non fidarsi più delle istituzioni e può ricorrere ad altri mezzi.
Quindi, anche le istituzioni devono stare attente a non  rendere vano il lavoro di Falcone.
Cordiali saluti.

martedì 22 maggio 2012

Centro sinistra, vittoria di Pirro!

Cari amici ed amiche.

Il centro sinistra canta vittoria.
Se fossi in Bersani e soci, sarei molto più cauto.
Il centro sinistra ha vinto numericamente.
E' vero che ha conquistato 94 Comuni (contro i 34 del centro destra) ma li ha presi solo per il fortissimo astensionismo.
Ha votato solo il 51% degli elettori.
Di quel 51% di votanti, la maggior parte è costituita da elettori di sinistra, che votano sempre, a prescindere dalle persone.
L'elettore di centro sinistra è militarizzato ed anche se il suo candidato di riferimento fosse il diavolo in persona egli voterebbe comunque.
Questo distingue gli elettori di centro sinistra da quelli di centro destra, che sono più liberi.
Quindi, politicamente, la sinistra non ha vinto.
Cordiali saluti. 

Deborah Fait: Odiare Israele e gli ebrei, il modo migliore per attirare simpatia

Cari amici ed amiche.

Leggete questa nota di Deborah Fait che è stata riportata su Facebook dall'amica Maria Venera:

"19 maggio 2012



Finita la commemorazione della Nakba con qualche soldato di Israele ferito dai cari e pacifici palestinesi non paghi di non averci potuto ancora sterminare e pieni di rancore e di invidia per un paese che, nato 65 anni fa è diventato una delle potenze mondiali in campo tecnologico e scientifico. Invidiosi fino a star male copiano tutto, anche le sirene e il 15 maggio, giornata della fondazione di Israele, ecco che fanno suonare le loro sirene a lutto come facciamo noi da anni nel giorno del ricordo della Shoà e di Yom Hazikaron, in memoria dei nostri morti nelle guerre organizzate dagli arabi per la cancellazione di Israele dalla faccia della terra.

Invidia , odio e rabbia, questi sono i sentimenti che questa gente prova per noi ebrei, per Israele e diffonde questi sentimenti spruzzando veleno come le vipere. Il veleno arriva sempre nei posti giusti e ormai è difficile capire dove ha fine l'antisemitismo e inizi l'antisionismo o viceversa, i due odi si fondono in uno unico: Israele e gli ebrei, gli ebrei e Israele, da odiare sempre, in un'unica soluzione. Prendi due e paghi uno!

Le organizzazioni palestinesi nel mondo fanno un lavoro infaticabile di boicottaggio, l'ISM è uno dei gruppi meglio organizzati e più ricchi che in questi giorni cerca di impedire agli intellettuali di mezzo mondo di recarsi in Israele in occasione della Fiera del libro di Gerusalemme. Non sia mai detto che una manifestazione internazionale in cui sia coinvolto Israele possa svolgersi senza boicottaggi, sabotaggi, minacce. Non è mai accaduto finora e chi vi partecipa riceve regolarmente le sue brave lettere minatorie.

Gerard Donovan, uno scrittore/poeta irlandese (l'Irlanda è considerato uno dei paesi più antiisraeliani d'Europa dove i pro palestinesi godono di grande prestigio e possono sabotare Israele senza essere disturbati), ha accusato il Movimento Irlandese pro palestinese di usare intimidazioni per impedire che qualcuno si senta invogliato ad andare a Gerusalemme. Stufo dei loro soprusi e dimostrando di saper pensare colla propria testa, Donovan ha dichiarato tranquillamente di ritenerli degli idioti.

Israele e gli ebrei sono l'obiettivo dell'odio internazionale, anche nelle cose più cretine, ve la ricorderete la pastora valdese, Maria Bonafede, che si è sentita in dovere di dichiararsi non amica di Israele perchè le sia riconosciuta verginità intellettuale in occasione dell'8 per mille. Perchè uno deve dire di essere antiisraeliano per attirarsi le simpatie del mondo? A quanta gente verrebbe in mente di dichiararsi antifrancesi, antirussi, antisvedesi? A nessuno al mondo ma tutti devono esser pronti a farfugliare "a me Israele non piace proprio per niente!"

La Siria sta praticando una delle stragi più terribili degli ultimi anni, decine di migliaia di siriani ammazzati dall'esercito del proprio governo. C'è qualcuno che si sente in dovere di dichiarasi "antisiriano"? No, non è richiesto, non è necessario, è invece un must dire subito di essere antiisraeliani e antisionisti per guadagnare punti. Chi è contro Israele sa di poter essere subito accettato in qualsiasi ambiente, sotto qualsiasi bandiera alla prima dichiarazione di ostilità, sicuro che niente potrebbe accadergli da parte israeliana. Quindi perchè non approfittarne?

Triste esempio di asservimento è la notizia fresca fresca che il Comitato Olimpico ha rifiutato la richiesta di fare un minuto di silenzio nel giorno dell'inaugurazione delle Olimpiadi del 2012. Un minuto di silenzio, niente di più, niente di eclatante, dopo 40 anni si chiede un minutino di silenzio per una delle tante stragi palestinesi, una delle più efferate perchè fatta proprio durante i Giochi Olimpici che dovrebbero vedere i Popoli fratelli. Bene, i rappresentanti di una popolazione di odiatori, nel 1972 mandò un commando di terroristi palestinesi ad ammazzare gli atleti israeliani nel villaggio olimpico, a Monaco. I morti israeliani furono 11, i giochi continuarono regolarmente come se nulla fosse accaduto, in fondo erano stati ammazzati solo degli ebrei e l'Europa non si scandalizzava troppo, dopo i sei milioni che già insanguinavano il suo territorio che effetto potevano fare undici ?



Ogni giorno si apre il giornale e si scopre che c'è qualcuno che ci odia. Ogni giorno si parla con qualcuno per scoprire che ancora il mondo civile non ha capito niente. Giorni fa il Piccolo di Trieste dava la notizia di alcuni testi trovati nelle biblioteca del Vicequestore di Trieste, indagato per altri motivi su cui farà luce la magistratura. Bene amici miei, vi scrivo alcuni dei titoli: "Come riconoscere e spiegare l'ebreo", "la difesa della razza", "Mein Kampf", "La questione ebraica". Certo, non è un reato avere libri equivoci nella propria biblioteca privata, anche perchè il poliziotto aveva anche testi di estrema sinistra....che dire...gli estremi politicamente si incontrano, ma fa comunque impressione sapere che un funzionario pubblico abbia tra i suoi libri uno, firmato George Montandon, che nel pamphlet "come riconoscere e spiegare l'ebreo" scrive testualmente: " il chimismo delle ghiandole sudoripare appare particolare nel giudeo perchè i vasi in cui quest'ultimo emana un odore rancido e sgradevole sono troppo frequenti per rappresentare circostanze individuali. Forse l'odore giudaico è da mettere in relazione con le antiche connessioni negroidi della razza." Quindi, amici miei, noi puzziamo, lo dicevano i nazisti, lo dicevano i fascisti, ancora oggi c'è chi legge e fa sue queste teorie nefande. Puzziamo perchè le nostre sono ghiandole ebree, chimicamente speciali e perchè anticamente qualche antenato ebreo si è accoppiato con esponenti della razza africana. Il mai abbastanza rimpianto Herbert Pagani scrisse molti anni fa " Israele è il paese dove uno "sporco ebreo" è soltanto un ebreo che non si lava". Siamo ancora a questi livelli, amici, come possiamo sperare che questa malattia che è l'odio antiebraico abbia fine?".



Sono perfettamente d'accordo con quanto scritto.
Questa brutta crisi economica sta facendo riemergere anche l'antisemitismo.
Mi capita di imbattermi in persone che dicono delle cose sconvolgenti.
Ad esempio, esse dicono frasi come "Gli ebrei sono tutti banchieri", "Gli ebrei hanno causato questa crisi", "Ali ebrei vanno nelle scuole private", "Agli ebrei non frega niente degli altri", "Gli ebrei vogliono governare il mondo" e "Gli ebrei sono tutti massoni".
Queste sono solo alcune delle "perle di saggezza" di queste persone.
Io rispondo, dicendo che tutto ciò è falso e che gli ebrei sono esattamente come noi.
Volete sapere il risultato?
Il risultato è stato una discussione molto accesa (per non chiamarla lite).
Mi sono beccato anche dell'ignorante.
Ma ci si rende conto o no di certe cose?
Gli ebrei non hanno mai fatto del male a nessuno (e a dire ciò è la storia) e hanno contribuito anche loro (come gli altri) a costruire la nostra civiltà.
Basti pensare che nostro Signore Gesù Cristo era un ebreo.
Stando a quello che dicono certi idioti, se gli ebrei sono tutti massoni e, in quanto ebreo, Gesù Cristo era un massone, significa che anche noi cristiani siamo massoni, visto che siamo fedeli a Gesù Cristo.
Questa è la stupidità umana.
Purtroppo, nei momenti di crisi, la stupidità tende a prevalere.
Cordiali saluti.


Che succede in Pianura Padana?

Cari amici ed amiche.

Prima di incominciare a parlare dell'argomento che tratterò, voglio parlare di un'iniziativa importante presa da Davide Boni.
Lui e tutto il gruppo consiliare della Lega Nord hanno depositato una mozione, presso il Consiglio regionale della Lombardia.
Questa mozione è stata fatta in favore dei terremotati emiliani e lombardi.
C'è anche una raccolta fondi in loro favore a cui tutti possono partecipare, attraverso un Conto corrente intestato all'Amministrazione Provinciale di Modena, alla Unicredit di Piazza Grande, Modena.
Il numero di Conto Corrente è IBAN IT 52 M 02008 12930 000003398693. La causale è "Terremoto maggio 2012".
Spero che in tanti aderiate.
Ora, però, cerchiamo di capire cosa sta succedendo in Pianura Padana, una terra che fino all'altro ieri era considerata sicura.
Ora, facciamo un sunto storico.
Nel periodo del Neogene (20,03 milioni di anni fa- 2, 588 milioni di anni fa) nacquero gli Appennini, per uno spostamento della placca tettonica africana verso quella euroasiatica, verso nord.
Questo fece emergere terre del mare che era lì presente.
Nacquero così gli Appennini.
Questo creò la nascita di un golfo del Mare Adriatico, un solco che fu (ed è tuttora) una vera e propria zona di subduzione.
La subduzione è un processo in cui una placca tettonica si infila sotto un'altra.
Questo golfo del Mare Adriatico venne poi riempito dai sedimenti provenienti dai fiumi.
Nacque così, la Pianura Padano-Veneta.
Ora, questa subduzione è ancora in atto ed è sotto la Pianura Padana.
Molto probabilmente, qualcosa si è mosso.
Forse, noi oggi abbiamo capito di non essere completamente immuni di fronte a certi rischi.
In Emilia, come qui in Lombardia, continuano ad esserci scosse.
Anche prima, qui a Roncoferraro (in Provincia di Mantova), si è sentita una piccola vibrazione.
Dobbiamo rivedere alcune nostre convinzioni, anche a livello scientifico.
Cordiali saluti.

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Il peggio della politica continua ad essere presente

Ringrazio un caro amico di questa foto.